Mutismo selettivo. Un problema di timidezza?

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“Non capisco perché, quando siamo in mezzo agli altri, mio figlio non parla, eppure a casa è sempre un fiume in piena!”, “Meglio non preoccuparsene, prima o poi sbloccherà!”, “E’ solo una questione di timidezza!”, “Se non parli non ti rispondo!”, “Se mi rispondi ti compro il gelato!”… si potrebbe continuare all’infinito menzionando ciò che si è soliti pronunciare per riferirsi allo specifico comportamento di taluni bambini, ma anche adolescenti e adulti, che scelgono di non parlare in alcuni contesti di vita come la scuola o in altri luoghi pubblici, ad esempio. “Quando, a casa, invece, sono dei gran chiacchieroni!” Questione di timidezza? Ebbene NO! Questione d’Ansia. E in particolare, ansia sociale, soprattutto in età evolutiva. Si tratta di un quadro clinico complesso, caratterizzato da un’incapacità a parlare in determinate situazioni sociali, in assenza di evidenti difficoltà comunicative, disfunzioni organiche a livello verbale o fonologico e/o ritardi nel neurosviluppo.
Quello del Mutismo Selettivo è ancora un disturbo troppo poco conosciuto e facilmente assimilabile ad altre condizioni che sembrino sottovalutarne la problematicità tipiche, invece, di un atteggiamento di risposta ad un forte stato emotivo legato all’ansia. A volte si tende a credere, sbagliando, che i bambini che scelgono momentaneamente di tacere o che si celino, ad esempio, dietro le gambe dei genitori, lo facciano solo per gioco o per attirare l’attenzione e magari li si rimprovera pure ricordandogli quanto, invece, siano capaci di chiacchierare ininterrottamente quando sono soli a casa o in macchina. Ed ecco che, quindi, nello stesso tempo ci si aspetta che lo facciano naturalmente anche in altri contesti, gli stessi, però, che a loro non sono graditi e in cui sperimentano emozioni di forte disagio e ansia. La conseguenza di questa semplicistica o errata interpretazione è che nelle fasi precoci del Mutismo Selettivo, quindi nel periodo della scuola dell’infanzia, gli adulti che interagiscono con questi bambini (pediatri, insegnanti, familiari, ecc.) NON diano sufficiente o adeguata importanza a tale comportamento. Può accadere che si interpretino i silenzi del bambino con una precisa volontà di non parlare e vengano quindi considerati una provocazione, una sfida, un modo per sottrarsi alle regole, alle richieste, all’impegno o allo studio, perciò possono innescarsi preconcetti e tentativi di forzatura, anche attraverso uno schema di premi-punizioni che può indebolire ulteriormente l’autostima del bambino.
Molte sono le condizioni che possono aiutare o complicare il decorso del problema (separazioni, abbandoni, trasferimenti in altri luoghi, storie di traumi passati, violenze, bilinguismo, cambiamenti familiari ecc.). Le stime indicano che il Mutismo Selettivo riguarda 1 bambino su 140 e che il disturbo interessi maggiormente le femmine rispetto ai maschi. Tra le caratteristiche che accomunano i bambini con diagnosi di Mutismo Selettivo vi sono l’inibizione temperamentale spesso associata ad ansia da separazione dalle figure di attaccamento; ansia sociale rispetto ad una prima esposizione o prestazione in contesti che richiedono una familiarizzazione o in cui vi è il timore di divenire oggetti di critica e scherno; desiderio di interazione sociale; lamentele somatiche come, ad esempio, mal di pancia o mal di testa; inespressività associata a chiusura comportamentale ed evitamento del contatto visivo come sintomo di un atteggiamento suscettibile all’imbarazzo e alla vergogna; introversione sociale e spiccata sensibilità emotiva.
Tra i criteri, invece, che permettono di formularne una diagnosi vi è l’incapacità, da parte del bambino, di non riuscire a parlare in determinati luoghi o contesti, come quello scolastico, nonostante diverso sia l’atteggiamento a casa o in presenza di persone con cui si sente a proprio agio; durata del mutismo da almeno un mese; assenza di disturbi della comunicazione come la balbuzie, per esempio, o altri disturbi afferenti alla sfera mentale come autismo, schizofrenia o ritardo psicomotorio. I bambini con questo disturbo possono comunicare attraverso gesti, annuendo o scuotendo il capo in segno di diniego, spingendo o tirando l’interlocutore oppure, in alcuni casi, emettendo suoni monosillabici, corti o monotoni, alterando la voce o riproducendo il verso di animali. L’esordio del mutismo clinico avviene solitamente prima dei 5 anni di età, ma viene messo in luce più frequentemente all’inizio della scuola quando il bambino si trova ad affrontare un maggior numero di interazioni sociali e compiti di letto-scrittura.
Tra gli approcci terapeutici d’elezione al trattamento del mutismo selettivo, quello di tipo cognitivo-comportamentale si propone di agire in modo multidimensionale, favorendo interventi con stimoli naturali d’interazione da applicare nel contesto familiare e scolastico con la priorità di far sentire il bambino compreso e accolto nonostante il suo vissuto ansioso. Si procederà attraverso un reinserimento e un’esposizione graduale nei contesti sociali, senza forzarlo a parlare o mettendolo sotto pressione ma accompagnandolo con fiducia e pazienza in un clima rilassato e rassicurante in cui non si utilizzino punizioni o premi come forme di ricatto, ma collaborando e favorendo la sua autonomia al fine di promuovere maggiore sicurezza ed aumentata autostima.
Riferimenti
- https://aimuse.it/cose-il-mutismo-selettivo/
- https://www.istitutobeck.com/mutismo-selettivo#mutismo-8
- American Psychiatric Association (2022). Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders (DSM-5-TR). Washington, DC: American Psychiatric Association
- MOMENTANEAMENTE SILENZIOSI, Guida per operatori, insegnanti e genitori di bambini e ragazzi con mutismo selettivo. Prefazione di Alberto Pellai. A cura di E. Iacchia e P. Ancarani. Educare alla Salute: strumenti percorsi e ricerche. FrancoAngeli. 2018.
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