In memoria del Professor A.T. Beck

In memoria del Professor A.T. Beck

Professor Aaron Beck

Il Professor Aaron Temkin Beck, padre della Terapia Cognitiva, si è spento lunedì 1 novembre 2021 nella sua casa di Philadelphia, all’età di 100 anni.

“Mio padre ha dedicato la sua vita allo sviluppo e al testing dei trattamenti per migliorare le vite di innumerevoli persone che in tutto il mondo affrontano le sfide della salute mentale. Ha veramente trasformato il campo della salute mentale”. Queste le parole di sua figlia Judith, co-fondatrice e presidente del Beck Institute for Cognitive Behavior Therapy, che dal 1994 si occupa della diffusione della CBT, formando terapeuti provenienti da tutto il mondo.

E non esistono dubbi su quanto l’opera del Prof. Beck sia stata realmente rivoluzionaria, sotto molteplici punti di vista: dall’incentrarsi, nel trattamento della depressione e di altri disturbi psicologici, sul presente, su quei pensieri automatici e sulle credenze intermedie e profonde che impediscono una corretta valutazione delle proprie risorse e capacità; all’ economizzazione efficiente delle procedure cliniche, che ha garantito quella semplificazione e schematizzazione necessaria a che i trattamenti potessero avere una durata e un’intensità adeguata e i cui risultati potessero essere verificabili; all’approccio pragmatico ed empirico adottato nelle sue ricerche, che ha consentito la raccolta di un’incredibile quantità di dati verificabili e quantificabili sulle patologie.

La sua insistenza meticolosa su protocolli dettagliati di terapia, su risultati misurabili, quindi verificabili e condivisibili, su un approccio rigorosamente scientifico ha permesso di affermare la validità e l’efficacia della terapia cognitiva per un notevole numero di patologie e di disturbi, trasformando completamente lo scenario del settore, e non solo. Il suo incredibile bagaglio culturale, esperienziale, umano ha saputo influenzare riflessioni e aprire prospettive innovative che non si fermano alla soglia dei centri di psicoterapia.

La “rivoluzione gentile” inaugurata dal Prof. Beck sin dagli anni ‘60 si dipana lungo un’altra linea che, come le altre ma forse di più, è in grado di stimolare riflessioni e fungere da guida anche ad un livello sociale, morale, politico.

In consonanza col pensiero di un altro grande “rivoluzionario”, il pedagogista John Dewey, il Prof. Beck enfatizza il ruolo dell’empiricismo e dell’orizzontalità nel processo di cambiamento: il learning by doing, l’apprendere facendo, diviene cifra di una metodologia terapeutica in cui il paziente viene incoraggiato a considerare le sue credenze alla pari di ipotesi da verificare attraverso “esperimenti comportamentali” e a riflettere sulle proprie nuove esperienze.

La pratica, che include metodi di attivazione, problem-solving, prove, training di social skills e metodi di rilassamento, diviene il cuore della terapia, riconsegnando all’esperienza la capacità di riscrivere il proprio destino. Ciò che si invita a realizzare è una trasformazione che si attua attraverso l’azione, il fare, ovvero un apprendimento esperienziale in grado di cambiare segno alle credenze maladattive e ai pensieri automatici.

La validità di tale approccio crea oggi, nei suoi sviluppi, interessanti cortocircuiti spaziotemporali, entrando in dialogo con le più recenti teorie sulla neuroplasticità  da una parte e con la bimillenaria tradizione delle pratiche meditative buddhiste dall’altra (mindfulness).

Diviene così principio di azione, prospettiva con cui affrontare non solamente l’ambito delle patologie individuali, ma con cui innescare processi trasformativi della realtà più ampia, come corpi singoli e al contempo collettivi, sempre in relazione. Non è casuale che l’opera di Beck sia oggi interrogata, tra l’altro, anche nell’ambito delle ricerche su una delle più urgenti questioni con cui il genere umano è chiamato a confrontarsi, ispirando le riflessioni dei nuovi approcci post-ambientalisti (Nordhaus & Shellenberger, 2007).

Il contesto terapeutico pensato da Beck è inoltre caratterizzato da un “empirismo collaborativo” in cui paziente e terapeuta intrecciano un dialogo socratico ed empatico, volto a chiarire insieme questioni focali, stabilire obiettivi ed esplorare connessioni tra pensieri, sensazioni, azioni ed eventi.

Si tratta di un approccio democratico e autonomizzante, che rinuncia alla posizione di potere garantita dall’asimmetria relazionale di molte psicoterapie per restituire al paziente la propria centratezza e la fiducia nella capacità di sperimentarsi ed entrare in relazione, oltrepassando schematismi violenti per sé e per gli altri.

L’orizzonte che si dischiude grazie a tale modalità al contempo empatica e rigorosa eccede dai confini della terapia, per divenire strumento euristico e relazionale col quale agire nella nostra contemporaneità, cambiando segno a ciò che nuoce come individui, come specie, come esseri sensienti.

Grazie Professore.

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