Introduzione alla prospettiva cognitivo–evoluzionista

Introduzione alla prospettiva cognitivo–evoluzionista

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In questa news e in quelle che seguiranno illustrerò la prospettiva cognitivo-evoluzionista e, di conseguenza, i sistemi motivazionali. Ma partiamo dall’inizio. Cosa dà senso e direzione all’attività mentale umana? Una risposta che prendesse in considerazione soltanto le motivazioni epistemica ed autopoietica, come accaduto in alcuni settori del cognitivismo, sarebbe alquanto riduttiva.

“Un’adeguata teoria della motivazione, capace di ritrovare la pienezza dell’esperienza corporea, interpersonale ed affettiva dell’uomo senza ricorrere a concetti pulsionali, e capace anche di conservare il privilegio attribuito all’organizzazione della conoscenza nella regolazione delle emozioni, è fornita al cognitivismo dalla psicologia evoluzionista” (Liotti, 2001, p. 8).

Come notano Liotti e Monticelli (2008), secondo la prospettiva evoluzionista i processi motivazionali sviluppati da ciascun essere umano nel corso della vita si fondano su disposizioni innate e universali, i cui antecedenti sono già presenti nelle specie animali evoluzionisticamente più vicine a Homo sapiens.

I risultati combinati delle neuroscienze e dell’evoluzionismo hanno dimostrato che, nelle diverse specie di mammiferi, esiste omologia (e non analogia) dei circuiti cerebrali da un lato e dei sistemi comportamentali espressivi dall’altro. Si noti che nella biologia evoluzionista si considerano omologhe, nelle diverse specie animali, le strutture anatomo-funzionali che rivelano una comune origine nella storia evolutiva, e analoghe le strutture che invece, pur svolgendo una funzione simile, hanno alla loro origine percorsi evoluzionistici diversi (Liotti, 2001).

In tale ottica, le propensioni ad agire verso specifici obiettivi (selezionate dall’evoluzione) sono intese come tendenze che, per quanto potenti e spesso ineludibili, non sono schemi di azione fissi e rigidi come quelli associati al concetto di istinto. Tali propensioni non devono, quindi, esser concepite come scariche pulsionali inevitabili o come schemi meccanici di azione, ma come inviti a perseguire particolari forme di interazione fra organismo e ambiente, incluso l’ambiente sociale. Nel corso dell’evoluzione, quindi, le tendenze ad agire verso particolari mete (sociali o non sociali) vengono selezionate dai processi evoluzionistici quando sono favorevoli alla sopravvivenza e alla riproduzione del singolo organismo, del suo gruppo sociale e della specie. Le propensioni selezionate dai processi evoluzionistici operano sin dall’inizio della vita, o da quando la maturazione dell’organismo lo permette, in tutti gli individui della specie: insomma, sono universali. Ovviamente, le loro espressioni concrete nel comportamento non sono affatto immutabili ma, sin dal principio, vanno incontro a modificazioni, articolazioni e sviluppi individuali, in funzione dell’esperienza del singolo. Nell’influenzare tale esperienza intervengono, nell’essere umano, non solo le contingenze ambientali immediate e l’assetto genetico individuale, ma anche la cultura di appartenenza (Liotti et al., 2008; 2017).

 

Riferimenti

Autore/i dell’articolo

Dott. De Gabrielis Gabriele
Psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, psicoterapeuta TMI (Terapia Metacognitiva Interpersonale). Ha conseguito il I livello della formazione in EMDR. Ha svolto la sua attività in diversi contesti: strutture semiresidenziali, centri clinici, U.O.C. Tutela Salute Donna ed Età Evolutiva – ASL Roma 2, U.O.C. Psichiatria – Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma. Da anni si dedica allo studio dei sistemi motivazionali nell’ottica cognitivo-evoluzionista contribuendo, attraverso diverse ricerche, allo sviluppo della Teoria Evoluzionistica della Motivazione (TEM). Attualmente collabora in qualità di psicologo e psicoterapeuta presso l’Istituto A.T. Beck di Roma.

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