Musica ed emozioni nella malattia di Alzheimer

Musica ed emozioni nella malattia di Alzheimer

Photo by Francisco Moreno on Unsplash

La capacità di percepire e sperimentare contatto con la musica è una caratteristica fondamentalmente umana, presente universalmente in culture diverse. La musica ha bisogno di un complesso processo di elaborazione delle informazioni, che richiede l’analisi dello sfondo acustico, della rappresentazione della fonte musicale (strumentale e timbro vocale) e il riconoscimento della melodia oltre che del ritmo. Tutto questo si collega anche alla nostra memoria musicale: abbiamo dei suoni che ci sono familiari e che immagazziniamo nella nostra memoria. Pensiamoci, a tutti noi capita di sentire delle canzoni legate a momenti passati della nostra vita e sembrano essere così facilmente riconoscibili per noi che bastano poche note per individuarle. Tutto questo processo in che modo si modifica nei pazienti con malattie degenerative del sistema nervoso?

La malattia di Alzheimer (AD), ad esempio, è una neuropatologia caratterizzata da un progressivo e ingravescente declino delle funzioni cognitive e comportamentali a causa di un deterioramento di specifiche aree cerebrali come i lobi temporali mediali. Nei pazienti con AD anche l’elaborazione musicale viene ad alterarsi ma su cosa la malattia infici più nel dettaglio è ancora in dubbio. Per alcuni timbro e ritmo continuano ad essere processati mentre la memoria musicale generale si altera fin dalle prime fasi di malattia. Solo le musiche più conosciute e familiari, che fanno quindi parte della memoria autobiografica, tendono ad essere relativamente accessibili anche in fase inoltrata di malattia (Hsieh et al., 2011).

Inoltre, la musica è in grado di comunicare emozioni ma si sa poco sull’aspetto emotivo legata ad essa nei pazienti con AD. Sembra che l’esperienza emotiva non sia completamente abolita, perché i pazienti sono in grado di ricordare meglio le parole con valenza emotiva rispetto a quelle neutre e ricordano meglio eventi autobiografici con maggiore carica emotiva (Koelsch, 2010). Per quanto riguarda le emozioni connesse alla musica, pazienti con AD possono percepire e riconoscere emozioni trasmesse dalla musica oltre a riconoscere le melodie e le parole di canzoni familiari (Johnson et al., 2011). La musica familiare ha, infatti, un enorme potere nel facilitare la rievocazione di emozioni e ricordi personali (Hsieh et al., 2012). Diversi studi di neuroimaging hanno riscontrato che il riconoscimento delle emozioni legate alla musica è correlato al grado di atrofia specificamente nel lobo temporale anteriore (Omar et al., 2011).

Nello studio di Arroyo-Anlló et al. (2019) sono stati esaminati 30 pazienti con diagnosi di AD e 30 soggetti normali. Entrambi i gruppi sono stati sottoposti alla valutazione delle abilità cognitive ed emotive intese sia come capacità di ricordare stimoli emotivi sia di mantenere in memoria la prosodia emotiva degli stessi stimoli. Infine sono state valutate alcune competenze musicali dei partecipanti come la capacità di riconoscimento di sei strutture ritmiche, la capacità di distinguere melodie familiari da quelle non familiari e cinque tipi di timbri. In generale, i risultati sembrano suggerire un globale indebolimento dell’elaborazione musicale nei pazienti con AD mostrando prestazioni deficitarie in tutte le competenze musicali valutate nel gruppo AD rispetto al gruppo di controllo. In particolare gli aspetti extra-linguistici (riconoscimento delle strutture ritmiche, memoria melodica e riconoscimento dei timbri musicali) mettono a dura prova le capacità della memoria di lavoro e la memoria a lungo termine e questo rafforza l’idea che nella malattia di Alzheimer vi è un marcato deficit di memoria e di apprendimento a breve termine rispetto alla memoria autobiografica che, di solito, è più conservata.

