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Keaton Jones e le vittime di bullismo da adulte

Keaton Jones e le vittime di bullismo da adulte
Keaton Jones e le vittime di bullismo da adulte

Keaton Jones e le vittime di bullismo da adulte

Il web è decisamente un vortice di informazioni e venirne risucchiati è questione di un attimo: una volta tra i flutti, è praticamente impossibile uscirne fuori e, se una notizia diventa virale, è come avere la propria vita proiettata su un enorme schermo in mondovisione. Chi sa se la madre di Keaton Jones aveva presente questo effetto dell’uso di internet quando ha postato un video con suo figlio qualche giorno fa: nel video, il ragazzino di scuola media si lamentava fino alle lacrime di essere bullizzato dai suoi compagni di classe ed era terrorizzato dal dover tornare in mensa, dove avveniva la maggior parte degli attacchi.

Quella di Keaton è la storia più recente e più evidente dal punto di vista mediatico ma il bullismo è un problema di cui a fatica si possono dare indicazioni di prevalenza: al Telefono Azzurro arriva almeno una chiamata al giorno per casi di bullismo e cyberbullismo e, se questo dato sembra preoccupante, bisognerebbe tener conto che è un fenomeno sommerso in quanto quello che emerge è solamente quello che viene denunciato. Le statistiche parlano di vittime e bulli soprattutto appartenenti al genere maschile (rispettivamente 55% e 60%), minoranze sessuali e portatori di malattie croniche e l’età di chi chiede aiuto è sempre più giovane, fino ai 5 anni.

Essere vittima dei bulli può essere considerata una forma di abuso infantile, alla stregua di maltrattamento e trascuratezza genitoriali, per l’impatto negativo sul benessere delle vittime e il rischio di sviluppare problemi di salute mentale. L’entità del bullismo può essere quella di un vero e proprio trauma, in quanto causa cambiamenti a lungo termine nel cervello: incrementa la produzione degli ormoni dello stress, come il corticosterone, che possono rimanere in grandi quantità nel cervello anche molto tempo dopo l’esposizione agli episodi di bullismo. Questi ormoni si concentrano nelle aree del cervello che processano gli stimoli associati al rinforzo: questo, assieme ad altri fattori, potrebbe aumentare il rischio di abuso di sostanze, come succede con altri tipi di stress cronico.

Leggendo notizie del genere, si potrebbe pensare che il bullismo è un problema confinato a infanzia e adolescenza. Pochi infatti si fermano a pensare che i ragazzini come Keaton un giorno saranno adulti e noi tutti nella nostra vita ci portiamo dietro uno zaino fatto delle nostre esperienze. Le esperienze negative, proprio come quelle positive, faranno per sempre parte di noi e, nel caso delle vittime di bullismo, possono essere un carico pesante da trascinarsi dietro.

Quello che emerge dalla ricerca è che gli effetti del bullismo sono misurabili per tutto l’arco della vita, con conseguenze negative sulla salute mentale, fisica e cognitiva, sul funzionamento sociale e persino sul lato economico. Le vittime, in particolare i maschi, mostrano più gravi sintomi di depressione e autostima più bassa nella prima parte della loro vita da adulte. Le idee suicidarie sono anche più prevalenti, mentre in generale gli adulti una volta vittime di bullismo riportano una bassa qualità della salute e della vita. Non solo percepiscono minore soddisfazione ma le ex-vittime non vedono un miglioramento nel futuro. Anche sul lato economico le vittime di bullismo mostrano conseguenze negative a lungo termine: minori livelli di scolarizzazione, disoccupazione, salari meno alti. Dal punto di vista delle relazioni sociali, vi è una probabilità più bassa di sposarsi o vivere con un partner, di avere amici con cui instaurare una relazione stretta, di ricevere supporto sociale in caso di malattia.

L’impatto del bullismo è dunque pervasivo: molte aree della vita delle vittime ne sono influenzate negativamente e gli effetti sono riscontrabili a lungo termine. È dunque, sì, necessario che gli episodi di bullismo vengano interrotti, ma anche che le vittime siano in seguito supportate per ridurre non solo la portata di sofferenza psicologica (e in alcuni casi anche fisica), ma anche per aumentare la probabilità che diventino adulti con una qualità della vita paragonabile a coloro che non hanno dovuto sopportare un tale trauma. E, perché no, avere un approccio anche più positivo: come spesso succede, non è l’evento negativo ad avere l’impatto più significativo nella vita delle persone, quanto più l’uso della resilienza e, dunque, la capacità di affrontare e superare tale evento e trasformarlo in un’occasione di crescita.

Benino Argentieri

BIBLIOGRAFIA:

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