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Possiamo ingannare il nostro cervello facendogli credere che siamo felici?

ingannare il nostro cervello

Photo by Tim Mossholder on Unsplash

“Sorridi che ti passa!”. Quante volte è capitato di sentirci dire questa frase in un momento in cui eravamo tristi? E abbiamo pensato “magari bastasse così poco per far passare la tristezza!”

Siamo portati a pensare che si sorride solo quando si è felici, non il contrario! Sorridere quando si è tristi ci sembra quasi impossibile. Eppure l’idea che sforzarci di sorridere possa farci sentire lievemente più felici e meno tristi non è nuova.

Charles Darwin, nel 1872, scriveva che “i cambiamenti fisiologici causati da un’emozione avevano un impatto diretto sull’emozione stessa. Quando un’emozione viene liberamente espressa anche esteriormente (con i muscoli facciali ad esempio) risulterà intensificata, mentre un’emozione la cui espressione è repressa risulterà indebolita. Persino il simulare un’emozione tenderà a risvegliarla nella nostra mente”.

Pochi anni più tardi, in linea con il pensiero di Darwin, un illustre psicologo americano, William James, e uno psicologo danese, Carl Lange, affermarono entrambi che “è proprio la consapevolezza dei nostri cambiamenti corporei a determinare quello che definiamo “emozione”. Se non ci sono cambiamenti corporei, il pensiero è solo intellettuale, senza contenuti emotivi”. Con questa teoria, i due psicologi sono stati i primi a sfidare quello che è il “senso comune” secondo cui alla domanda “perché piangi?” solitamente si risponde con “perché sono triste”. Secondo James e Lange, invece, “non piangiamo perché siamo tristi, ma ci sentiamo tristi perché piangiamo”.

La teoria di James-Lange dominò la letteratura scientifica per parecchi anni e stimolò numerose ricerche sui processi fisiologici implicati negli stati emotivi. Un esempio lo ritroviamo nell’ipotesi del “feedback facciale” che afferma che le espressioni facciali possono fornire informazioni propriocettive, motorie, cutanee in grado di influenzare il processo emotivo. Un famoso esperimento a favore di questa teoria fu fatto da un gruppo di ricercatori alla fine degli anni ‘80 (Strack, Martin, & Stepper, 1988). Per creare le risposte facciali appropriate, ad un gruppo di soggetti era stato chiesto di tenere una penna con le labbra, ad un altro gruppo con i denti e ad un ultimo gruppo con la mano. I ricercatori ritenevano che tenere la penna con le labbra facesse contrarre solo i muscoli della bocca ma non degli occhi inibendo l’attività muscolare associata al sorriso e creando invece una sorta di cipiglio, tenendo la penna con i denti, invece, si sarebbero contratti i muscoli degli occhi e della bocca stimolando l’attività muscolare associata al sorriso e, infine, tenendo la penna con la mano sarebbe stata una condizione di controllo in cui nessun muscolo facciale sarebbe stato coinvolto. A quel punto i soggetti dovevano guardare dei cartoni animati giudicando quanto fossero divertenti. Il gruppo obbligato a sorridere con la penna tra i denti associava ai cartoni animati aggettivi molto più divertenti rispetto al gruppo che teneva la penna solo con le labbra, mentre il gruppo di controllo riportava aggettivi neutri. Secondo questo esperimento, sembrerebbe che la tensione di determinati muscoli facciali (come i muscoli zigomatici, necessari per sorridere) venga interpretata dal cervello come un motivo per essere felici e di conseguenza ci faccia percepire gli stimoli esterni (i cartoni animati, nello specifico) come più divertenti. Molto recentemente, Coles e i suoi colleghi (2019), analizzando circa 138 lavori presenti in letteratura su questo argomento, hanno confermato che le espressioni facciali possono davvero avere un impatto sulle emozioni sebbene non così forte da determinare cambiamenti emotivi in persone con disturbi mentali gravi come ad esempio la depressione.