Questi risultati devono essere letti anche in base a quello che si sa sulle basi anatomiche. L’elaborazione delle emozioni e la memoria implicita condividono strutture subcorticali neurali, come l’amigdala o i gangli della base, strutture ontogeneticamente più antiche. Queste aree vengono danneggiate in fase avanzate della malattia di Alzheimer (rispetto ad altri tipi di demenze in cui la degenerazione parte proprio da queste aree profonde) e ciò può giustificare le competenze residue dei pazienti, in termini di elaborazione di stimoli musicali con connotazione emotiva. Altri studi sottolineano che il riconoscimento alterato delle emozioni legate alla musica è specificamente associato anche alla perdita di materia grigia, relativamente alle cortecce orbitofrontale, cingolata anteriore e prefrontale mediale, corteccia temporale anteriore e temporo-parietale.

Questi dati, nell’insieme, confermano che l’accesso ai ricordi legati alle emozioni e alla musica potrebbero essere processati in modo meno preciso dai pazienti con malattia di Alzheimer. Questo ha anche spiegazioni strutturali relativamente alle aree cerebrali compromesse. Ma possiamo trarre delle osservazioni generali: l’impatto della musica e delle emozioni ad essa collegate sono fondamentali per ogni essere umano. Possiamo certamente affermarlo in base alle nostre esperienze quotidiane. Ma per i pazienti con demenza potrebbe essere difficile l’elaborazione e di conseguenza l’accesso al mondo interno emotivo in determinate condizioni. Sarebbe opportuno, quindi, favorire quanto più possibile l’avvicinamento tra pazienti e musica per ottenere due effetti: da un lato per mantenere e sostenere la degenerazione (in tal caso l’esposizione alla musica diventa un vero e proprio lavoro riabilitativo o di stimolazione cognitiva) dall’altro abbiamo sufficienti dati che ci dicono come i pazienti processano bene brani musicali familiari e noti, appartenenti alla loro storia di vita. Questo è da ricordare perché può essere uno strumento di sostegno per il paziente con Alzheimer il quale può, in alcuni momenti, riconnettersi con melodie e parole note in grado di suscitare stati emotivi positivi.

Ovviamente la ricerca in questo campo è ancora molto attiva, potremmo infatti attenderci nuove ipotesi di lavoro e nuovi dati indicanti nuove possibilità di approccio.

 

Riferimenti:

  • Arroyo-Anlló, E. M., Dauphin, S., Fargeau, M. N., Ingrand, P., & Gil, R. (2019). Music and emotion in Alzheimer’s disease. Alzheimer’s Research & Therapy11(1), 69.
  • Hsieh S, Hornberger M, Piguet O, Hodges JR. Brain correlates of musical and facial emotion recognition: evidence from the dementias. Neuropsychologia. 2012;50:1814–22.
  • Hsieh S, Hornberger M, Piguet O, Hodges JR. Neural basis of music knowledge: evidence from the dementias. Brain. 2011;134(Pt. 9):2523–34.
  • Johnson JK, Chang CC, Brambati SM, et al. Music recognition in frontotemporal lobar degeneration and Alzheimer disease. Cogn Behav Neurol. 2011;24:74–84.
  • Koelsch S. Towards a neural basis of music-evoked emotions. Trends Cogn Sci. 2010;14:131–7.
  • Omar R, Henley SM, Bartlett JW, Hailstone JC, Gordon E, Sauter DA, Frost C, Scott SK, Warren JD. The structural neuroanatomy of music emotion recognition: evidence from frontotemporal lobar degeneration. NeuroImage. 2011;56:1814–21.

Autore/i dell’articolo

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Psicoterapeuta. Tratta disturbi d’ansia, depressione, disturbi sessuali e disturbi della personalità applicando la Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) e si occupa di neuropsicologia dell’adulto, occupandosi di valutazione e riabilitazione cognitiva in pazienti con malattie neurodegenerative.È autrice di lavori divulgativi di carattere scientifico su riviste nazionali ed internazionali su temi riguardanti la neuropsicologia e la psicologia clinica.


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