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Interventi psicologici nell’emergenza COVID-19: riflessioni e spunti clinici

Interventi psicologici nell’emergenza COVID-19

Photo by SJ Objio on Unsplash

Si legge ormai di tutto riguardo il COVID-19, gli esperti di ogni settore studiano e scrivono riguardo il suo impatto sociale, economico e sulla salute mentale a livello globale. Indubbiamente, le famose “sfide” di cui tutti parlano saranno innumerevoli; nel settore dell’assistenza psicologica si tratta innanzitutto di identificare e monitorare i possibili gruppi a rischio di morbilità psicologica, nonché di esplorare nuovi modi di fornire servizi.

Gli autori dell’articolo (Inchausti, MacBeth, Hasson-Ohayon, Dimaggio, 2020), di recentissima pubblicazione, individuano tre gruppi di persone come target di approcci psicologici, poiché considerabili a rischio di morbilità psicologica durante e dopo la pandemia:

  1. operatori sanitari impegnati in prima linea, a rischio di elevati livelli di depressione, ansia e disturbi del sonno, paura elevata di essere infettati durante i turni di lavoro; la formazione e il supporto per gli operatori probabilmente dovrebbe puntare innanzitutto ad identificare e gestire le reazioni emotive che possono ostacolare il loro lavoro. Come sottolineato dagli autori, si tratterebbe di massimizzare la resilienza psicologica nel maggior numero possibile di professionisti. Sono sconsigliati interventi come il debriefing psicologico o qualsiasi altro intervento in una singola sessione che impone al personale di parlare dei propri pensieri o emozioni nel culmine di una pandemia;
  2. persone nelle quali insorgono problemi di salute mentale in seguito alla diagnosi di COVID-19, in seguito all’isolamento sociale prolungato oppure a causa della perdita di persone care. Occorre tenere in conto che queste persone possono mostrare sintomi di PTSD, depressione o disturbo da lutto complicato, non necessariamente durante la pandemia ma anche dopo diversi mesi;
  3. persone con pregressi disturbi mentali che hanno ricevuto la diagnosi di COVID-19 o che hanno vissuto un aggravamento delle loro problematiche in seguito all’isolamento sociale. Innanzitutto sarebbe importante personalizzare l’intervento “standard” utilizzato fino a quel momento, ponendo attenzione all’eventuale impatto dell’isolamento sulla patologia.

Qualsiasi intervento dovrebbe essere basato su una valutazione approfondita multifattoriale. Come primo passo, andrebbe condotta un’analisi accurata dei possibili fattori di rischio che possono mantenere il problema, così come dello stato precedente di salute mentale del paziente; da non sottovalutare la presenza di una storia di autolesionismo o comportamenti suicidari sia nel paziente che nella sua famiglia; la storia di eventuali traumi precedenti; infine il contesto socio-economico dell’individuo.

Gli autori sottolineano l’importanza per sintomi come ipocondria, ansia, insonnia, depressione, di un intervento primariamente psicologico, minimizzando il più possibile l’uso di farmaci, come indicato dalle linee guida NICE 2014 e 2018. Inoltre, come evidenziato dalla letteratura, è da sconsigliarsi l’inizio di un intervento psicologico che non passi per un’attenta valutazione e monitoraggio attivo: ciò significa che occorre evitare di patologizzare normali reazioni emotive, evitando interventismi che rischiano di “interrompere” meccanismi di coping naturali dell’individuo.

Infine, nei casi emergenziali gravi quali aggressività, autolesionismo o tentativi di suicidio si rende necessario un intervento di persona, mentre gli altri interventi psicologici possono essere eseguiti efficacemente attraverso strumenti digitali.

Come affermano gli autori dell’articolo, “l’intervento psicologico specializzato per il COVID-19 dovrebbe essere abbastanza dinamico e flessibile da adattarsi rapidamente alle diverse fasi della pandemia”. Ad esempio, nelle prime fasi, psicologi e psicoterapeuti dovrebbero collaborare attivamente con il resto del sistema sanitario per intervenire sugli impatti immediati della pandemia. Gli interventi psicologici dovrebbero essere pianificati e coordinati insieme a tutti gli attori socio-sanitari coinvolti. Ciò permetterebbe un’adeguata continuità di cura anche dopo che la fase acuta della pandemia sarà conclusa.

I dati sull’impatto dell’attuale crisi sono ancora frammentari, incompleti e prematuri per certi versi. Possiamo però apprendere dalle prove delle passate epidemie (come la SARS) come base di partenza di identificazione di gruppi a rischio e di strategie di gestione.

 

Riferimenti:

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Mariangela Ferrone - Psicologa - Psicoterapeuta - Istituto Beck
Psicologa, Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, Psicoterapeuta TMI (terapia metacognitiva interpersonale) livello EXPERT. Per molti anni è stata Coordinatrice del Centro di Psichiatria Perinatale e Riproduttiva, del Servizio di Psicoterapia e Counseling Universitario presso la UOC di Psichiatria – Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma. Attualmente è docente per l’insegnamento di “Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione” nel corso di laurea in Scienze Infermieristiche, sede Sant’Andrea presso la Facoltà di Medicina e Psicologia – Sapienza Università di Roma, nonché docente interno e supervisore clinico dell’Istituto A.T. Beck per le sedi di Roma e Caserta. Socio Aderente della SITCC (Società Italiana di Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva).
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