Le traiettorie evolutive del disturbo evitante di personalità

Le traiettorie evolutive del disturbo evitante di personalità

Photo by Priscilla Du Preez on Unsplash

Nelle precedenti news ho delineato il funzionamento e gli stati mentali del Disturbo Evitante di Personalità (DEP), in questa andrò ad approfondire le traiettorie evolutive.

Ad oggi non esistono studi scientifici di rilievo che possano identificare con assoluta certezza gli elementi necessari a sviluppare un DEP.

Un’ipotesi è che la persona sia cresciuta in una famiglia nella quale si attribuiva molta importanza alle opinioni e alle impressioni delle persone esterne e in cui veniva esortata a coltivare un’immagine sociale ammirevole.

Le imperfezioni visibili erano motivo di grande umiliazione e vergogna, non solo per la persona, ma anche per la famiglia. A causa dei suoi supposti limiti o diversità, il bambino poteva essere allontanato, lasciato solo, talvolta persino schernito, deriso, umiliato.

La famiglia, nonostante fosse il luogo dei rifiuti o delle ridicolizzazioni, trasmetteva il messaggio che era la fonte principale di sostegno per la persona.

Gli individui esterni alla famiglia venivano descritti e raffigurati come inclini a rifiutare e deridere. “Hai dei difetti e non piacerai a nessuno fuori di qui, stai con noi che sei al sicuro”, questo il messaggio inculcato dalla famiglia all’evitante (Benjamin, 1999).

Come mostrato da alcuni ricercatori, le interazioni precoci con i genitori rappresentano un importante fattore eziologico: gli studi suggeriscono che le persone con disturbo evitante durante l’infanzia hanno percepito i genitori come meno affettuosi, più respingenti, distanzianti e generatori di sensi di colpa e meno incoraggianti. Inoltre, può emergere una storia di abbandono, abuso, cure minori o iperprotezione.

Grazie alla letteratura scientifica e ai vari studi condotti, sappiamo che un bambino può sviluppare l’ipervigilanza come strategia di coping quando un genitore è inaccessibile o incoerente, e questa ipervigilanza può, quindi, estendersi ad altre situazioni sociali.

Ripetute esperienze negative con i genitori potrebbero indurre il bambino ad aspettarsi interazioni spiacevoli o angoscianti, e quindi a evitare le relazioni interpersonali come strategia di coping.

Nel tempo, questa diventa la strategia predefinita e il conseguente isolamento sociale predispone, a sua volta, a un maggiore disagio emotivo (Lampe, Malhi, 2018).

DEP e maltrattamento

La precoce manifestazione del DEP sembrerebbe associata a svariate forme di maltrattamento subite durante l’infanzia, in particolar modo ad abuso sessuale, emotivo, grave trascuratezza e ad abuso fisico (Tyrka et al., 2009).

Nello specifico, l’abuso sessuale infantile sembrerebbe un aspetto rilevante da cui, in seguito, la persona con DEP si distanzierebbe attraverso l’uso pervasivo di strategie di evitamento e distacco (Hageman et al., 2015; Lobbestael et al., 2010).

Anche l’abuso emotivo parrebbe essere un fattore fortemente implicato nello sviluppo del disturbo evitante. Diversi autori hanno riscontrato una forte associazione tra ripetuti abusi emotivi subiti nell’infanzia e nell’adolescenza e DEP, oltre a una connessione tra tali abusi e una bassa autostima (Gibb et al., 2001; Kaplan, Pelcovitz, Labruna, 1999).

Un fattore estremamente rilevante nello sviluppo del DEP risulta essere il neglect, ossia il mancato soddisfacimento dei bisogni psicologici e/o fisici del bambino da parte dei caregivers. Diversi studi hanno, infatti, mostrato una significativa associazione tra storie di trascuratezza infantile e sintomi del disturbo evitante (Joyce et al., 2003; Gibb et al., 2001).

Infine, il disturbo evitante farebbe da mediatore tra PTSD e alcuni esiti clinici: le persone traumatizzate con DEP in associazione avrebbero più episodi di autolesionismo non suicidario (Gratz, Tull, 2012).

 

Riferimenti

  • Benjamin, L.S. (1999). Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità. Las, Roma.
  • Dimaggio, G., Montano, A., Popolo, R., Salvatore, G. (2013). Terapia metacognitiva interpersonale dei disturbi di personalità. Raffaello Cortina, Milano.
  • Dimaggio, G., Ottavi, P., Popolo, R., Salvatore, G. (2019). Corpo, immaginazione e cambiamento. Terapia metacognitiva interpersonale. Raffaello Cortina, Milano.
  • Dimaggio, G., Semerari, A. (2003). I disturbi di personalità. Modelli e trattamento. Editori Laterza, Bari-Roma.
  • Gibb, B.E., Wheeler, R., Alloy, L.B., Abramson, L.Y. (2001). Emotional, physical, and sexual maltreatment in childhood versus adolescence and personality dysfunction in young adulthood. Journal of Personality Disorders, 15:505-515.
  • Gratz, K.L., Tull, M.T. (2012). Exploring the relationship between posttraumatic stress disorder and deliberate self-harm: The moderating roles of borderline and avoidant personality disorders. Psychiatry Research, 199(1):19-23.
  • Hageman, T.K., Francis, A.J.P., Field, A.M., Carr, S.N. (2015). Links between Childhood Experiences and Avoidant Personality Disorder Symptomatology. International Journal of Psychology and Psychological Therapy, 15(1):101-116.
  • Joyce, P.R., McKenzie, J.M., Luty, S.E., Mulder, R.T., Carter, J.D., Sullivan, P.F., et al. (2003). Temperament, childhood environment and psychopathology as risk factors for avoidant and borderline personality disorders. The Australian and New Zealand Journal of Psychiatry, 37:756-764.
  • Kaplan, S.J., Pelcovitz, D., Labruna, V. (1999). Child and adolescence abuse and neglect research: A review of the past 10 years. Part I: Physical and emotional abuse and neglect. Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry, 38:1214-1222.
  • Lampe, L., Malhi, G.S. (2018). Avoidant personality disorder: current insights. Psychology Research and Behavior Management, 11:55-66.
  • Lobbestael, J., Arntz, A., Bernstein, D.P. (2010). Disentalgling the relationship between different types of childhood maltreatment and personality disorders. Journal of Personality Disorders, 24(3):285-295.
  • Montano, A., Borzì, R. (2019). Manuale di intervento sul trauma. Comprendere, valutare e curare il PTSD semplice e complesso. Erickson, Trento.
  • Tyrka, A.R., Wyche, M.C., Kelly, M.M., Price, L.H., Carpenter, L.L. (2009). Childhood maltreatment and adult personality disorder symptoms: Influence of maltreatment type. Psychiatry Research, 165(3):281-287.

Altri riferimenti

Autore/i dell’articolo

Dott. De Gabrielis Gabriele
Psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, psicoterapeuta TMI (Terapia Metacognitiva Interpersonale). Ha conseguito il I livello della formazione in EMDR. Ha svolto la sua attività in diversi contesti: strutture semiresidenziali, centri clinici, U.O.C. Tutela Salute Donna ed Età Evolutiva – ASL Roma 2, U.O.C. Psichiatria – Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma. Da anni si dedica allo studio dei sistemi motivazionali nell’ottica cognitivo-evoluzionista contribuendo, attraverso diverse ricerche, allo sviluppo della Teoria Evoluzionistica della Motivazione (TEM). Attualmente collabora in qualità di psicologo e psicoterapeuta presso l’Istituto A.T. Beck di Roma.
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