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Terry Crews e come #MeToo sia anche per gli uomini

#MeToo

Alla fine del 2017, mentre cominciava a scoppiare il caso Harvey Weinstein, l’attrice statunitense Alyssa Milano (famosa per aver interpretato una delle sorelle streghe Halliwell nel telefilm cult anni ’90 “Streghe”) lanciò l’hashtag #MeToo (anche io): l’obiettivo era quello di far fronte comune con le vittime di abuso e molestie. L’attrice scriveva sul suo profilo Twitter: “Se tutte le donne molestate o aggredite sessualmente scrivessero “Anche io” come stato, potremmo dare alle persone il senso della vastità del problema. Nel giro di 24 ore l’hashtag #MeToo è diventato trend topic, ovvero uno degli hashtag più scritti sui social, in questo caso quasi mezzo milione di volte.

Una delle accuse che vengono più spesso e più facilmente mosse alle vittime è quella di non aver agito appropriatamente per evitare il peggio, come gridare, divincolarsi, affermare chiaramente il proprio diniego o persino reagire violentemente. Del “io mi sarei comportato diversamente” e del perché tendiamo a cercare responsabilità nelle vittime ne ho parlato nella news “Asia Argento e la colpevolizzazione delle vittime di stupro” linkata nei Riferimenti in basso. Coloro che addossano la colpa alle vittime non fanno i conti con la superiorità fisica o numerica dell’aggressore rispetto alla vittima: spesso, infatti, si tratta di un uomo che sfrutta la propria forza fisica per molestare una donna.

Ma l’abuso, come ben sappiamo, non è solo quello sessuale e, di conseguenza, la vittima può non essere una donna. L’abusante può avere superiorità di status e, nel caso di un dislivello di potere, la vittima può essere anche un uomo. Come nel caso di Terry Crews, culturista ed ex giocatore di football americano e, di conseguenza, non l’immagine tipica della vittima di abuso. Eppure qualche giorno fa Crews ha raccontato davanti alla commissione di Giustizia del Senato degli Stati Uniti come è stato vittima di una violenza sessuale durante una festa da parte di un potente agente delle star: alla presenza della moglie, l’agente gli avrebbe afferrato con una mano i genitali per diversi secondi, sorridendo e comunicando letteralmente di “averlo in pugno”.

La molestia avvenne nel 2016 e Crews afferma di capire benissimo le donne che non denunciano il proprio aggressore per paura di non essere credute, perché quello era proprio il suo timore: mettersi contro un potente agente, inoltre, poteva implicare serie conseguenze sul lavoro.

E dire che, data la stazza di 1 metro e 91 centimetri, Crews avrebbe potuto benissimo reagire fisicamente contro l’aggressione. Ma qui non teniamo conto che stiamo parlando di un uomo nero che avrebbe pestato una persona molto influente di Hollywood. Anzi, questo aspetto chiarifica che, se una molestia sessuale può avvenire in pubblico a una persona con tale prestanza fisica, possiamo solo immaginare quanto sia facile approfittarsi, nel buio della sera, di una persona più gracile.

insomma, è evidente che il movimento #MeToo, così come gli altri movimenti di nome diverso ma con lo stesso obiettivo, non sia una prerogativa dell’universo femminile né possa rivolgersi esclusivamente a difesa di una vittima donna contro aggressori maschi: tutte le situazioni di abuso hanno un unico comune denominatore che non è il genere delle persone coinvolte, ma la presenza di un dislivello di status che viene usato come leva dall’aggressore per approfittare del sottoposto/della sottoposta.

La responsabilità, quindi, non deve essere cercata nel comportamento della vittima.

La responsabilità è nelle mani di chi ha un potere e, consapevolmente o negligentemente, lo usa per ottenere un vantaggio su qualcun altro che quel potere non ce l’ha.

 

Riferimenti:

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