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Nuovi studi sui comportamenti antisociali: ha senso parlare di attenuanti genetiche?

Nuovi studi sui comportamenti antisociali: ha senso parlare di attenuanti genetiche?
Nuovi studi sui comportamenti antisociali: ha senso parlare di attenuanti genetiche?

Nuovi studi sui comportamenti antisociali: ha senso parlare di attenuanti genetiche?

I comportamenti antisociali sono una problematica spesso oggetto d’interesse per diverse figure professionali come psicologi, educatori, sociologi e assistenti sociali poiché ha un peso importante nelle vittime, nei perpetratori e nella società in generale. Il comportamento antisociale è una caratteristica di alcuni disturbi mentali, come il disturbo antisociale di personalità (DAP), il disturbo della condotta e il disturbo borderline di personalità (DPB): in particolare è stato osservato che la comorbidità di DAP e DPB è particolarmente associata a crimini violenti in adolescenza ed età adulta (2/3 dei partecipanti con condanne penali nella ricerca di Robitaille at al., 2017).

Ma cosa sono i comportamenti antisociali? Possiamo definirli attività che ignorano norme e regole sociali di comportamento appropriato e violano i diritti degli altri.

Possiamo fare degli esempi facendo la suddivisione tra:
comportamenti antisociali espliciti: litigi e aggressioni verbali e fisiche;
comportamenti antisociali nascosti: furto, menzogna, manipolazione, danneggiamento di proprietà.

Allo sviluppo dei comportamenti antisociali concorre una combinazione di tre tipi di fattori:
individuali: come incapacità di regolare le emozioni, impulsività, bassa tolleranza alla frustrazione, bassi livelli di intelligenza;
sociali: interruzioni nel caregiving, attaccamento insicuro o disorganizzato, maltrattamento, emarginazione da parte dei pari, associazione a pari devianti, esposizione ad armi o sostanze stupefacenti;
scolastici: categorizzazione di necessità di sostegno, fallimenti, morale basso nell’ambiente scolastico, mancanza di attaccamento agli insegnanti.

Recentemente l’attenzione si è rivolta soprattutto a un sottotipo di fattore individuale, quello genetico, e ha portato risultati inattesi. In passato gli scienziati erano convinti che vi fossero specifici geni che, singolarmente, erano coinvolti nello sviluppo di comportamenti antisociali: per esempio, la monoammina ossidasi A, i cui inibitori sono utilizzati nella terapia antidepressiva, era stato soprannominato “gene guerriero” in quanto ritenuto responsabile del comportamento aggressivo e violento. Tuttavia un ampio studio internazionale del 2017 (Tielbeek et al.) ha dimostrato che il comportamento antisociale avrebbe un carattere altamente poligenico: in altre parole, i singoli geni non giocano un ruolo specifico ma l’effetto congiunto di tutti i geni potrebbe spiegare una parte della variazione del comportamento antisociale. Inoltre, i risultati dimostrano che gli stessi geni che influenzano il comportamento antisociale sono negativamente correlati al livello più alto di istruzione tra i partecipanti alla ricerca. Lo studio, quindi, include anche un riferimento ai fattori scolastici precedentemente esemplificati, confermando come più è alto il livello di istruzione, minore è la possibilità di comportamento antisociale.

I ricercatori tengono comunque a sottolineare che le influenze genetiche possono solo in parte spiegare lo sviluppo di un comportamento antisociale. Altrettanto peso hanno gli altri fattori, che includono le influenze ambientali (come le esperienze traumatiche durante gli anni più giovani). I prossimi passi della scienza dovrebbero pertanto approfondire le modalità con cui caratteristiche biologiche, fattori psicologici e fattori ambientali interagiscono tra loro.

Roberta Borzì

Riferimenti:

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