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La rappresentazione dell’interlocutore nell’interazione sociale: la profezia che si auto avvera

Interazione sociale

Photo by Joshua Eckstein on Unspalsh

Il modo in cui ci comportiamo nei confronti degli altri dipende in parte dall’impressione di personalità che essi hanno suscitato in noi, dall’idea che ci siamo costruiti riguardo la loro persona. Nel corso dell’interazione sociale ognuno si crea una rappresentazione dei propri interlocutori, grazie alla quale regoliamo il comportamento nei loro confronti. Allo stesso tempo ciascuno di noi deriva la conoscenza che ha di se stesso anche dalle reazioni delle persone che lo circondano, motivo per cui spesso rischiamo di assomigliare all’idea che gli altri si sono fatti di noi.

Questo fenomeno, conosciuto da tempo in psicologia sociale, prende il nome di profezia che si autoavvera ed è strettamente collegato al cosiddetto “teorema di Thomas”: se gli uomini definiscono certe situazioni “come” reali, esse sono reali nelle loro conseguenze”. Il fenomeno della profezia che si autoavvera si declina in vari modi nei diversi ambiti della vita sociale ed è stato documentato nei contesti più disparati. Con molta probabilità il più noto e studiato caso di profezia che si autoavvera riguarda l’ambito scolastico e in generale quello di apprendimento, dove le aspettative degli insegnanti sulle capacità dei loro allievi rischiano di influenzare il reale sviluppo cognitivo di questi ultimi.

Il concetto di profezia che si autoadempie è stato introdotto in sociologia da Robert K. Merton nel 1948, nel suo libro Teoria e struttura sociale, per indicare quei casi in cui una previsione, per il solo fatto di essere creduta vera, alla fine si realizza, nonostante inizialmente fosse del tutto infondata. Tale fenomeno si verifica perché le persone tendono a conformare i loro comportamenti all’immagine che gli altri hanno, portando così alla conferma di una supposizione iniziale, non per la sua veridicità, ma per il solo fatto di essere stata pronunciata. Rosenthal, seguendo la strada tracciatagli da Merton, si impegnò nella conduzione di un esperimento, insieme alla sua equipe, volto a dimostrare il sorprendente effetto delle aspettative degli insegnanti sui comportamenti degli alunni. L’esperimento venne condotto presso l’Oak School, una scuola primaria californiana con 650 studenti e 18 insegnanti. Risultava essere una prassi comune quella di somministrare all’inizio dell’anno agli alunni un test di intelligenza, volto quindi a misurare il quoziente intellettivo.

Ciò che distinse il test ideato da Rosenthal era la sua capacità di individuare non solo il Q.I., ma anche quel 20% degli alunni che in quell’anno scolastico avrebbero compiuto un progresso intellettuale più rapido rispetto agli altri. Dopo il test, in modo del tutto casuale, furono selezionati alcuni di questi bambini e agli insegnanti venne comunicato che avevano ottenuto dei punteggi migliori rispetto a tutti gli altri e che pertanto si distinguevano per la loro intelligenza oltre la media. Dopo circa un anno, alla fine dell’anno scolastico, venne nuovamente somministrato questo test agli stessi bambini, con l’intento di verificare se le aspettative nutrite dagli insegnanti avessero in qualche modo modificato le prestazioni scolastiche degli alunni. I risultati dimostrarono che gli studenti considerati “migliori” dagli insegnanti, per via dei risultati ottenuti durante la prima somministrazione del test, avevano incrementato di quattro punti il loro Q.I.

Gli insegnanti riportarono nelle loro personali valutazioni che questi studenti erano più spigliati e curiosi degli altri. I risultati emersi mettono in evidenza come le differenti aspettative nutrite nei confronti dell’altro si traducano inevitabilmente in delle profezie che si auto-avverano, cosa che Merton aveva già messo in risalto nel 1948. In altre parole i bambini ritenuti più intelligenti dei loro compagni sono stati trattati in modo diverso per tutto il corso, date le aspettative nutrite nei loro confronti dagli insegnanti, finendo per interiorizzare i “giudizi” dei docenti e confermare le loro previsioni divenendo realmente più intelligenti.

  • Good. T.L., Sterzinger, N., Lavigne, A. (2018). Expectation effects: Pygmalion and the initial 20 years of research; Educational research and evaluation,.
  • Palmonari, A., Cavazza, N., Rubini, M. (2012).  Psicologia sociale. Il Mulino.
  • Rago, M. (2018). Gli esperimenti nelle scienze sociali. Franco Angeli

Autore/i dell’articolo

Roberta Borzì
Psicologa, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Vanta esperienza clinica in ambito adulto, e si occupa prevalentemente di tutti i disturbi d’ansia, disturbo ossessivo-compulsivo, problematiche sessuali, disturbi di personalità con la Schema Therapy, in cui è formata attraverso training specifici e supervisione con esperti del settore. Ha anche conseguito entrambi i livelli della formazione in EMDR. Socio AIAMC (Associazione Italiana di analisi e modificazione del comportamento e Terapia Comportamentale e Cognitiva.) e membro ISST (International Society of Schema Therapy).
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