Monologo di Paola Cortellesi sul sessismo nella lingua italiana

Monologo di Paola Cortellesi

“Per fortuna sono solo parole”, ha ironicamente ripetuto più e più volte Paola Cortellesi durante il suo monologo in occasione della 63a edizione dei David di Donatello, che rappresentano gli Oscar del cinema italiano. La popolare attrice e comica (e molto altro) ha intessuto un significativo discorso sul lessico italiano cominciando con un elenco di parole molto particolari realizzato da Stefano Bartezzaghi, uno dei più celebri autori di giochi enigmistici d’Italia ed esperto di linguaggio. L’elenco includeva parole che al maschile hanno il loro significato, quello originale, condiviso e presente su qualsiasi dizionario di lingua italiana, mentre se declinate al femminile all’improvviso convogliano un significato diverso, molto diverso. E tuttavia i significati al femminile hanno tutti un senso comune, quello che Cortellesi indica come “un lieve ammiccamento verso la prostituzione”. Alcuni esempi di queste parole sono: massaggiatore/massaggiatrice; passeggiatore/passeggiatrice; cortigiano/cortigiana; uomo di strada/donna di strada; uomo disponibile/donna disponibile, ecc.

Credere davvero che queste siano “soltanto parole” è indice di ingenuità. La lingua che impariamo e che parliamo ha effetti molto profondi su di noi e modella il nostro modo di vedere il mondo: per esempio, sembra che gli inglesi si focalizzino sulle azioni che vedono (per es. “una donna cammina”), mentre i tedeschi hanno una visione d’insieme che include azione e obiettivi (“una donna attraversa per arrivare all’auto”). E’ stato osservato che le persone bilingue riescono a integrare le visioni del mondo di entrambi gli idiomi che padroneggiano. Dunque, lingua, cultura, psicologia e neurologia si intrecciano in un complesso fenomeno che si esprime in numerosi aspetti della vita quotidiana.

Anche per quanto riguarda sessismo e discriminazione basata sul genere, la lingua è un mezzo molto potente che influisce sulla perpetuazione degli stereotipi e molte volte senza che la gente se ne renda conto, neanche chi di quegli stereotipi è vittima. Le parole riflettono l’asimmetria sociale che esiste tra femmine e maschi e che assegna a questi ultimi uno status di potere. Non a caso ultimamente si sono intensificate le proposte di introdurre un genere neutro o creare il femminile di molte parole (come “sindaca“, reso famoso con l’elezione di Virginia Raggi a… sindaco di Roma) proprio perché il maschile è, in molte lingue, il genere con cui vengono identificate molte parole che si riferiscono sia a maschi che femmine, a partire da “uomo” per indicare l’essere umano.

Persino il sessismo benevolo ha effetti negativi chiaramente osservabili. Per chiarezza il sessismo benevolo include tutta una serie di comportamenti o affermazioni che non hanno l’obiettivo di offendere o denigrare ma che, comunque, celano una discriminazione e perpetuano gli stereotipi di ruolo: per esempio, gesti di galanteria come aprire la portiera dell’auto a una “signora”, sottolineare atteggiamenti prosociali e orientati all’emotività “tipici delle donne”. La risonanza magnetica ha mostrato che alcune regioni del cervello associate con la soppressione di pensieri intrusivi (la corteccia cingolata anteriore, bilaterale, dorsolaterale, prefrontale) reagiscono al sessismo benevolente e peggiorano le performance cognitive. Il cervello, dunque, si rende conto della distonia tra un’affermazione all’apparenza benevola e il suo profondo significato discriminante che vorrebbe le donne deboli, vulnerabili, sensibili e in perpetua necessità di un protettore.

Il primo passo verso il cambiamento sta nella consapevolezza della situazione. La prossima volta che ci scappano espressioni come “una donna con le palle” o “piangi come una femminuccia” possiamo fermarci a pensare che, dietro l’apparente inoffensività di quelle parole, sta un lungo passato di discriminazione verso cui possiamo aprire gli occhi e che possiamo provare a lasciarci alle spalle.

Riferimenti: