Nella stanza di psicoterapia: i narcisisti

Nella stanza di psicoterapia: i narcisisti

Narcisisti
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Sia chiaro, i narcisisti arrivano in psicoterapia. A volte parte da loro, altre volte ci si ritrovano spinti dalla canna di una Magnum risolutamente poggiata sulla loro schiena. Sia chiaro, inoltre, che noi clinici non siamo impotenti, possiamo fare qualcosa, anche solo ridurre la loro sofferenza di una tacca. Dicevamo, frequentano le stanze di psicoterapia. A modo loro, certo, ma siedono sulle nostre poltroncine monocromatiche.

Ma come si presentano?

Ricordate i tipi grandiosi e i tipi vulnerabili? Ecco. Alcuni ci presentano un biglietto da visita fatto di arroganza, supponenza, vanterie, altezzosità, disprezzo, critica, gelo, pretese. Si irritano facilmente. La segretaria dello studio che con scarsa lungimiranza non ha previsto il loro arrivo e, imperdonabilmente, si è permessa di aprire il portone solamente dopo il secondo squillo…sacrilegio! E poi, come se non bastasse, l’attesa di ben trentadue secondi prima di entrare nella nostra stanza. E in quei trentadue secondi, tutti i difetti funzionali e strutturali del nostro studio puntualmente rilevati e sarcasticamente resi noti. Per altri il biglietto da visita è meno appariscente. Nascosti nel loro covo temono di mostrarsi, ma la loro grandiosità si intravede oltre il muro dell’apparenza. La citazione di Talete mescolata sapientemente nel flusso di parole, l’abito firmato lasciato intravedere, le movenze ricercate ed eleganti. In ogni caso sono schermati. Ne vediamo l’epicarpo.

E noi clinici come ci sentiamo in seduta e cosa siamo spinti a fare?

Beh, togliendo gli stati interni e le reazioni peculiari di ogni psicoterapeuta, un aspetto che frequentemente risuona dentro noi clinici durante le sedute è la lontananza relazionale: ci sentiamo separati da un vetro, spettatori inermi di un’esposizione formale della loro esistenza.

A quel punto siamo portati ad entrare in scena. Viene da sbracciarsi, sgomitare per uscire da quella condizione di uditore passivo, combattere energicamente la sensazione di essere un terapeuta disinnescato, alzarci in piedi e percepire che siamo dotati di vita: “ehi, ci sono anch’io!”. Insomma, intervenire. E allora, nonostante le difficoltà del caso, ci ragioniamo su, diamo fondo a tutte le nostre risorse, mettiamo insieme i pezzi disseminati nel dialogo, gli diamo una forma narrabile che ci sembra, o almeno ci speriamo, vagamente intelligente e la condividiamo con il paziente.

Nelle fasi iniziali di una psicoterapia con un narcisista tale sforzo terapeutico produce lo stesso effetto della suoneria del vostro smartphone che irrompe durante l’ultimo quadro de La bohème: siete un elemento di disturbo, un fastidioso corpo estraneo, e bene che vi va vi ignorano, più probabilmente riceverete dosi abbondanti di disprezzo. Massimo impegno, minimo risultato. Liquidati con un lieve cenno di dissenso.

Questi assetti relazionali, solitamente, producono nel terapeuta due tipiche reazioni. Una è la noia, la mente del clinico inizia cioè a essere colonizzata da viaggi oltreoceano, l’idea del coast to coast passando nel silenzio sconfinato del deserto del Mojave è, in momenti così, un desiderio irrefrenabile. L’altra reazione è la sfida. Il senso di impotenza e il mancato riconoscimento che montano. E con loro l’irritazione: entrano nella vostra stanza e con arroganza e presunzione vogliono dettare le regole, a volte anche attraverso un gioco di seduzione.

Solitamente, la prima cosa che siamo portati a fare è quella di sgonfiare il pallone gonfiato, buttarlo giù dal piedistallo, prendere le parti degli sfortunati che quotidianamente ci si relazionano, cercare di fargli assumere il punto di vista altrui. Sarebbe una catastrofe. Gli toglieremmo l’unica cura che ha per le mani in grado di evitargli il vuoto e la caduta nel baratro. E statene certi, non la prenderebbero benissimo.

E allora come muoverci?

Innanzitutto, dobbiamo uscire da questa impasse, da questo vortice (quello che qualche pagina fa abbiamo descritto come ciclo interpersonale disfunzionale), e ricucire lo strappo. Se ci riflettete, l’azione del rammendare prima di procedere è, sostanzialmente, una questione di buonsenso. Se ci fratturassimo la tibia, prima metteremmo il gesso, una volta tolto ricominceremmo pian piano a riacquistare la mobilità della gamba e, solo alla fine, ritorneremmo a correre. In psicoterapia vale lo stesso. È vero, questo passaggio richiede una grossa competenza metacognitiva ed empatica da parte del clinico, ma è l’unico possibile se vogliamo essere di aiuto al paziente. E udite udite, è una grandissima opportunità. Sì, proprio così. Della serie, abbiamo un giacimento di petrolio sotto i nostri piedi e non ce ne siamo accorti. Andiamo per ordine.

