Maschio o femmina? Intersex!

Maschio o femmina? Intersex!

Maschio femmina intersex

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Cos’è l’intersessualità?

Intersessualità o intersex, sono due termini intercambiabili che descrivono una condizione medica caratterizzata alla nascita da genitali ambigui, cioè non ben categorizzabili nella classificazione binaria maschio o femmina. Gli esperti affermano che i bambini che nascono con tratti intersex sono tra il 0,05% e il 1,7% della popolazione.

Le persone intersessuali non sono persone malate, solo perché non definibili in un sistema binario che domina la nostra cultura e società. A parte qualche caso specifico, la loro condizione gli permette di vivere una vita normale e senza nessun rischio per la propria salute, anche se spesso vi è la necessità di integrazioni di ormoni.

Intersex è un termine convenzionalmente utilizzato per definire tutte quelle situazioni relative ad un’atipicità dei genitali esterni, ma questo risulta essere riduttivo rispetto alla molteplicità di variazioni possibili che interessano non solo atipicità dell’aspetto esterno dei genitali, ma anche degli organi interni. Per questo, nel 2006 il Consensus Statement ha stabilito, in ambito clinico, di utilizzare la definizione Disordine dello sviluppo sessuale (DSD), in cui vengono racchiuse una serie di anomalie genetiche degli organi del sistema riproduttivo e del tratto urogenitale, che vengono suddivise in 3 grandi gruppi: 46XY DSD; 46XX DSD; DSD con anomalie del cariotipo di cui fanno parte le seguenti sotto categorie: sindrome di Turner 45X, sindrome di Klinefelter 47XXY, forme miste e il chimerismo. La terminologia DSD non è molto apprezzata, soprattutto per il termine “disordine” e quindi si preferisce sostituirlo con Variazione delle caratteristiche del sesso (VCS), poiché il termine “variazione” è inclusivo di tutte le condizioni di intersessualità e predispone ad un messaggio “body positive”

La nascita di un bambino intersex

Quando ci si prepara alla nascita di un figlio si è concentrati spesso sul sesso del nascituro, per poter scegliere il nome, colorare e preparare la cameretta di rosa o di azzurro, poter scegliere il corredino del piccolo in base al sesso, preparare il baby shower la festa per annunciare a famigliari ed amici se sarà un maschio o una femmina. Il bambino nasce e tutto quello che la coppia genitoriale aveva costruito intorno al sesso biologico del nascituro, crolla. Arrivano messaggi dai nonni, zii, famigliari ed amici: “Allora è maschio?”, “Ma è femmina?’, “Come si chiama?”, non è facile dar risposta a queste domande quando il sesso del neonato non rientra in quel binarismo a cui siamo abituati, “maschio o femmina”.

Non è solo un problema legato al contesto famigliare, amicale e sociale, di come presentare il nascituro agli altri, ma è un problema anche istituzionale in quanto il genitore deve iscrivere il neonato all’anagrafe definendo il sesso biologico e il nome.

I genitori si trovano ad affrontare questo momento con grosse difficoltà perché caratterizzato da emozioni di vergogna, senso di colpa, preoccupazione che il figlio sia malato e per come potrà essere la sua vita futura. Con le nuove tecniche diagnostiche di oggi, in alcuni casi, si può prevedere questa situazione clinica in fase di gestazione e prepara i genitori ad affrontarla in modo più consapevole ed informato, ma non è sempre prevedibile, e comunque il dilemma più grande che devono affrontare i genitori alla nascita del loro figlio intersex è decidere se far effettuare o no una chirurgia genitale di normalizzazione di una situazione ritenuta atipica. Ovviamente questo aspetto viene affrontato insieme ai medici che studiano il cariotipo del bambino per determinare il sesso cromosomico ed effettuano analisi ormonali e genetiche per classificare il tipo di DSD.

Per tutta la metà del ‘900, ed ancora fino a pochi anni fa in alcuni Stati, la soluzione alla condizione intersessuale era solo quella di effettuare interventi di chirurgia genitale precoce di correzione e normalizzazione con fini quasi esclusivamente estetici. Questi interventi chirurgici seguivano dei protocolli medici della Gender Identity Clinic strutturati dallo psico-sessuologo John Money e doveva essere effettuato entro i 2 anni di età, trascurando aspetti fisiologici e psicologici della persona. Effettuare questi interventi chirurgici in età precoce serviva per definire il sesso del bambino nel binarismo convenzionale, senza tener conto dell’esposizione psicologica a vissuti fortemente traumatici che il piccolo doveva subire, il dolore fisico, la continua esposizione delle parti intime, il sentirsi difettati, e conseguenze a lungo termini quali il non provare piacere o il non poter avere una vita sessuale in età adulta o il non riconoscersi nel sesso assegnato.

