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Metacognition-Oriented Social Skills Training (MOSST): il ruolo della metacognizione nel trattamento della schizofrenia

MOSST

Photo by Tapio Haaja on Unsaplsh

Per le persone affette da disturbi dello spettro della schizofrenia (schizophrenia spectrum disorders, SSDs), l’allenamento delle abilità sociali tramite Social Skills Training (SST) è da tempo un intervento validato e raccomandato dalle linee guida per questi disturbi. Nel tempo però, numerosi studi hanno rivelato che gli effetti e la generalizzabilità dell’SST sono più scarsi di quanto ritenuto precedentemente.

Contemporaneamente, negli ultimi decenni, sono stati condotti numerosi studi incentrati sulla metacognizione (attività mentali che consentono alle persone di essere consapevoli e riflettere sui propri pensieri, sentimenti e intenzioni e quelle di altre persone) come meccanismo centrale coinvolto nel funzionamento sociale adattivo negli SSDs.

Partendo da queste considerazioni, lo studio (Inchausti et al., 2017) è stato progettato per confrontare l’efficacia e i potenziali benefici di un intervento di gruppo basato sul MOSST (Metacognition-Oriented Social Skills Training) con quello dell’SST convenzionale nei pazienti ambulatoriali con SSDs.

I ricercatori hanno condotto uno studio in cieco, randomizzato, controllato.

Le ipotesi erano tre: l’intervento MOSST avrebbe portato a miglioramenti maggiori nel funzionamento sociale; le abilità metacognitive dei partecipanti sarebbero migliorate solo con il MOSST; il MOSST non avrebbe portato alcun effetto diretto sui sintomi psicotici ma avrebbe portato effetti sull’umore e sull’ansia.

Ai partecipanti è stato assegnato in modo casuale il trattamento: MOSST o SST convenzionale, entrambi oltre al trattamento solito (Treatment As Usual, TAU: cure standard e gestione clinica regolare con psichiatri, psicologi clinici e terapisti occupazionali). Il funzionamento sociale, professionale e personale dei partecipanti, le capacità metacognitive e i sintomi clinici specifici del disturbo sono stati valutati a 0 mesi (basale), non prima di 4 mesi dopo (post-trattamento) e al follow-up di 6 mesi. Sia il MOSST che l’SST avevano una durata di 16 settimane.

I partecipanti idonei di età compresa tra 18 e 65 anni soddisfacevano i criteri di classificazione internazionale ICD-10 per schizofrenia, disturbo schizoaffettivo o disturbo delirante, clinicamente stabili e trattati con una dose costante dello stesso farmaco antipsicotico per un periodo di almeno 2 mesi prima dell’intervento.

Risultati

Come ipotizzato in prima battuta, i partecipanti che hanno preso parte al MOSST hanno avuto un miglioramento nel loro funzionamento psicosociale, ottenendo risultati di molto maggiori a SST alla valutazione di follow-up di 6 mesi. Risultati particolarmente degni di nota osservati a 6 mesi sono stati il ​​mantenimento di un maggiore funzionamento correlato ad attività sociali, l’estensione delle relazioni interpersonali e la sostanziale riduzione dell’evitamento attivo nonché di comportamenti aggressivi.

In linea con la seconda ipotesi, solo il MOSST ha migliorato l’autoriflessività dei partecipanti e la capacità di comprendere la mente degli altri. Inoltre, il MOSST sembra anche aiutare i pazienti nel capire che i propri pensieri sono esperienze soggettive separate dalla mente degli altri e che le loro aspettative interne non hanno un effetto diretto sulla realtà.

Sono stati anche valutati i sintomi della psicosi come esiti secondari, nonché la depressione e l’ansia. Non è stato riscontrato alcun effetto di trattamento differenziale in relazione ai sintomi psicotici, senza alcuna sorpresa in realtà (i partecipanti di entrambi i gruppi hanno migliorato la loro sintomatologia positiva e negativa): l’assenza di effetti sui sintomi psicotici può essere facilmente spiegata dal fatto che MOSST non è stato appositamente studiato per affrontare i sintomi positivi.

Come previsto con la terza ipotesi, vi sono state significative riduzioni del disagio emotivo all’interno del gruppo MOSST. Per quanto riguarda la depressione, i risultati sono coerenti con la letteratura che suggerisce che il miglioramento del funzionamento interpersonale e la metacognizione riducono i sintomi depressivi. Per quel che riguarda l’ansia, è plausibile che i partecipanti possano aver sperimentato miglioramenti nell’autoregolazione emotiva associata ad un aumento delle capacità metacognitive.

Limiti

Sono necessarie ulteriori ricerche per replicare i risultati attuali in campioni con diverse caratteristiche sociodemografiche e cliniche, come i giovani adulti con psicosi precoce.

Inoltre, sarà necessario valutare se la metacognizione è il meccanismo di cambiamento sottostante i miglioramenti riscontrati. Il ruolo della metacognizione come moderatore e/o mediatore del cambiamento non è stato infatti specificamente analizzato in questo studio e le ricerche future dovrebbero concentrarsi su come i miglioramenti nella metacognizione potrebbero promuovere il funzionamento psicosociale nei pazienti con SSDs.

Riferimenti:

Autore/i dell’articolo

Dott. De Gabrielis Gabriele
Psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, psicoterapeuta TMI (Terapia Metacognitiva Interpersonale). Ha conseguito il I livello della formazione in EMDR. Ha svolto la sua attività in diversi contesti: strutture semiresidenziali, centri clinici, U.O.C. Tutela Salute Donna ed Età Evolutiva – ASL Roma 2, U.O.C. Psichiatria – Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma. Da anni si dedica allo studio dei sistemi motivazionali nell’ottica cognitivo-evoluzionista contribuendo, attraverso diverse ricerche, allo sviluppo della Teoria Evoluzionistica della Motivazione (TEM). Attualmente collabora in qualità di psicologo e psicoterapeuta presso l’Istituto A.T. Beck di Roma.
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