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La parola dell’anno 2017 è “femminismo”, passato e futuro di un movimento e di un’idea

Femminismo, Potere patriarcale, Quarta onda, Parità di genere
Femminismo, Potere patriarcale, Quarta onda, Parità di genere

2017: la parola dell’anno è “femminismo”, passato e futuro di un movimento e di un’idea

Al grido di “Dio è donna”, anche per questa fine d’anno un’attivista delle Femen ha scavalcato “le transenne”, quelle di piazza San Pietro,  tentando di portare via la statuetta di Gesù bambino dal presepe, transenne considerate simbolo di una monarchia assoluta teocratica il cui capo di Stato può essere solo maschio e alle donne (un numero esiguo) non è riconosciuto il diritto di voto.

Probabilmente sarà questo il gesto più eclatante con cui un gruppo femminista concluderà il 2017, anno rappresentato proprio dalla parola “femminismo” secondo la Merriam-Webster, lo Zingarelli statunitense. Questa parola, infatti, ha visto un intensificarsi dell’interesse da parte del pubblico (+70% rispetto al 2016) ed è stata la più cercata nel web in concomitanza con fatti di cronaca e notizie giornalistiche.

Molte persone hanno, quindi, cercato il significato della parola “femminismo” ed  è interessante notare come è cambiata nel tempo la sua stessa definizione dalla comparsa per la prima volta a quella odierna: da termine medico che indicava un ritardo nello sviluppo sessuale nei maschi a “insieme delle teorie che criticano la condizione tradizionale della donna e propongono nuove relazioni tra i generi nella sfera privata e una diversa collocazione sociale in quella pubblica” (Enciclopedia Treccani).

Storicamente le radici del femminismo vengono ricondotte all’antica Grecia ma, nonostante vi si predicasse l’uguaglianza dei contributi che uomini e donne possono portare nella società, la partecipazione femminile alla cultura filosofica era nettamente sottoesposta. Nell’ antico Egitto, invece, 5000 anni fa le donne godevano di uno status invidiabile in molte culture contemporanee: seppure tradizionalmente i ruoli di genere erano diversi, non vi era alcun ostacolo nella libertà delle donne, le quali potevano essere medici, imprenditrici, svolgere mansioni ai più alti livelli gerarchici fino a essere addirittura faraoni. È una triste ironia il fatto che, sempre in Egitto, la scienziata e filosofa Ipazia di Alessandria sia stata brutalmente uccisa da un gruppo di cristiani per ragioni sia religiose che politiche. Questo mostra che il progresso culturale non si può dare per scontato, anzi: il cammino del movimento femminista non è stato lineare, non può dirsi concluso ed è lungi dal poter riposarsi sugli allori. Tant’è vero che raggiunge un picco più intenso dal 19° secolo, in un percorso che è stato convenzionalmente diviso in onde, ognuna possibile solo grazie al lavoro fatto nella precedente:

La prima onda (1830 – inizi del 1900) è rappresentata dal famoso movimento delle Suffragette che chiedevano il diritto di voto esteso alle donne, per un cambiamento che partiva dal pieno riconoscimento giuridico e politico. In Italia, nel 1864 l’attivista Anna Maria Mozzoni richiedeva a gran voce il suffragio universale, ottenuto solo nel 1945.

La seconda onda (anni ’60 – anni ’80) ha sfondato lo stereotipo della donna casalinga e moglie perfetta tipico dell’iconografia degli anni ’50, concentrandosi sull’uguaglianza culturale, i diritti lavorativi, familiari, sessuali e riproduttivi. Grazie ai movimenti, nel 1974 fu introdotto il divorzio nell’ordinamento civile italiano, mentre l’aborto fu legalizzato grazie al Referendum del 1981.

La terza onda (1990 – 2010) vede attivisti nati da chi ha vissuto e mandato avanti la seconda, dunque cresciuti in un clima già pregno della nuova cultura, con la massiccia presenza dei media e l’introduzione di internet. I generi biologici diventano solo gli estremi di un continuum lungo il quale chiunque può trovare posto per esprimere liberamente la propria identità. Non è “necessario” per la donna “giocare” il ruolo del maschio per affermare se stessa, l’affermazione passa dall’assertiva affermazione del proprio essere.