È importante ricordare, che fino agli anni ’50, gli interventi precoci sui bambini intersex avevano sia lo scopo di “normalizzare” ma anche di evitare una potenziale omosessualità, in quanto lasciare la libertà di corpi non definiti in un’identità di genere sociale binaria poteva far ipotizzare una rischiosa tendenza all’omosessualità. Ovviamente questa necessità era legata ad una cultura sessista e omofobica dell’epoca perché è evidente che l’orientamento sessuale di una persona non può essere definito e semplificato in un confezionamento estetico del sesso.

Alcuni studi hanno evidenziato come alcuni bambini che hanno avuto un intervento precoce di chirurgia genitale di normalizzazione, si sentono cisgender, cioè si riconoscono in età adolescenziale e adulta nel sesso ricostruito sentendosi in sintonia con il sesso e il genere che gli è stato assegnato.

Gli stessi studi però ci conferma, come molti altri bambini intersex in età adolescenziale o adulta non si riconoscono con l’identità sessuale ricostruita e con l’identità di genere acquisita da piccoli, sviluppando una disforia di genere e definendosi transgender, cioè la loro identità di genere non corrisponde con il sesso biologico. Quindi questi adolescenti o adulti intersessuali, nonostante abbiano subito interventi chirurgici di correzione del sesso in età precoce, avvertono un’incongruenza di genere e si ritrovano, oggi da grandi, a dover affrontare un nuovo percorso di transizione nel sesso opposto.

Sicuramente posticipare la chirurgia fino al momento in cui il bambino sia cresciuto, in modo che possa prendere parte a questa decisione per dar voce al suo sentire, potrebbe essere una possibilità. In realtà, anche questa condizione ha degli aspetti non semplici da gestire perché, comunque, espone il bambino a dei traumi, poiché viviamo in una società che concepisce il sesso in maniera dicotomica. Il bambino intersex si troverà ad affrontare difficoltà quotidiane, quali il nome, il vestiario, la scelta dei giochi, la suddivisione maschi/femmine di molte attività scolastiche, il grembiulino rosa o azzurro, quale bagno utilizzare, e il rischio di essere soggetti a bullismo se e quando la realtà si svelerà agli occhi dei compagni, compromettendo gravemente il normale sviluppo psichico e emotivo e sociale del bambino con ripercussioni importanti a lungo termine.

Ancora oggi non esistono protocolli precisi ed approvati di come si possa affrontare nel miglior dei modi questa condizione, ma sicuramente c’è una maggiore informazione e meno emarginazione, e una condivisione di alcuni aspetti importanti, quali:

  • Una comunicazione chiara e non stigmatizzante tra medici e genitori.
  • L’importanza di un consenso informato e un’eventuale integrità fisica.
  • Un team multidisciplinari di diverse figure professionali che possono offrire informazioni complete sulle diverse possibilità e dubbi, e che possono sostenere i genitori, la famiglia e le varie fasi di vita della persona intersessuale.
  • La possibilità di mettere in contatto, attraverso associazioni, le famiglie con figli intersessuali per poter condividere la propria esperienza con una funzione di supporto reciproco.
  • La necessità di non nascondere al bambino la sua corporeità e dirgli la verità.
  • Diffondere la conoscenza e i diritti di queste persone, che devono essere accettate nella loro corporeità.

Concludendo è indubbio che una persona intersessuale, resti tale per tutta la vita, anche se sottoposta ad interventi di correzione dei caratteri sessuali. In una visione integrata e completa di libertà della persona intersex, alcuni Stati hanno riconosciuto a livello anagrafico legale questa condizione introducendo il cosiddetto sesso “altro o X”, favorendo un riconoscimento l’intera identità di queste persone attraverso la possibilità di esistere.

Riferimenti

  • Consensus statement on management of intersex disorders.
  • Hughes I.A., Houk C., Ahmed S.F., Lee P.A. LWPES Consensus Group; ESPE Consensus Group.
  • Arch Dis Child, Jul, 91(7), 554-63.
  • Hughes, I.A. (2008). Disorder of sex development: a new definition and classification. Best Practice Res ClinEndocrinolMetab.
  • Montano, A., Rubbino, R. (2021). Manuale di Psicoterapia per la popolazione LGBTQIA+. Aspetti socio-culturali, modelli teorici e protocolli d’intervento. Ed. Erikson
  • [1] Intersessualità: la sindrome da insensibilità androgenica (AIS) o sindrome di Morris https://www.istitutobeck.com/tag/sindrome-di-morris?sm-p=1330897845
  • [2] https://www.intersexesiste.com/condizioni/

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