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Ipotesi neurofiologica dell’obesità

Ipotesi neurofiologica dell'obesità

Photo by Ursula Spaulding on Unsplash

L’ obesità è una malattia cronica che colpisce le persone indipendentemente da sesso, età, stato socioeconomico o posizione geografica. Essa è definita come un indice di massa corporea (BMI) superiore a 30 kg / m2 ed è associata a malattie come diabete di tipo 2, ictus, cancro, depressione e ansia.

Molti fattori ambientali giustificano l’obesità: l’aumento dei costi di alimenti sani, facile accesso e basso costo di cibo altamente appetibile ma dannoso per la salute. Inoltre, stili di vita difficili, influenzano le nostre scelte orientandoci verso cibi preconfezionati, ricchi di zuccheri, sali e grassi e ricchi di calorie. Comprendere i meccanismi neurobiologici di ricompensa e di influenza del controllo cognitivo che portano a un’eccessiva assunzione di cibo può aiutarci a comprendere perché mangiamo nonostante la sazietà. Capita a tutti noi di esagerare durante un pranzo o una cena. Come mai? Perché continuiamo a mangiare nonostante ci sentiamo stra-pieni? Probabilmente perché il cibo viene consumato anche per ragioni diverse dal fabbisogno energetico. Spesso mangiamo per regolare lo stress, per sentirci parte di gruppi sociali o per regolare emozioni disregolate.

Dal punto di vista delle strutture addette al complesso meccanismo fame/sazietà, sappiamo che il nucleo arcuato dell’ipotalamo riceve segnali ematici e neuronali che valutano lo stato dell’energia e modulano l’attività neurale relativo all’equilibrio energetico. L’ipotalamo, il mesolimbico e le regioni subcorticali e prefrontali interagiscono tutte per favorire il consumo di cibo. Il sistema mesolimbico e la dopamina codificano i segnali che prevedono la disponibilità di cibo e motivano le persone a impegnarsi nella ricerca di cibo. L’accesso a cibi appetibili può aumentare la forza sinaptica sui neuroni dopaminergici dell’area tegmentale ventrale (VTA), un effetto che determina un aumento di comportamenti alimentari poco sani. Se non interviene il controllo cognitivo ad opera delle aree frontali per valutare ed inibire la risposta, tenderemo a non considerare i rischi. In particolare pare che corteccia orbitofrontale (OFC) sia nucleare nel nel comportamento alimentare.

L’OFC integra proiezioni afferenti ed efferenti, comprese le regioni sensoriali, limbiche e prelimbiche, per guidare il processo decisionale associato all’assunzione di cibo. Le proiezioni afferenti includono input sensoriali da cortecce gustative, olfattive e visive e utilizzano queste modalità multisensoriali per modificare gli output comportamentale. L’OFC riceve input dalla corteccia prefrontale, comprese le regioni motorie e premotorie, e dalle proiezioni limbiche, tra cui l’amigdala. Per essere più precisi, l’OFC mediale riceve input dal talamo e l’OFC laterale riceve forti input dall’amigdala. La zona centrale dell’OFC laterale e ventrale riceve input dopaminergici implicato nel comportamento di ricompensa. Questi dati suggeriscono che proiezioni reciproche tra l’OFC e le vie dopaminergiche guidano il comportamento in cerca di ricompensa, e potrebbero essere condizionate da diete sbilanciate.

Anche studi di neuroimaging sull’uomo stanno iniziando a chiarire la complessità del ruolo dell’OFC nei comportamentali alla base dell’obesità. In uno studio (Batterin et al., 2010) donne obese, dopo un digiuno di 8-9 ore, hanno mostrato maggiore attivazione nell’OFC, nucleo accumbens, cingolato anteriore corteccia in risposta alla visualizzazione di immagini altamente appetibili, di alimenti ipercalorici rispetto alle immagini di alimenti neutri o ipocalorici. È stato, quindi, proposto che l’obesità potrebbe essere collegato ad un aumento delle risposte neurali nell’anticipazione della ricompensa dagli stimoli alimentari, ma ad una diminuzione di esso durante il consumo. Praticamente abbiamo tanta aspettativa ancor prima di mangiare ma la perdiamo quando una cosa tanto desiderata riusciamo a mangiarla. Questo meccanismo di circuito della ricompensa è alla base del fallimento di alcune diete e potrebbe essere una valida interpretazione alternativa dell’obesità.

Dal punto di vista neuropsicologico è stato dimostrato che tratti impulsivi, orientati all’obiettivo, comportamenti poco flessibili, che non inibiscono le risposte non adeguate al contesto possono spiegare alcuni comportamenti alimentari. I test cognitivi, infatti, mostrano profili di vere e proprie disfunzioni a carico delle abilità frontali/esecutive (Yang et al., 2018) che, a loro volta, mal comunicano con l’OFC che dovrebbe favorire l’inibizione di risposte.

Le persone obese hanno certamente un comportamento alimentare disregolato. Viceversa, non è detto che un paziente con disregolazione del comportamento alimentare sia obeso. Si può, però, certamente concludere che specifiche strutture cerebrali e la sua neurochimica giustificano queste condizioni. L’OFC sembra essere cruciale nel determinare le scelte alimentari, soprattutto in merito ad una scarsa ed efficace comunicazione con le aree frontali che dovrebbero mediare e regolare i nostri comportamenti (Lauren et al., 2020). Considerare queste ipotesi amplia la conoscenza dell’obesità e favorisce una nuova riflessione ed una nuova chiave di lettura del fenomeno.

 

Riferimenti

Batterink, L., Yokum, S., Stice, E. (2010). Body mass correlates inversely with inhibitory control in response to food among adolescent girls: an fMRI study. Neuroimage, 52:1696-703.

Lauren, T. S., Borgland, S. L. (2020). The orbitofrontal cortex, food intake and obesity. J Psychiatry Neurosci.

Yang, Y., Shields, G.S., Guo, C., et al. (2018). Executive function performance in obesity and overweight individuals: a meta-analysis and review. Neurosci Biobehav Rev; 84:225-44.

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Virginia Valentino

Psicoterapeuta. Tratta disturbi d’ansia, depressione, disturbi sessuali e disturbi della personalità applicando la Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) e si occupa di neuropsicologia dell’adulto, occupandosi di valutazione e riabilitazione cognitiva in pazienti con malattie neurodegenerative.È autrice di lavori divulgativi di carattere scientifico su riviste nazionali ed internazionali su temi riguardanti la neuropsicologia e la psicologia clinica.


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