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Neo mamme e autolesionismo: quale relazione?

Neo mamme e autolesionismo

Photo by Sharon McCutcheon on Unsplash

I problemi di salute mentale sono frequenti durante i nove mesi della gravidanza e i disturbi d’ansia e di depressione sono le condizioni più comuni (Howard et al., 2018). Oltre alla comorbilità sperimentata dalla madre, i disturbi mentali materni possono essere associati a complicanze ostetriche durante la gestazione o durante il parto oltre che a difficoltà nell’accudimento del neonato. Capita spesso che, nonostante la preparazione, il parto sia più ostico di quello che ci si aspettava oppure che al momento della nascita il bambino presenti delle problematiche non attese. Tra le varie condizioni frequentemente rilevate nelle donne neo mamme c’è la tendenza all’autolesionismo che è in aumento in particolare tra le giovani donne. I fattori di rischio per l’autolesionismo comprendono eventi di vita negativi, come abusi fisici o sessuali, nonché fattori sociodemografici e psicologici. Esso è, di solito, associato a disturbi mentali nella popolazione generale mentre l’autolesionismo adolescenziale è stato associato a problemi psicosociali nel corso dello sviluppo. Tuttavia, molto poco è noto rispetto alla manifestazione di tale comportamento durante la gravidanza. Uno studio recente ha identificato che l’autolesionismo in donne giovani o nella prima età adulta è stato associato a sintomi depressivi auto segnalati durante la gravidanza e nel periodo post-natale (Borschmannetal., 2018), tuttavia non è stato ancora effettuato uno sforzo per esaminare se le donne soddisfavano i criteri diagnostici per la depressione o per l’ansia. Così come non sono stati presi in considerazioni i tratti di personalità. Questo dato potrebbe essere molto interessante considerando che, spesso, il cutting oppure l’autolesionismo in generale è una strategia di regolazione emotiva frequentemente riscontrata nei pazienti con disturbo borderline di personalità, le quali utilizzano il corpo nei momenti di disregolazione intensa.

Lo studio di Hall (2019) esamina quindi per la prima volta in modo strutturato la relazione tra la storia auto segnalata di autolesionismo ed il rispetto dei criteri diagnostici per la depressione, l’ansia o altri disturbi solitamente presenti durante la gravidanza. Sono state escluse dallo studio tutte le ragazze con una età inferiore ai 16 anni e le donne che hanno scelto di interrompere la gravidanza volontariamente o che sono andate incontro ad aborto spontaneo durante la fase della ricerca. È stata somministrata la SCID I e II per la valutazione dei sintomi e dei tratti di personalità e sono state raccolte le caratteristiche socio-demografiche del campione accedendo ad informazione sull’ età, l’etnia, lo stato di relazione, l’occupazione. In totale sono state valutate 545 donne. Di queste, 544 donne avevano dati, in anamnesi, di autolesionismo. Le donne che riportavano una storia di autolesionismo erano più giovani rispetto alle donne che non hanno segnalato comportamenti di questo tipo. Tra le prime, il 57,2% ha soddisfatto i criteri diagnostici per il disturbo mentale, rispetto al 20,8% senza particolari manifestazioni. La frequenza di disturbi d’ansia e di depressione è stata subito più alta rispetto ad altri tipi di disturbi. Oltre la metà delle donne che ha riportato una storia di autolesionismo ha incontrato un disordine durante i mesi della gravidanza rispetto alle donne che non hanno mai utilizzato il proprio corpo in nessun modo. Dalla SCID è emerso che le donne che ricorrevano ad atti autolesionistici avevano maggiormente disordini di personalità. Tali dati aiutano a riflettere sulla necessità di tenere in considerazioni le fragilità emotive durante i mesi della gravidanza o nel periodo immediatamente successivo, soprattutto quando vi è una storia di vita relativamente all’adolescenza ed alla prima età adulta connotata da eventi stressanti o, generalmente, problematica.

Sebbene si sappia poco rispetto a questo fenomeno, considerando che molto spesso le donne non riferiscono di attuare questi comportamenti, questo studio muove i primi passi verso l’identificazione di pattern precisi alla base dell’autolesionismo per ora, soprattutto, in termini di ansia e depressione. La forza di questo lavoro sta nel campione decisamente molto ampio e l’utilizzo di strumenti molto potenti dal punto di vista diagnostico. Ad esempio la SCID è uno strumento che permette di effettuare diagnosi e non è una misura di screening il che rende i dati ancora più robusti.

Si sa molto rispetto alla depressione post partum ed il maternity blues. Ad oggi le ricerche si stanno interessando a segni più specifici come i disordini alimentari o, appunto, comportamenti autolesionistici durante la gravidanza, segno che il corpo in quei mesi riveste un ruolo centrale. Analisi retrospettive sono fondamentali per poter conoscere meglio e a fondo questi fenomeni e per garantire l’accesso ad interventi mirati che aiutino donne e famiglie a gestire meglio le problematiche emotive nei mesi immediatamente successivi al parto, rese ancora più difficili se di base c’è una problematica di personalità o sintomi attivi.

 

Riferimenti

  • Borschmann, R., Molyneaux, E., Spry, E. et al. (2018). Pre-conception self-harm, maternal mental health and mother-infant bonding problems: a 20-year prospective cohort study. Med.
  • Howard, L.M., Ryan, E.G., Trevillion, K., Anderson, F., Bick, D., et al. (2018). Accuracy of the Whooley questions and the Edinburgh Postnatal Depression Scale in identifying depression and other mental disorders in early pregnancy. J. Psychiatry, 212
  • MacLeod Hall, C., Molyneaux, E., Gordon, H., Trevillion, K., Moran, P., Howard, L.M. (2019). The association between a history of self-harm and mental disorders in pregnancy. J Affect Disord. Nov 1;258:159-162.

 

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Virginia Valentino

Psicoterapeuta. Tratta disturbi d’ansia, depressione, disturbi sessuali e disturbi della personalità applicando la Terapia Metacognitiva Interpersonale (TMI) e si occupa di neuropsicologia dell’adulto, occupandosi di valutazione e riabilitazione cognitiva in pazienti con malattie neurodegenerative.È autrice di lavori divulgativi di carattere scientifico su riviste nazionali ed internazionali su temi riguardanti la neuropsicologia e la psicologia clinica.


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