skip to Main Content

Un nuovo modo per migliorare la nostra memoria: camminare all’indietro!

movimento

Photo by Arturo Castaneyra on Unsplash

Un consistente corpus di ricerche ha dimostrato che la direzione verso cui ci muoviamo influenza la posizione temporale dei nostri pensieri. Nello specifico, il movimento in avanti sembra facilitare i pensieri sul futuro, mentre il movimento all’indietro sembra facilitare i pensieri sul passato (Boroditsky & Ramscar, 2002). Questo concetto è strettamente connesso con quello di linea temporale soggettiva (Hartmann & Mast, 2012; Rinaldi et al., 2016), cioè una linea immaginaria che ordina la nostra esperienza passando attraverso il nostro corpo centralmente in entrambe le direzioni con la parte futura che si estende davanti al corpo e la parte passata che si estende verso la parte posteriore. Sebbene non universale, l’associazione tra il passato e lo spazio esistente dietro al nostro corpo (spazio dorsale) è un concetto intrinseco di molte culture (Nuńez & Cooperrider, 2013). È lungo questa linea che ha luogo il “viaggio mentale” nel tempo, cioè la capacità della nostra mente di “viaggiare” sia verso il passato che verso il futuro.

Considerando quindi il legame tra il movimento (andare avanti o indietro) e il pensiero di tipo temporale (e quindi il pensare a cose del passato o a cose del futuro), è possibile che il movimento (sia esso effettuato o solo immaginato) possa influenzare non solo il nostro pensiero ma anche la nostra memoria? Questo è quello che si è chiesto, molto recentemente, un gruppo di ricercatori del Regno Unito guidati da Aleksandar Aksentijevik (Aksentijevik et al., 2019).

L’idea alla base dello studio era quello di indagare se muovendosi all’indietro o andando mentalmente indietro nel tempo verso il punto in cui abbiamo vissuto un particolare ricordo ci facilita nel recuperare le informazioni connesse al ricordo stesso. Sebbene può sembrare bizzarra come idea, se ci pensiamo meglio, può capitare anche a noi di tornare fisicamente indietro sul posto dove abbiamo pensato una cosa, quando ce la dimentichiamo, per vedere se ci torna in mente!

Aksentijevik e colleghi (2019), hanno condotto sei esperimenti in cui sono stati presentati ai partecipanti un video di un crimine organizzato (Esperimenti 1, 3 e 5), un elenco di parole (Esperimenti 2 e 4) e una serie di immagini (esperimento 6). Successivamente sono stati testati sull’accuratezza dei loro ricordi relativi al video, alle parole e alle immagini. Prima di rievocare il ricordo, i partecipanti sono stati sottoposti ad una delle tre diverse attività progettate per misurare l’effetto del movimento (all’indietro, in avanti o assenza di movimento) sulla loro capacità di rispondere alle domande che venivano loro poste: in una condizione i partecipanti hanno camminato o in avanti o indietro verso un bersaglio o sono stati fermi per due minuti – approssimativamente il tempo impiegato per ricevere istruzioni e raggiungere il bersaglio; in una seconda condizione, i partecipanti hanno chiuso gli occhi e si sono immaginati di camminare in avanti o indietro verso un bersaglio, o sono rimasti fermi per due minuti; in una terza condizione, i partecipanti hanno guardato un video girato dalla piattaforma posteriore di un treno in movimento: alcuni partecipanti hanno guardato il treno spostarsi all’indietro, altri hanno visto il treno spostarsi in avanti e altri rimasero fermi per due minuti.

I risultati hanno dimostrato che i partecipanti, durante le condizioni di movimento all’indietro (reale, immaginario o virtuale), hanno mostrato una accuratezza maggiore, rispetto alla condizione di movimento in avanti o di assenza di movimento, nel recuperare informazioni legate al video o alle parole e alle immagini. Questa associazione tra movimento all’indietro e miglior recupero di ricordi ha suggerito ai ricercatori che possa esistere “una qualche forma di indicizzazione temporale” attraverso la quale le memorie “sono ordinate sulla linea temporale soggettiva e memorizzate in una sequenza temporale o in un cluster spaziale indicizzato nel tempo” (Aksentijevik et al., 2019).

L’esperienza mentale di muoversi indietro nello spazio sembrava portare le menti dei partecipanti all’indietro, lungo quella linea temporale soggettiva, verso il punto in cui le informazioni ricordate erano codificate, migliorando così il loro recupero.

Da questo studio si evince che la memoria non può essere considerata come isolata, piuttosto rappresenta una componente importante di un sistema complesso che unisce la percezione, il pensiero e l’azione.

Nonostante questo filone di ricerca sia certamente nelle sue fasi iniziali, i ricercatori ritengono che possa essere un indirizzo di ricerca promettente per lo sviluppo di “aiuti mnemonici basati sul movimento”, che, ad esempio, potrebbero rivelarsi molto utili per gli anziani e le persone affette da demenza.

 

Riferimenti bibliografici

  • Aksentijevic, A., Brandt, K. R., Tsakanikos, E., & Thorpe, M. J. (2019). It takes me back: The mnemonic time-travel effect. Cognition182, 242-250.
  • Boroditsky, L., & Ramscar, M. (2002). The roles of body and mind in abstract thought. Psychological science13(2), 185-189.
  • Hartmann, M., & Mast, F. W. (2012). Moving along the mental time line influences the processing of future related words. Consciousness and Cognition21(3), 1558-1562.
  • Núñez, R., & Cooperrider, K. (2013). The tangle of space and time in human cognition. Trends in cognitive sciences17(5), 220-229.
  • Rinaldi, L., Locati, F., Parolin, L., Bernardi, N. F., & Girelli, L. (2016). Walking on a mental time line: Temporal processing affects step movements along the sagittal space. Cortex78, 170-173.

Autore/i dell’articolo

Alessandro Valzania
Psicologo, Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Iscritto all’ordine degli psicologi della regione Lazio n. 18837. Dottore di ricerca in psicobiologia e psicofarmacologia presso il dipartimento di psicologia Università “La Sapienza di Roma”. Il Dott. Valzania è Docente dell’Istituto A.T. Beck per le sedi di Roma e Caserta. Inoltre, è Docente dell’International College of Osteopathic Manual Medicine Ha conseguito il Master “Guarire il Trauma: valutazione, relazione terapeutica e trattamento del trauma semplice e complesso” presso l’Istituto A.T. Beck di Roma; ha conseguito il Master “Dipendenze da internet e gioco d’azzardo. Ritiro sociale e cyberbullismo” presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. Il Dott. Valzania è inoltre terapeuta EMDR di I° livello. Il Dott. Valzania si occupa di clinica dell’età adulta, prevalentemente di Disturbi della personalità, Trauma semplice e complesso e di dipendenze comportamentali. Si occupa di ricerca preclinica e clinica con pubblicazioni internazionali sulla controllabilità dello stress, depressione, abuso di sostanze e trauma infantile.  
Back To Top
Send this to a friend