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La violenza sugli animali

La violenza sugli animali

Photo by Chaz McGregor on Unsplash

La parola “LINK”, in ambito psicologico e criminologico, sta a indicare la forte correlazione fra maltrattamento e/o uccisione di animali, violenza interpersonale e altre condotte devianti, antisociali e/o criminali (per esempio omicidio, stalking, violenza domestica, spaccio, rapina, truffa, crimini rituali). A supporto di quanto appena detto, circa il legame esistente tra le varie forme di violenza e condotte riprovevoli, sono stati sviluppati, a partire dagli anni Sessanta, innumerevoli studi che proseguono ancora oggi in diversi ambiti disciplinari quali psicologia, criminologia. La violenza condotta sugli animali, secondo tali studi, è interpretabile come sintomo di una potenziale situazione patologica e/o fenomeno predittivo di contemporanei e/o successive condotte devianti, antisociali o criminali.

A conferma di quanto detto basti visionare la biografia dei serial killer più famosi della storia per rendersi conto di quanto questo sia vero: Jeffrey Dahmer, rinchiuso in carcere per un tempo superiore ai mille anni per aver non solo ucciso, ma anche per stuprato e infine mangiato le sue vittime, aveva anche la malsana abitudine di collezionare i cadaveri di piccoli roditori da lui stesso decapitati; Albert De Salvo, chiamato anche lo strangolatore di Boston, passato allo storia per l’omicidio di 13 donne e per gli innumerevoli stupri di cui venne ritenuto colpevole, fin da piccolo ha mostrato piacere nel torturare gli animali.

Per quanto riguarda la violenza sugli animali come sintomo di una situazione esistenziale patogena, c’è da fare riferimento al caso dei minori. In Italia, secondo uno studio del CNR, il 16,7% dei ragazzi di età compresa tra i 9 e 18 anni hanno compiuto atti di violenza su animali una volta nella vita. I bambini che mostrano condotte aggressive contro gli animali sono generalmente vittime di altre violenze che vengono loro inflitte dalle principali figure di riferimento, per cui conseguentemente spostano la loro aggressività controreattiva sugli animali. Essendo cresciuti in un ambiente scarsamente affettivo, caratterizzato dalla presenza di violenza, questi bambini non hanno avuto modo di sviluppare alcuna capacità empatica, dimostrandosi così incapaci di comprendere gli stati d’animo altrui. Difatti i minori che si dimostrano in grado di commettere sevizie sugli animali presentano un forte senso di impotenza e di inferiorità, atteggiamenti associabili a mancanza di empatia. Anche in contesti familiari sani dal punto di vista affettivo, dove non compaiono episodi di esplicita violenza, è necessario non trascurare l’educazione dei bambini al rispetto degli animali, essenziale per lo sviluppo del sentimento di empatia e di altruismo.

Per quanto riguarda la violenza sugli animali come fenomeno predittivo di contemporanei e/o successive condotte devianti, antisociali o criminali, l’aggressività contro gli animali è considerata uno dei possibili criteri diagnostici del Disturbo reattivo dell’attaccamento e Disturbo della Condotta nell’infanzia e adolescenza. La presenza di questi disturbi interferisce con la crescita emotiva, psicologica e relazionale del bambino; non sorprende infatti che in genere il disturbo della condotta, con tutte le conseguenze che comporta, si evolva in età adulta nel disturbo antisociale.

Questo disturbo è caratterizzato da una vera e propria incapacità a conformarsi alle norme, con conseguente violazione dei diritti degli altri e messa in atto di attività illegali. Difatti i comportamenti antisociali hanno un effetto dirompente non solo a livello individuale ma anche a livello sociale. Data l’alta probabilità di associazione tra la violenza sugli animali e quella sugli esseri umani, si è disposta negli ultimi anni l’urgenza di delineare il profilo zooantropologico criminale del maltrattore e/o uccisore di animali. Il primo organo a muoversi lungo questa linea è stato l’FBI, che ha addirittura creato delle sezioni speciali di polizia il cui compito è quello di individuare un collegamento tra quel comportamento e gli episodi di devianza sociale e di criminalità, elevando il maltrattamento degli animali da semplice indicatore di pericolosità sociale a “Top Crime”, meritando quindi una specifica categoria di classificazione nel database nazionale dei crimini. Negli U.S.A. dal 2016 tutte le segnalazioni di maltrattamento e/o uccisione di animali rilevate in ognuno dei 50 stati confluiscono nel National Incident-Based Reporting System (N.I.B.R.S.) in cui il maltrattamento di animali viene classificato come “Crimine Contro la Società”.
In Italia, all’interno del Corpo Forestale dello Stato, è stato istituito il Nucleo Investigativo per i Reati in Danno agli Animali (N.I.R.D.A.), che si occupa delle attività di contrasto ai reati di maltrattamento degli animali.

 

Riferimenti

“https://www.link-italia.net/wp-content/uploads/2016/05/Scarica-in-PDF-il-REPORT-DICEMBRE-2016.pdf”

 

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Cristina Marzano - Psicologa - Psicoterapeuta - Istituto Beck
Psicologa, Dottore di Ricerca (PhD) in Psicologia Cognitiva, Psicofisiologia e Personalità, e Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. E’ docente interno dell’Istituto A.T. Beck per le sedi di Roma e Caserta. Conduce gruppi di Dialectical Behavior Therapy (DBT). Le principali aree di interesse sono l’insonnia, il disturbo ossessivo-compulsivo, i disturbi associati al Trauma. E’ iscritta all’Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione (AISTED).
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