La quarta onda è quella che stiamo vivendo ora e ne fanno parte grandi rivoluzioni culturali che inglobano una coscienza più ampia dell’essere umano, al di là di genere biologico, orientamento sessuale, etnia, luogo e cultura di nascita.

Nel 2017 la parola “femminismo” è diventata trend topic associato a serie e film, come “The Handmaid’s tale”, che raffigura un Nordamerica distopico dove l’infertilità è capillare e le donne fertili divengono incubatrici per ricche coppie sterili, o il film che vede Wonder Woman protagonista, il primo su un supereroe diretto da una donna e con una visione del mondo completamente scevra da pregiudizi sui ruoli di genere, un’eroina ben diversa dalla Lara Croft (Tomb Raider) degli anni ’90 che, sebbene personaggio forte e indipendente, rispecchiava l’immaginario maschile di icona sexy.

Come la maggior parte dei movimenti, anche quello femminista non è omogeneo e unitario e riunisce un ampio range di posizioni ed idee, dalle più moderate alle più estreme. A volte gesti plateali e che puntano al sensazionalismo, anche con le migliori intenzioni, possono alimentare il pregiudizio della femminista aggressiva e misantropa veicolato dalle frange del movimento che parlano di superiorità della donna sull’uomo, una sorta di “altra faccia della medaglia” del maschilismo. E queste idee estremiste sono spesso le più rappresentate nei media generando un effetto controproducente, a livello educativo, e disorientando soprattutto le nuove generazioni.

Indosso i tacchi per me stessa, non per i maschi” è una frase già sentita e che ci fa venire il dubbio: siamo al momento della vera liberazione sessuale o sono queste le vecchie oppressioni in borghese? L’habitus femminile ancora identificato sul posto di lavoro come poca autorevolezza o competenza in luogo di quello maschile, e viceversa; idea e comportamenti che alimentano ancoro vecchi costrutti sociali di apparenza e conformità alla “norma”.

Lo scandalo sessuale Weinstein mostra come le vittime di molestie di 20 anni fa sentano ora di poter parlare e rovesciare quel sistema di potere patriarcale che opprime la dignità umana sia delle donne, viste come vulnerabili fisicamente e culturalmente e dunque considerate come oggetto, che  degli uomini, i quali rimangono incastrati in un mondo in cui l’unico modo di essere è quello dettato dal maschilismo.

Che il patriarcato sia ancora al lavoro lo confermano i dati: l’attuale governo ha solo 1/3 di ministri donne e, nel resto del mondo, la maggior parte dei parlamenti è ancora dominata dagli uomini che lasciano alle donne un misero 22%. Iconica la foto del presidente Trump che firmava la legislazione anti-aborto circondato da soli uomini, a conferma che persino le leggi che riguardano le donne e la loro autodeterminazione sono realizzate da maschi in una società patriarcale. Le donne europee guadagnano il 16% in meno degli uomini e l’elenco potrebbe continuare rivelando il cosiddetto “soffitto di cristallo”, ovvero tutti quegli ostacoli all’uguaglianza invisibili ma presenti, come il peso esclusivo sulle donne della cura familiare o l’idea che un autorevole capo sia rispettabile se maschio ma intollerabile e ingiusta se femmina.

Un’osservazione attenta della vita quotidiana ci mostra però come il cambiamento sia in atto;  definirsi “femminista” oggi non ha più l’accezione negativa guadagnatasi nelle prime onde probabilmente a causa dell’aberrazione sessista nel movimento e dei messaggi veicolati nei media da maschi ostili e donne vittime della sindrome di Stoccolma. I giovani adulti di oggi si professano femministi (19% delle femmine, 11% dei maschi) molto più dei loro genitori. Smartphone e facilità di connessione a internet sono probabilmente tra i fattori che rendono sempre più normale l’idea di inclusione e uguaglianza contro sessismo, omofobia, specismo e sfruttamento delle risorse naturali, tutte lotte che le attuali generazioni debbono combattere.

Femminismo, dunque, non è l’opposto di maschilismo (che predica la superiorità del maschio sulla femmina): in realtà è un movimento contrario al sessismo, ovvero a tutte quelle forme di discriminazione basate sul genere delle persone. È un inno all’uguaglianza che rimane un faro luminoso verso il quale una civiltà purtroppo non tende spontaneamente ma che possiamo sempre utilizzare come direzione del nostro cammino. Quello di ognuno di noi.

Antonella Montano

BIBLIOGRAFIA

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