Il clinico, per riparare la rottura relazionale, compie quelle che tecnicamente si chiamano operazioni di disciplina interiore (ODI). Tranquilli, non è una roba new age. Mentre si trova nell’occhio del ciclone, lo psicoterapeuta si focalizza prima di tutto sulle proprie sensazioni, su ciò che gli sta passando per la testa, su ciò che sta provando, sulla posizione relazionale che sta incarnando in quel momento. Chiarito il suo mondo interno, passa a focalizzarsi sul paziente chiedendosi cosa, della propria esperienza, sia condiviso e cosa sia complementare all’esperienza del paziente. Infine, comunica al paziente l’ipotesi formulata. Queste operazioni sono potentissime e, generalmente, non solo ricompongono la frattura relazionale, ma le fanno fare un balzo di conoscenza e profondità enorme. Perché? Pensateci, il narcisista entra nella nostra stanza e ci fa sentire non riconosciuti, una nullità. Ora, se vi fermate un attimo ed effettuate tutti quei passaggi interni descritti poco fa, allora si palesa davanti ai vostri occhi una roba interessantissima: ci sta facendo sentire proprio come lui si sente. A quel punto cambia il nostro stato mentale.

Un attimo prima volevamo mandarlo a quel paese, qualche minuto dopo ci sentiamo profondamente sintonizzati con lui. Queste situazioni difficili rappresentano, quindi, grandi occasioni terapeutiche, in modo paradossale ci consentono di entrare in empatia con il paziente proprio a partire da un momento di minima empatia. In quella condizione di stallo stiamo, in realtà, assaporando proprio il cuore dell’esperienza narcisistica: sentirsi una nullità.

Tutto questo però non basta, lo psicoterapeuta deve fare anche altre cose. Vediamole.

Insieme alla costante regolazione della relazione terapeutica, il clinico ha come primo obiettivo quello di far accedere il paziente a episodi di vita vera, racconti di situazioni con determinati personaggi, circoscritte nel tempo e nello spazio, oltrepassando caparbiamente il muro delle teorizzazioni e delle intellettualizzazioni che frappongono tra loro e il resto del mondo. Non stancarsi mai di chiedere esempi. Riuscire ad esplorare questi episodi consente di raccogliere molte più informazioni sul mondo interno del paziente, su ciò che desidera, prova e pensa, su come percepisce gli altri e se stesso, sulla sua sofferenza.

Dopo aver approfondito e accumulato una certa quantità di episodi, ecco che inizia ad aprirsi davanti a voi la trama di vita, il nucleo di sofferenza del paziente, gli schemi interpersonali maladattivi che lo soffocano, che gli causano un’enorme sofferenza, che lasciano quella sensazione di annientamento, quel sottofondo che la vita non abbia molto senso. Aiutare a curare quel dolore antico, profondo, e arrivare insieme a comprendere che è guidato da schemi nocivi che opprimono la sua mente, lasciarli andare ed entrare in contatto con i propri gusti personali. Entrare in contatto con il diritto alla vita (Dimaggio, 2016; Dimaggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013; Dimaggio, Ottavi, Popolo, Salvatore, 2019; Dimaggio, Semerari, 2003; Ronningstam, 2016; Safran, Muran, 2003).

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Riferimenti

  • American Psychiatric Association (2014). DSM-5: Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Raffaello Cortina, Milano.
  • Caligor, E., Levy, K.N., Yeomans, F.E. (2015). Narcissistic Personality Disorder: Diagnostic and Clinical Challenges. American Journal of Psychiatry, 172(5):415-422.
  • Choi-Kain, L., (2020). Narcissistic Personality Disorder: A Coming of Age. Journal of Personality Disorders, 34:210-213.
  • Dimaggio, G. (2016). L’illusione del narcisista. Baldini&Castoldi, Milano.
  • Dimaggio, G., Montano, A., Popolo, R., Salvatore, G. (2013). Terapia metacognitiva interpersonale dei disturbi di personalità. Raffaello Cortina, Milano.
  • Dimaggio, G., Ottavi, P., Popolo, R., Salvatore, G. (2019). Corpo, immaginazione e cambiamento. Terapia metacognitiva interpersonale. Raffaello Cortina, Milano.
  • Dimaggio, G., Semerari, A. (2003). I disturbi di personalità. Modelli e trattamento. Editori Laterza, Bari-Roma.
  • Ronningstam, E. F. (2016). La personalità narcisistica. Verso una comprensione clinica integrata. FrancoAngeli, Milano.
  • Safran, J., Muran, J.C. (2003). Teoria e pratica dell’alleanza terapeutica. Editori Laterza, Bari-Roma.
  • https://www.istitutobeck.com/opuscoli/opuscolo-disturbi-di-personalita-e-trauma
  • https://www.istitutobeck.com/opuscoli/opuscolo-il-narcisismo

Autore/i dell’articolo

Dott. Gabriele De Gabrielis
Psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, psicoterapeuta TMI (Terapia Metacognitiva Interpersonale). Ha conseguito il I livello della formazione in EMDR. Ha svolto la sua attività in diversi contesti: strutture semiresidenziali, centri clinici, U.O.C. Tutela Salute Donna ed Età Evolutiva – ASL Roma 2, U.O.C. Psichiatria – Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma. Da anni si dedica allo studio dei sistemi motivazionali nell’ottica cognitivo-evoluzionista contribuendo, attraverso diverse ricerche, allo sviluppo della Teoria Evoluzionistica della Motivazione (TEM). Attualmente collabora in qualità di psicologo e psicoterapeuta presso l’Istituto A.T. Beck di Roma.

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