L’insostenibile pesantezza del lavoro di cura

Lavoro di cura

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Con caregiver informali ci si riferisce a coloro che si prendono cura, gratuitamente e per vincolo familiare o affettivo, di un parente non autosufficiente in quanto anziano, ammalato o disabile. La quarantena forzata dovuta alla pandemia di Covid-19 ha, paradossalmente, scoperchiato questo mondo seminascosto di 8 milioni di persone (dei quali neanche un milione è costituito da assistenti familiari domiciliari: collaboratrici domestiche meglio conosciute come badanti). Se, da una parte, con i primi Dpcm[1] l’attività di alcuni servizi per anziani e disabili veniva sospesa, dall’altra i genitori di figli con disabilità grave vedevano incrementarsi i congedi parentali straordinari di una manciata di giorni.

Ma le incombenze che pesano sui prestatori di cure e assistenza ai familiari, per lo più donne[2], sono molteplici e vanno dalla preparazione e somministrazione di pasti e farmaci, alla pulizia personale e della casa; dalla sorveglianza, al disbrigo delle questioni amministrativo-burocratiche, come il ritiro delle ricette, il pagamento delle bollette, l’accompagnamento del congiunto negli uffici pubblici o in ospedale per le visite mediche, la richiesta e l’acquisto di protesi e via dicendo. Mansioni da cui non solo non è possibile prendersi una vacanza, ma che vanno a complicare la già precaria conciliazione femminile dei tempi di vita familiare e professionale, rendendo spesso necessario a queste mogli, madri, figlie, sorelle e nuore lasciare l’impiego “ufficiale”. E alle quali si sono aggiunte, nell’ultimo anno, la pesantezza della solitudine e la pandemic fatigue, termine coniato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per indicare la sensazione di stanchezza e sfinimento dovuta alla pandemia.

Le conseguenze sono riassumibili nella cosiddetta sindrome di burden, simile ma meno nota di quella del burn-out[3]: il burden o carico del caregiver consiste in un sovraccarico fisico ed emotivo dovuto allo stress costante cui si è sottoposti nell’assistere un parente gravemente malato o disabile e può manifestarsi con sintomi quali insonnia, irritabilità, rabbia e frustrazione, senso di colpa e depressione. Una condizione che, se protratta, inevitabilmente e negativamente influisce anche sulla persona accudita. Per gestire la tensione, le somatizzazioni dello stress e il dolore, il caregiver potrebbe fare ricorso a strategie di fronteggiamento non sempre funzionali, come abusare di farmaci e psico-farmaci, soprattutto nei casi in cui vive da solo con la persona da assistere e manca di un adeguato supporto economico e relazionale. Fino ad ammalarsi a sua volta, lasciando da solo l’anziano o la persona con disabilità che dipende totalmente dal suo aiuto, grave fattore di rischio di emarginazione sociale[4].

A differenza di chi svolge attività di assistenza e cura nell’ambito di strutture ospedaliere, residenziali o semi-residenziali dedicate ad anziani e disabili, i caregiver informali di rado possono accedere a interventi di prevenzione del burn out sistematici e organizzati, specificatamente pensati per chi svolge una professione di aiuto. Ma si può provare a ricucirsi degli spazi e del tempo solo per sé svolgendo, ad esempio, un’attività sportiva o meditativa e a ritrovare una dimensione di socialità, cercando e partecipando a gruppi di supporto e confronto per familiari di persone malate o disabili, se attivi nel proprio territorio; o contemplando la possibilità d’intraprendere un percorso di sostegno psicologico, privatamente o presso i servizi di salute mentale locali.

 

Bibliografia

  • Au, A., Lai, M-K., Lau, K-M., Pan, P-C., Lam, L., Thompson, L., Gallagher-Thompson, D., 2009. Social support and well-being in dementia family caregivers: the mediat- ing role of self-efficacy. Aging Ment. Health 13 (5), 761–768.
  • Coen, R.F., Swanwick, G.R.J., O’Boyle, C.A., Coakley, D., 1997. Behaviour disturbance and other predictors of carer burden in Alzheimer’s disease. Int. J. Geriatr. Psych. 12 (3), 331–336.
  • De Vita L. (2019) La conciliazione dei tempi di vita e di lavoro per i nuovi professionisti: alcune evidenze empiriche, Sociologia e Ricerca Sociale, pp. 161-181.
  • De Vita L., Alfano I. (2017) “I nuovi professionisti: condizioni di lavoro identità professionale e ricerca di rappresentanza“, in Quaderni di Rassegna Sindacale. Lavori, 1- 2017, pp. 73-90.
  • Gold, D.P., Cohen, C., Shulman, K., Zucchero, C., Andres, D., Etezadi, J., 1995. Caregiving and dementia: predicting negative and positive outcomes for caregivers. Int. J. Aging Hum. Dev. 41 (3), 183–201.
  • Indagine sui bisogni dei caregiver di persone con sclerosi tuberosa. Report di ricerca”, Politiche Sociali ai sensi della lett. f) della L. 383/2000 – Linee di indirizzo 2015, www.sclerosituberosa.org.
  • ISTAT, Indagine “Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia e nell’Unione europea”, 2015.
  • Ricerca Censis-Aima (2016) L’impatto economico e sociale della malattia di alzheimer: rifare il punto dopo 16 anni. Sintesi dei risultati, Roma.
  • Zarit, S., Todd, P., Zarit, J., 1986. Subjective burden of husband and wives as care- givers: a longitudinal study. Gerontol. Soc. Am. 26, 260–266.

[1]   Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri.

[2]   Come da risultati di un’Indagine Multiscopo ISTAT del 2010, consultabile al link: https://www.istat.it/it/archivio/186843.

[3] Per ulteriori approfondimenti in proposito, si rinvia agli articoli: https://www.istitutobeck.com/beck-news/motivazione-al-lavoro e https://www.istitutobeck.com/beck-news/il-burnout-quale-soluzione.

[4]   Come pure rappresenta un problema, in questo periodo, la separazione dei caregiver informali dai propri assistiti, qualora questi ultimi si ammalino e vengano ricoverati in ospedale per Coronavirus: alcune realtà ospedaliere, su appello di familiari ed associazioni operanti nel mondo della disabilità, stanno pensando e predisponendo percorsi e protocolli ad hoc affinché i caregiver possano continuare ad affiancare i familiari disabili, anche in terapia intensiva.

Autore/i dell’articolo

Roberta Borzì
Psicologa, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Vanta esperienza clinica in ambito adulto, e si occupa prevalentemente di tutti i disturbi d’ansia, disturbo ossessivo-compulsivo, problematiche sessuali, disturbi di personalità con la Schema Therapy, in cui è formata attraverso training specifici e supervisione con esperti del settore. Ha anche conseguito entrambi i livelli della formazione in EMDR. Socio AIAMC (Associazione Italiana di analisi e modificazione del comportamento e Terapia Comportamentale e Cognitiva.) e membro ISST (International Society of Schema Therapy).
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