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Malinconie del post-partum: come riconoscerne le diverse manifestazioni

Malinconie del post-partum

Photo by Volkan Olmez on Unspash

Premessa

Quotidianamente fatti di cronaca ci riportano notizie relative ad episodi di depressione post-partum a seguito dei quali mamme, da poco diventate tali, compiono atti di violenza estrema nei confronti di se stesse e dei loro bambini. Il più recente è stato il caso di Pina Orlando, una donna di 38 anni che si è lanciata nel Tevere portando con sé le sue due gemelline di quattro mesi, i cui corpicini non sono stati ancora ritrovati.

Tuttavia, vi è poca chiarezza sulla natura del fenomeno psicologico. Superficialmente, siamo soliti definire ‘depressione post-partum’ tutte le differenti manifestazioni di riadattamento dopo il parto. Esistono, invece, diverse realtà, ognuna delle quali può essere affrontata con interventi mirati ed efficaci qualora vengano riconosciute e gestite per tempo.

In generale, ogni donna necessita di tempo per allontanare l’immagine del bambino che ha portato in grempo, prima di concentrarsi sul bambino reale che ha partorito. Durante questo processo cambiamenti umorali, mutamenti del corpo, la ‘ricostruzione’ di un nuovo equilibrio di coppia, divenuta genitoriale, rappresentano aspetti estremamente complessi che richiedono un’elaborazione psicologica non di lieve entità.

In cosa consiste il Baby-blues

La nascita di un bambino è un evento comunemente associato a sentimenti di felicità e gioia. Esso, pur essendo certamente caratterizzato da tali sentimenti, può altresì implicare un vissuto più complesso, fatto di un’alternanza di sfumature emotive che vanno da momenti di contentezza a quelli di tristezza, da attimi di tranquillità a quelli di ansia intensa, da sensazioni di serenità alla voglia di piangere senza motivo alcuno, da percezioni di forza a quella di affaticamento, ecc. Nel complesso, si ha l’impressione che, nonostante la gioia di un figlio fortemente voluto, non si è del tutto felici ma, al contrario ci si percepisce inadeguate e incapaci di giustificare i propri sentimenti che appaiono “immorali”.

Circa il 60%-80% delle neomamme sperimentano questo stato di baby-blues, il cui termine, di origine inglese, sta ad indicare una tipica “malinconia delle puerpere”. Esso è originato dai forti cambiamenti ormonali, da variazioni fisiche, psichiche ed emozionali di grande intensità. L’insorgenza si colloca intorno al terzo giorno dopo il parto ed i sintomi, seppure spiacevoli, tendono a scomparire nel giro di poche settimane.

Tra i sintomi più significativi troviamo:

  • Insonnia
  • Mncanza di energie
  • Disappetenza
  • Stanchezza
  • Ansia
  • Sfiducia
  • Tristezza
  • Pianto senza apparente ragione
  • Irritabilità/nervosismo
  • Ipersensibilità
  • Sensazione di essere vulnerabili
  • Angoscia indefinita

Cosa fare in questo caso?

È importante prenderne consapevolezza per evitare di lasciarsi sorprendere ed affossare da vergogna, sesnso di colpa e timori relativi all’eventualità di fare del male al proprio bambino. L’esperienza del parto può far sentire la donna stanca, triste, particolarmente bisognosa di attenzioni. Non è ridicolo. È normale che succeda dopo che il proprio corpo ha subito uno sconvolgimento ed uno sforzo straordinari, ed è proprio l’organismo che può giocare tale scherzo a causa delle numerose sostanze che vi circolano.

È opportuno, dunque,accettare il sopraggiungere di certe emozioni, riposare a sufficienza, ricordarsi di dedicare ogni giorno un po’ di tempo alla cura di se stesse, fare attenzione all’alimentazione e al rischio di “quarantena”, lasciare andare le cose non essenziali delegando lavori domestici o impegnativi, cercare ed accettare l’aiuto di altre madri o persone non giudicanti, ed infine, guardare intensamente il proprio bambino/a per rendersi conto della ricchezza che può apportare alla propria esistenza.