Nonostante la teoria di James-Lange ispirò, e ispira ancora oggi, moltissimi ricercatori, molte furono comunque le critiche. Il fisiologo Walter Cannon e il suo dottorando, Philip Bard, furono i primi a confutare questa teoria. Essi dimostrarono, ad esempio, che animali con resezione del midollo spinale, nei quali il cervello non poteva percepire cambiamenti fisiologici, continuano comunque a provare emozioni. Inoltre, le stesse modificazioni corporee possono essere presenti con emozioni diverse (pensiamo ad esempio l’aumento della frequenza cardiaca e della pressione che sono presenti se proviamo rabbia ma anche se proviamo paura) e possono presentarsi anche in assenza di uno stato emotivo (pensiamo all’aumentare del battito cardiaco quando corriamo). Inoltre, essendo le risposte fisiologiche molto lente è difficile pensare che possano produrre uno stato emotivo, che solitamente insorge con rapidità e, infine, è stato dimostrato che anche se vengono indotte reazioni fisiologiche tipicamente associate ad alcuni stati emotivi le persone non provano l’emozione tipicamente associata alla reazione fisiologica (ad esempio l’iniezione di adrenalina può indurre le risposte fisiologiche tipiche dell’attività del sistema nervoso simpatico ad esempio dilatazione dei bronchioli, costrizione dei vasi sanguigni, aumento della glicemia ma non è detto che provochi una reazione emotiva nei soggetti). Secondo Cannon e Bard, quindi, i cambiamenti fisiologici da soli non sono in grado di spiegare come nasce un’emozione, piuttosto è necessario che ci sia una valutazione cognitiva che dia significato ad un determinato stato emotivo.

Sia la teoria di James-Lange che quella di Cannon-Bard, sebbene contrapposte, riuscirono a cogliere degli aspetti veri e importanti delle emozioni ma nessuna delle due è riuscita a esaurirne la complessità in quanto si sono limitate agli aspetti fisiologici dell’emotività ignorando gli aspetti più psicologici. Oggi sappiamo, ad esempio, che le interpretazioni e le valutazioni cognitive che facciamo delle situazioni che viviamo possono assumere particolare importanza e possono esse stesse provocare stati emotivi e comportamentali.

Ad ogni modo, sulla scia degli esperimenti relativi all’ipotesi del feedback facciale, potremmo anche noi fare un piccolo esperimento quando ci sentiamo tristi, chissà se sforzandoci di ridere potremmo davvero ingannare il nostro cervello! D’altronde come dice Mordecai Richler “Ci vogliono settantadue muscoli per fare il broncio ma solo dodici per sorridere. Provaci per una volta” magari vale la pena provare.

Riferimenti

  • Strack, F., Martin, L. L., & Stepper, S. (1988). Inhibiting and facilitating conditions of the human smile: a nonobtrusive test of the facial feedback hypothesis. Journal of personality and social psychology54(5), 768.
  • Coles, N. A., Larsen, J. T., & Lench, H. C. (2019). A meta-analysis of the facial feedback literature: Effects of facial feedback on emotional experience are small and variable. Psychological bulletin.

Autore/i dell’articolo

Dottor Alessandro Valzania - Psicologa - Psicoterapeuta - Istituto Beck
Psicologo, Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Iscritto all’ordine degli psicologi della regione Lazio n. 18837.Dottore di ricerca in psicobiologia e psicofarmacologia presso il dipartimento di psicologia Università “La Sapienza di Roma”.Il Dott. Valzania è Docente dell’Istituto A.T. Beck per le sedi di Roma e Caserta. Inoltre, è Docente dell’International College of Osteopathic Manual MedicineHa conseguito il Master “Guarire il Trauma: valutazione, relazione terapeutica e trattamento del trauma semplice e complesso” presso l’Istituto A.T. Beck di Roma; ha conseguito il Master “Dipendenze da internet e gioco d’azzardo. Ritiro sociale e cyberbullismo” presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Il Dott. Valzania è inoltre terapeuta EMDR di I° livello.Il Dott. Valzania si occupa di clinica dell’età adulta, prevalentemente di Disturbi della personalità, Trauma semplice e complesso e di dipendenze comportamentali. Si occupa di ricerca preclinica e clinica con pubblicazioni internazionali sulla controllabilità dello stress, depressione, abuso di sostanze e trauma infantile. 
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