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Identificazione precoce, rischio suicidario e importanza del supporto familiare e terapeutico

Identificazione precoce

Photo by Sasha Freemind on Unsplash

Occorre ricordare che i bambini dello spettro autistico non restano bambini per tutta la vita, così come i bambini con disforia di genere. Una mancata identificazione precoce comporta la presenza di numerosi adulti autistici e con disforia che o non sanno di esserlo, nel primo caso, o non lo dicono,nel secondo.Una identificazione precoce è, quindi, utile anche per assistere gli adulti ed evitare il rischio suicidario sia nella popolazione autistica che in quella trans. I tassi di suicidio per gli adulti autistici sono difatti 7,5 volte più alti dei tassi di suicidio delle persone neurotipiche (Hirvikoski et al., 2016). Il 66% di loro ha esperito ideazione suicidaria durante la propria storia di vita e il 35% ha provato almeno una volta a pianificare o a tentare il suicidio (Cassidy et al., 2014). Gli adulti transgender tentano, invece, il suicidio 9 volte più spesso del tasso della popolazione cisgender, e il 41% ha tentato il suicidio almeno una volta nella propria vita (Haas, Rodgers and Herman, 2014). Le linee di sostegno e i servizi antisuicidio sono dunque un importante aiuto per contrastare questi alti tassi, ormai disponibili per le persone transgender e LGBT+ in generale, ma assenti per la popolazione autistica.

Inoltre, la più importante ed efficace strategia per ridurre la suicidalità è l’espressione di un forte supporto da parte dei caregiver per l’identità di genere del bambino, adolescente o giovane adulto e per la sua espressione (Travers et al., 2012, Veale et al., 2015); probabilmente un meccanismo analogo avviene per gli individui neurodivergenti.

Spesso infatti, oltre alla discriminazione fuori dal contesto familiare, la discriminazione intra-familiare può portare a problematiche a livello dell’attaccamento, che si manifestano in ulteriori problemi sia a livello psichico che talvolta anche fisico.

E’ dunque importantissimo lavorare con la famiglia: creare uno spazio sicuro in cui i genitori o i parenti possano esprimere le loro emozioni come confusione, rabbia e paura; analizzare con essi le credenze errate su autismo e identità di genere trans e non-binarie; normalizzare e depatologizzare le esperienze trans e autistiche/neurodivergenti; supportare gli individui trans e autistici nella comunicazione delle loro esperienze, bisogni e desideri; connettere gli individui e le famiglie alle risorse d’aiuto e di rete delle comunità neurodivergenti e transgender.

L’approccio depatologizzante deve essere ovviamente presente in tutti gli interventi che si andranno a fare con persone dello spettro autistico e trangender: è necessario vedere i comportamenti non normativi come qualcosa da non reprimere, ma anzi fornire un ambiente dove sia possibile esplorarli ed esprimere il proprio sé autentico. Anche perché aver imparato a non manifestare comportamenti non-normativi può interferire con l’espressione dell’identità di genere trans in persone sia trans che autistiche, de facto ritardando le possibili azioni di sostegno terapeutico e aumentando il rischio suicidario.

È necessario inoltre esplorare i sentimenti che comporta l’appartenere a una o più minoranze, e quindi la vergogna, l’ansia, la depressione, l’interiorizzazione dei pregiudizi, e fare lavoro di advocacy. È solitamente d’aiuto rimarcare o descrivere quanto queste esperienze sembrino essere difficili, frustranti, portino a confusione o a isolamento, così come anche notare la resistenza e il coraggio dell’individuo davanti a queste avversità. È altrettanto importante esplorare le esperienze di discriminazione subite dal paziente, vedere se possono aver causato un PTSD, senza liquidare il tutto semplicemente come ansia o depressione personali. Questo può aiutare la persona a smettere di ritenersi responsabile per ciò che subisce dagli altri e riuscire a dare un contesto interpretativo alle proprie esperienze di violenza e discriminazione subite, a evadere, ad esempio, dal pensiero che “se le sia cercate”. È utile in questo senso anche condividere materiale, articoli o video sul minority stress, discutere la loro esperienza e soprattutto analizzare, attraverso una psicoeducazione, come tutto questo possa aver portato ai problemi, alle credenze limitanti e alle emozioni negative esperite che il paziente porta in terapia nel momento presente (Gratton, 2019).

Riferimenti:

  • Gratton Finn V.. Supporting Transgender Autistic Youth and Adults. Jessica Kingsley Publishers, 2019.
  • Hirvikoski T et al. Premature mortality in autism spectrum disorder. Br J Psychiatry. 2016 Mar;208(3):232-8.
  • Cassidy S et al. Suicidal ideation and suicide plans or attempts in adults with Asperger’s syndrome attending a specialist diagnostic clinic: a clinical cohort study. Lancet Psychiatry. 2014 Jul;1(2):142-7.
  • Haas AP, Rodgers PL, Herman LJ. (2014). Suicide Attempts Among Transgender and Gender Non-conforming Adults: Findings of the National Transgender Discrimination Survey. American Foundation for Suicide Prevention and the Williams Institute.
  • Travers R et al. (2012). Impacts of strong parental support for trans youth. A report prepared for Children’s Aid Society of Toronto and Delisle Youth Services. TransPulse.
  • Veale, J. et al. (2015). Being safe, being me: Results of the Canadian trans youth health survey. Stigma and Resilience Among Vulnerable Youth Centre, School of Nursing, University of British Columbia.

Autore/i dell’articolo

Alberto Infante
  • Dottore in Psicologia
  • Redattore Volontario per la ONLUS Il Vaso di Pandora - La Speranza dopo il Trauma
  • Content Creator per l'Istituto Beck

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