Quando si può parlare di depressione post-partum

Decisamente inferiore, rispetto alla prima, è la percentuale di neomamme che soffre di depressione post-partum (dal 3% al 20%). Essa, a differenza della prima, può durare da poche settimane fino a molti mesi dopo la nascita. Oltre ai cambiamenti ormonali e fisiologici devono essere presenti, affinchè esordisca, altre cause, come ad esempio: fattori economici, sociali, interpersonali; non di rado si rilevano anche una relazione di coppia instabile o conflittuale, struttura familiare caotica, ecc.

I sintomi sono assimilabili a quelli del Baby-blues, ma l’intensità e la durata con cui si manifestano è clinicamente significativa. Si riscontrano in aggiunta: mal di testa, disperazione, indifferenza o eccessiva apprensione per il bambino, attacchi d’ansia, pensieri bizzarri (che potrebbero implicare anche idee suicidarie), alterazioni dell’umore intensi, scarsa capacità di concentrazione, ricerca dell’isolamento, aumento del bisogno di dormire. Gli stati emotivi appena citati influenzano la capacità materna di cogliere e rispondere in modo sensibile ai segnali del bambino (Murray et al,1996): la neomamma è, infatti, meno capace di instaurare un interscambio di comportamenti e di emozioni con il proprio bambino, riportando difficoltà di interazione ed attaccamento. Si fa presente che l’interscambio è stato valutato come essenziale per un’efficace simbiosi madre-bambino, capace di prevenire le conseguenze a lungo termine sullo sviluppo cognitivo, sociale ed emotivo del bambino.

Cosa fare in questo caso?

Solo una bassa percentuale delle donne depresse verbalizza i propri sentimenti a qualcuno in quanto se ne vergogna, non si sente meritevole di sostegno e percepisce che tutte le attenzioni sono riservate al neonato. In questi casi, è fondamentale cercare il confronto con qualcuno che possa valutare oggettivmente il grado di perdita di controllo della situazione e che possa intervenire con conoscenze e competenze professionali valide.

Quando si può parlare di psicosi puerperale

Solo l’1% delle donne che ha partorito manifesta questa condizione che, solitamente, insorge nel primo mese. Si tratta di un’emergenza medica che esige una ricerca d’aiuto immediata, la somministrazione di farmaci ed eventualmente la necessità di un’ospedalizzazione.Sintomi quali rifiuto di mangiare, ipereccitazione, perdita di memoria, allucinacioni, irritabilità, incoerenza e stanchezza devono essere gestite in tempo per poter scongiurare il rischio suicidario, di infanticidio o di entrambi.

Cosa fare in questo caso?

Difficilmente la donna si rende conto della sua condizione in quanto essa sperimenta una vera e propria perdita del senso di realtà, pertanto è fondamentale che la rete sociale intorno ad essa (familiari ed amici) si accorgano di essa e se ne facciano carico segnalandone il pericolo.

 

Riferimenti

  • Balaskas J, Gordon J. (2010) “Avremo un bambino”, Red Edizioni: Milano
  • Honegger Fresco G., Valpiana T. (2013) “Abbiamo un bambino. Guida per i nuovi genitori”, Edizioni Del Baldo: Verona
  • Kitzinger Sheila (2009) “Il bambino. L’attesa e la nascita”, Mondadori: Milano
  • Murray L., Fiori-Cowley, A., Hooper R. (1996a) “The impact of postnatal depression and associated adversity on early mother-infant interactons and later infant outcome”. Child Development, 67, 2512-2526.

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Fantacci Chiara
Psicologa Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Iscritta all’Ordine degli Psicologi della Regione Lazio dal 15/10/2012 n. 19486.Esperta nel settore dei disturbi in età evolutiva e, in particolare, nell’attività diagnostica finalizzata all’individuazione di aspetti sintomatologici che possano rallentare e/o interferire con il benessere di natura psicologica ed emotiva del bambino. Si occupa, inoltre, del trattamento e di fornire sostegno psicologico a genitori ed insegnanti implicati nel processo di crescita del paziente. Ha conseguito il primo livello di formazione in EMDR e secondo livello in Terapia Metacognitiva Interpersonale dei Disturbi di Personalità.
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