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Maltrattamento infantile e delinquenza: come prevenire la manifestazione di tale connessione grazie a fattori protettivi quali la scuola, la famiglia e la collettività

Maltrattamento infantile

Photo by Trym Nilsen on Unsplash

Premessa

In un recente studio pubblicato in data maggio 2019 dalla BMC Public Health si è analizzato il ruolo ricoperto da fattori protettivi (negli ambiti di vita quotidiana, quali: famiglia, scuola, vicinato, ecc.) nel prevenire e/o interrompere il manifestarsi di comportamenti violenti e delinquenziali in tutti quei soggetti in età evolutiva che hanno subito abuso e maltrattamento infantile.

Lo studio è stato effettuato nei gli Stati Uniti, dove nove bambini su mille (di età compresa tra i 0 e 17 anni) hanno subito qualche forma di maltrattamento o abuso da parte di una figura di accudimento. Si è avuto riscontro che queste esperienze di maltrattamento hanno un influenza negativa sul benessere psicofisico dei bambini impoattando sulla loro salute fisica, emotiva, sul rendimento scolastico, sulla capacità di garantirsi una stabilità economica e, comunque, sul corso della vita nella misura più amplia del termine.

Sebbene non tutti i soggetti che abbiano sperimentato questo tipo di esperienza infantile, incorrano poi nell’esplicitazione di comportamenti delinquenziali (in adolescenza ed età adulta) si è rilevato che un’alta percentuale di giovani coinvolti nel sistema di giustizia minorile, riporta esperienze di maltrattamento.

L’ipotesi che ha sostenuto la realizzazione di questo studio si basa sull’idea che i giovani con esperienza di maltrattamento infantile privi di alcuni importanti fattori protettivi sarebbero più propensi ad intraprendere comportamenti violenti e delinquenziali. Tali fattori ne prevengono la manifestazione in quanto:

  • il sostegno di familiari, insegnanti, amici, consente il delinearsi di uno sviluppo prosociale, dunque più “sano”
  • la tendenza a trascorrere il tempo in modo più strutturato, sotto la supervisione di adulti o amici prosociali inducono il ragazzo ad evitare di cogliere tutte quelle opportunità connotate in senso delinquenziale e/o criminale.

Evidenze scientifiche hanno dimostrato la potenzialità che alcuni fattori di coesione sociale hanno nel processo di interruzione della causalità tra maltrattamento e comportamento “offensivo”. Nello specifico, elenchiamo alcuni dei fattori che sono in grado di mediare il legame considerato:

  • in ambito familiare: una relazione positiva con una o entrambe le figure genitoriali
  • in ambito amicale: relazioni con coetanei non coinvolti abitualmente in comportamenti disfunzionali
  • in ambito scolastico: la tendenza ad esplicitare disapprovazione nei confronti di comportamenti antisociali
  • bassi livelli di criminalità nel quartiere di appartenenza
  • ecc.

Per quanto riguarda il metodo adottato nello studio si riporta che i dati fanno riferimento ad uno studio longitudinale nazionale sulla salute dell’adulto con un campione rappresentativo a livello nazionale di adolescenti statunitensi tra i 7 e i 12 anni di età.

Viene adottatata come variabile indipendente quella relativa alle esperienze passate di maltrattamento e/o abuso, come variabile dipendente la manifestazione di comportamenti delinqunziali o violenti. Cinque sono le valiabili che si ipotizza siano in grado di moderare tale connessione causale: la qualità della relazione genitore-figlio, la quantità di tempo trascorso con gli amici, la disponibilità scolastica e l’efficacia collettiva garantita dal vicinato.

In conclusione, dall’analisi svolta su un campione rappresentativo a livello nazionale statunitense, si evince che fattori quali l’impegno soclastico, i rapporti qualitativamente adeguati con le figure genitoriali e un senso di efficacia collettiva di vicinato risultano essere decisamente protettivi rispetto all’eventualità che il soggetto manifesti comportamenti delinqueziali e violenti. Tale evidenza si è dimostrata valida sia per i ragazzi che hanno subito maltrattamento, sia per quelli che non ne sono stati vittima. Al contrario, non è emersa alcuna prova a favore dell’ipotesi che il tempo trascorso con i pari possa essere considerato un fattore protettivo in tal senso.

È importante sottolineare che non si è rilevata alcuna prova relativa all’eventualità che gli effetti protettivi esplicitati possano variare a seconda del sesso, della razza/etnia o orientamento sessuale dei soggetti presi in esame, rassicurandoci sul fatto che i fattori protettivi implicati sono importanti per tutti i giovani, non solo per alcuni giovani.

L’utilità di questo recentissimo studio sta nel raccomandare, basandosi su evidenze scientifiche corroborate da dati statisticamente rilevanti, ai professionisti del settore della salute la necessità di indirizzare molte delle risorse disponibili ad incrementare la presenza dei fattori protettivi sia a favore dei giovani in generale che per coloro che ne hanno più bisogno a causa di esperienze passate traumatiche. Lo scopo ultimo sarebbe quello di prevenire l’esplicitazione comportamenti delinquenziali, violenti e criminali e ridurre le recidive per i soggetti già rcoinvolti nel sistema giudiziario. Promuovere un sano sviluppo giovanile ha senz’altro effetti positivi anche sull’incrementare la sicurezza pubblica e ridurre i costi pubblici.

 

  • Riferimenti: Wilkinson A., Lantos H., McDaniel T., Winslow H. (2019), Disrupting the link between maltreatment and delinquency: how school, family, and community factors can be protective, BMC Public Health, 19:588.
  • U.S. Department of Health and Human Services (2016; 2018), Administration for Children and Families, Children’s bureau. Child maltreatment.
  • Goodkind S, Shook JJ, Kim KH, Pohlig RT, Herring DJ. (2013) From child welfare to juvenile justice: race, gender, and system experiences. Youth Violence Juv Justice;11(3):249–272.
  • Hawkins JD, Weis JG. (1985) The social development model: an integrated approach to delinquency prevention. J Prim Prev. ;6

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Fantacci Chiara
Psicologa Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Iscritta all’Ordine degli Psicologi della Regione Lazio dal 15/10/2012 n. 19486.Esperta nel settore dei disturbi in età evolutiva e, in particolare, nell’attività diagnostica finalizzata all’individuazione di aspetti sintomatologici che possano rallentare e/o interferire con il benessere di natura psicologica ed emotiva del bambino. Si occupa, inoltre, del trattamento e di fornire sostegno psicologico a genitori ed insegnanti implicati nel processo di crescita del paziente. Ha conseguito il primo livello di formazione in EMDR e secondo livello in Terapia Metacognitiva Interpersonale dei Disturbi di Personalità.
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