Olimpiadi di italiano. Ma l’80% è analfabeta funzionale

Olimpiadi di italiano

Si è conclusa da poco la finale nazionale dell’ottava edizione delle Olimpiadi di Italiano. È dal 2011 che questa simpatica e interessante iniziativa coinvolge volontariamente gli studenti delle scuole superiori, sia in patria che nelle scuole italiane all’estero. E, a giudicare dalle adesioni, sembra stia diventando sempre più popolare: quasi 44.000 studenti hanno partecipato fino ad ora, con il coinvolgimento degli insegnanti che hanno iscritto la loro scuola.

Questa amichevole competizione è organizzata dal Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca e, oltre alla sfida vera e propria, vi sono dietro ulteriori obiettivi: sicuramente l’intento di incrementare negli studenti l’interesse e la passione verso la nostra lingua, oltre alla sua padronanza, e anche il monitoraggio del sistema nazionale di istruzione e delle competenze linguistiche dei ragazzi.

A ben vedere, questa iniziativa ministeriale ha ragione di esistere. La nostra lingua può essere un vero vanto per noi e risveglia interesse in tutto il mondo: è infatti la quarta lingua più studiata. Sul podio, neanche a dirlo, ci sono l’inglese, lo spagnolo e il cinese: la ragione delle prime posizioni di queste lingua sta soprattutto nel numero delle persone che le parlano (rispettivamente un miliardo e mezzo, mezzo miliardo e ancora un miliardo e mezzo): dopotutto, se la Cina è nota per la densità di popolazione (seconda al mondo dopo il Bangladesh), inglesi e spagnoli hanno una lunga storia di colonizzazione.

L’Italia, invece, non ha nessuna di queste caratteristiche: i madrelingua sono solamente sessanta milioni, non abbiamo un peso politico particolarmente rilevante né colonie in giro per il mondo. Ma la nostra lingua ha alcuni assi nella manica. Primo fra tutti, è la lingua usata nella Chiesa Cattolica, quindi dal Papa e dai suoi “dipendenti” sparsi per il mondo, con la sua importanza nel contesto geopolitico. Inoltre, nonostante la mancanza di colonizzazione, oltre quaranta milioni di persone all’estero parlano italiano perché emigrati o familiari di emigrati italiani. Un’altra ragione è puramente culturale: l’italiano è la lingua della musica, dell’opera e della cucina e questi sono esempi di prodotti tricolori che hanno sempre molto successo, basti pensare a quanto famoso è stato ed è ancora Pavarotti. Inoltre, moltissimi sono gli estimatori della letteratura italiana, una delle più ricche e sviluppate del pianeta, e dell’arte rinascimentale, motivo principale del turismo.

Eppure, nonostante tutto questo interesse per la lingua italiana all’estero, mai detto fu più vero di “Nemo propheta in patria”: sembra infatti che 3 italiani su 4 siano analfabeti funzionali. Cosa significa questa cosa? Più o meno tutti sappiamo leggere e far di conto, ma l’80% della popolazione italiana riesce minimamente a comprendere la lettura o l’ascolto di un testo di media difficoltà. In Europa fa peggio di noi solo la Turchia, secondo l’indagine OCSE-PIAAC. Stiamo, quindi, parlando di elaborare e utilizzare informazioni abbastanza semplici, un livello minimo di competenze per destreggiarsi nelle richieste della vita quotidiana, come comprendere un libretto illustrativo o trovare un numero di telefono su un sito web.

Fanno parte di questa maggioranza: gli ultra 55enni, per i quali mancava la scolarizzazione obbligatoria e quindi hanno difficoltà a incrementare le possibilità di apprendimento, anche a causa di un precoce ingresso nel mondo del lavoro, e inoltre coltivano poco le conoscenze apprese, soffrendo di quello che si chiama “analfabetismo di ritorno”; i giovanissimi con bassa scolarizzazione (il nostro numero di laureati è metà della media europea), che vivono ancora con i genitori e che hanno in casa meno di 25 libri.

In questi dati possiamo trovare anche margini di soluzione. È, infatti, necessario cambiare quelle particolarità della società italiana che producono e rinforzano questi dislivelli di competenze. A partire dall’impianto dell’istruzione pubblica, con la piaga dell’abbandono scolastico precoce e un esercito di insegnanti che non possono andare in pensione e che hanno poco o difficile accesso alle nuove modalità di insegnamento, mantenendo il distacco tra scuola e un avanzamento tecnologico che i giovani conoscono benissimo. Ma non solo: la mancanza o la precarietà dell’occupazione, l’assenza di formazione sul lavoro e la scarsità delle possibilità di spendere in cultura. Tutti questi fattori rimpolpano quella disaffezione alla cultura che caratterizza un po’ tutta la popolazione italiana.

 

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