NEET: quando fermarsi diventa una gabbia

NEET: quando fermarsi diventa una gabbia

Cosa faresti se potessi permetterti di non lavorare?

Immagina di non dover mettere la sveglia. Nessun capo, nessun cartellino, nessun lunedì da temere. La casa è già pagata. I tuoi genitori possono aiutarti. Hai finalmente tutto il tempo che desideravi. Che cosa ne faresti? All’inizio potrebbe sembrare libertà. Dormire fino a tardi, seguire i propri interessi, sottrarsi alla competizione e a lavori precari e malpagati. Ma dopo qualche mese, o qualche anno, quelle giornate continuerebbero ad avere un sapore? Oppure inizierebbero a confondersi l’una nell’altra?

Esiste una fascia di giovani che vive fuori dallo studio, dalla formazione e dal lavoro. Vengono chiamati NEET, acronimo di Not in Education, Employment or Training. Alcuni hanno scelto di fermarsi. Molti altri no. Dentro questa sigla convivono storie profondamente diverse: chi cerca un’occupazione e non la trova, chi si prende cura di un familiare, chi soffre di ansia o depressione, chi si è ritirato dopo una serie di fallimenti e chi può permettersi di non lavorare grazie alla protezione economica della famiglia.

Nel 2025 i NEET tra i 15 e i 29 anni erano il 13,3% dei giovani italiani, contro l’11% dell’Unione europea. Significa che in Italia più di un giovane su otto non studiava, non lavorava e non seguiva una formazione. È un dato in miglioramento rispetto al passato, ma resta tra i più alti d’Europa. Nel mondo il fenomeno è ancora più esteso: secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, nel 2025 riguardava circa 262 milioni di giovani tra i 15 e i 24 anni, uno su quattro.

Dire semplicemente che “non hanno voglia di lavorare” è comodo, ma quasi sempre falso. Il luogo in cui si nasce, la qualità della scuola, i trasporti, le opportunità, le reti sociali e la salute mentale determinano concretamente quanto sia facile o difficile entrare nel mondo del lavoro. Per alcuni giovani affrontare un colloquio, tollerare un rifiuto o sostenere l’incertezza non è un passaggio ordinario: è una minaccia. Dopo molti tentativi falliti, smettere di provarci può diventare un modo per smettere di sentirsi inadeguati.

Esiste, però, anche un aspetto particolarmente italiano. I giovani incontrano salari bassi, precarietà e grandi difficoltà nel diventare autonomi, mentre una parte delle generazioni precedenti possiede case, risparmi e patrimoni capaci di proteggerli a lungo. Alla fine del 2025, secondo la Banca d’Italia, la ricchezza netta media ammontava a 453.000 euro per famiglia. Ma è una media, non il patrimonio della famiglia italiana tipica e tanto meno quello delle famiglie con figli NEET. La ricchezza è concentrata: il 10% più ricco ne possiede il 60,6%, mentre la metà meno abbiente appena il 7,2%.

 

Questi numeri non dimostrano che il patrimonio produca inattività. Dicono però che, per una parte dei giovani, esiste un cuscino familiare abbastanza morbido da rendere possibile rimandare l’autonomia. E su un cuscino si può riposare. Ma ci si può anche addormentare.

La famiglia italiana è spesso un potente ammortizzatore sociale. Protegge quando un figlio attraversa una crisi, gli offre tempo e gli impedisce di precipitare. Ma la stessa protezione può diventare una gabbia rivestita di affetto quando elimina ogni conseguenza, risolve ogni problema e rinvia indefinitamente il momento di scegliere. Per paura che il figlio soffra o fallisca, la famiglia può finire per comunicargli, senza mai dirlo: «Il mondo è troppo difficile per te. Da solo non ce la fai».

Non tutti i giovani che vivono così, tuttavia, si dichiarano infelici. Alcuni raccontano di stare bene. Rifiutano consapevolmente la competizione e l’idea che il valore di una persona dipenda dal lavoro. Coltivano relazioni, interessi, attività creative. Sentono di avere ripreso possesso del proprio tempo. E può essere vero. Ma quella felicità pone una domanda scomoda: è una vita realmente scelta o è il sollievo di non dover più affrontare giudizi, richieste e possibilità di fallire? Il sollievo assomiglia molto al benessere, soprattutto all’inizio. L’ansia si abbassa, il corpo si distende, nessuno può rifiutarci. Ma ciò che oggi ci protegge dalla paura, domani può restringere la vita.

L’evitamento funziona proprio così. Offre una ricompensa immediata: se non provo, non fallisco. Per questo tende a ripetersi. Intanto, però, sottrae alla persona le sole esperienze capaci di farle scoprire di essere competente: non ce la farò, quindi non provo; non provando, non potrò mai accorgermi che forse ce l’avrei fatta.

E che cosa accade al tempo? Il tempo libero può nutrire relazioni, cultura, creatività, partecipazione e cura. Ma può anche trasformarsi in un tempo sospeso: ore davanti agli schermi, gratificazioni immediate, sonno capovolto, giornate senza attese e senza ricordi. Lo schermo non chiede di rischiare, non giudica e non pretende che si diventi qualcuno. Calma. Riempie. E, lentamente, può svuotare.

Il lavoro non offre soltanto denaro. Organizza le giornate, crea relazioni, assegna un ruolo, propone obiettivi e permette di sentirsi utili e competenti. Non è l’unico modo per ottenere tutto questo, naturalmente. Si può vivere una vita piena anche senza un impiego. Ma quelle funzioni devono trovare un’altra casa. Altrimenti la libertà dal lavoro rischia di trasformarsi in libertà da ogni legame, responsabilità e progetto.

È una domanda che riguarda tutti noi, non soltanto i NEET. L’automazione e l’intelligenza artificiale potrebbero liberarci da una parte crescente del lavoro. Potremmo avere più tempo, ma non necessariamente sapere come abitarlo. Perché il tempo vuoto non è ancora tempo libero: diventa libero soltanto quando sappiamo dargli una direzione.

Aiutare un giovane NEET, allora, non significa consegnargli un elenco di corsi o intimargli di “darsi da fare”. Significa comprendere che cosa lo tiene fermo e costruire passi abbastanza piccoli da non spaventarlo, ma abbastanza reali da rimettere in moto la vita: alzarsi a un’ora stabilita, uscire di casa, assumere un impegno, incontrare persone, recuperare competenze, tollerare una frustrazione, portare a termine qualcosa. Sostenere non significa sostituirsi. Responsabilizzare non significa umiliare.

La parola NEET descrive ciò che una persona, in un certo periodo, non sta facendo. Non dice chi sia né che cosa possa diventare. Il compito di una società adulta è rimuovere gli ostacoli reali senza trasformare la protezione in dipendenza. Perché il vero contrario dell’inattività non è semplicemente avere un lavoro: è tornare a sentirsi capaci di costruire la propria vita. E questa è un’abilità che dobbiamo sviluppare da soli.

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