Oltre “Adolescence”

Photo by Netflix
Cosa ci insegna davvero la fragilità digitale dei ragazzi
Negli scorsi mesi l’opinione pubblica si è occupata del fenomeno cinematografico Adolescence, la serie britannica che ha spopolato su Netflix. Adesso che i riflettori sulla serie sembrano essere stati spenti è bene riaccenderli e anche a lungo perché i contenuti della serie non possono essere solo “una moda del momento”. Dietro alla trama avvincente (un tredicenne accusato dell’omicidio di una compagna ) ci troviamo di fronte a questioni reali, quotidiane, che intersecano il vissuto di moltissimi adolescenti: isolamento emotivo, senso di vuoto affettivo, esposizione a contenuti digitali estremi e radicalizzanti.
Questo non è solo un fenomeno narrativo o culturale. È, piuttosto, una lente d’ingrandimento su dinamiche psicologiche e sociali che gli adulti di riferimento (genitori, insegnanti, educatori e professionisti della salute mentale) non possono più ignorare. Il mondo digitale, con le sue logiche accelerative e polarizzanti, si configura come uno spazio in cui gli adolescenti costruiscono significati, appartenenze e identità, spesso senza strumenti adeguati per orientarsi.
Tra le influenze più preoccupanti emergono quelle che nascono da sottoculture online apparentemente marginali ma in realtà estremamente pervasive. Concetti come incel (da involuntary celibate, giovani uomini che provano rabbia e risentimento verso le donne per essere rifiutati), red pill (la “pillola rossa” ispirata a Matrix, usata per indicare il risveglio alla “vera natura” delle relazioni, intesa però in chiave misogina) e 80/20 rule (l’idea che l’80% delle donne desideri solo il 20% degli uomini più attraenti, lasciando gli altri esclusi) non sono solo concetti teorici, al contrario, costituiscono vere e proprie cornici interpretative attraverso cui alcuni adolescenti leggono la propria esperienza relazionale e identitaria, in un processo che può alimentare frustrazione, rabbia e vissuti di esclusione.
Come professionisti della salute mentale ci troviamo oggi di fronte a una sfida educativa che non può essere affrontata esclusivamente con strumenti normativi o correttivi. È necessario un cambio di paradigma. Accompagnare un adolescente nel contesto digitale contemporaneo significa, prima di tutto, decentrarsi. Questo concetto, spesso sottovalutato, implica uno spostamento attivo dal punto di vista adulto (ancorato al “quando ero giovane io”, “so cosa è meglio per te”) verso una posizione di apertura autentica all’alterità dell’esperienza adolescenziale. Decentrarsi non è un atto di empatia superficiale, ma una postura relazionale che richiede tolleranza alla frustrazione, capacità di ascolto non giudicante e disponibilità a rinunciare al controllo. Questo tipo di approccio si concretizza nella pratica clinica ed educativa attraverso alcuni passaggi fondamentali.
Innanzitutto, è necessario saper ascoltare in modo autentico, senza l’urgenza di fornire soluzioni immediate o interpretazioni precoci. L’ascolto deve diventare uno spazio di legittimazione del vissuto, dove il racconto dell’adolescente può trovare forma e significato. Accanto all’ascolto, diventa centrale il riconoscimento emotivo. Molti adolescenti non hanno ancora sviluppato un linguaggio interno chiaro per nominare ciò che provano; il compito dell’adulto è aiutarli in questa traduzione affettiva, offrendo parole che possano fare da ponte tra esperienza interna e consapevolezza emotiva. Un ulteriore elemento spesso sottovalutato è l’importanza di fornire linguaggi alternativi.
Non tutti gli adolescenti riescono ad accedere alle proprie emozioni attraverso la parola. L’arte, la musica, la scrittura o lo sport possono diventare canali espressivi fondamentali per integrare l’esperienza emotiva e costruire un senso di sé più coeso. Infine, ma non meno importante, la coerenza educativa rappresenta il fondamento di ogni relazione significativa. Gli adulti devono modellare quotidianamente i valori che intendono trasmettere, attraverso la propria vulnerabilità, l’ammissione dei propri errori e la disponibilità al confronto.
La fragilità degli adolescenti di oggi non può essere letta come un deficit individuale o come una conseguenza di scelte sbagliate. Si tratta, piuttosto, di un riflesso di un contesto sociale che spesso lascia i giovani privi di strumenti per comprendere e regolare il proprio mondo interno. Le narrazioni tossiche che circolano online rispondono, purtroppo, a bisogni reali: bisogno di appartenenza, di riconoscimento, di identità. Ignorarle o banalizzarle equivale a lasciarli soli nel momento in cui avrebbero più bisogno di una guida presente e competente.
Educare, oggi, significa co-creare. Non si tratta più di trasmettere regole in modo verticale, ma di costruire insieme nuove forme di relazione che possano restituire agli adolescenti un senso di agency, di sicurezza emotiva e di connessione autentica. La sfida è complessa, ma urgente: non possiamo permetterci di restare spettatori di fronte a un cambiamento che coinvolge l’identità stessa delle nuove generazioni.
Riferimenti
- Save the Children Italia (2025). Educazione digitale: guida per genitori e adulti di riferimento. Una guida pratica per accompagnare i ragazzi nell’uso consapevole del web, con focus su rischi e opportunità digitali. Ministero della Giustizia Minori
- OCSE (2025). How’s Life for Children in the Digital Age? Rapporto che evidenzia i rischi psicologici e relazionali legati all’uso intensivo di dispositivi digitali da parte dei giovani.
- Brace, L. (2025). What Does Netflix’s Drama ‘Adolescence’ Tell Us About Incels and the Manosphere? Esplorazione delle dinamiche delle sottoculture online come gli incel e la loro rappresentazione nella serie ‘Adolescence’.
- Scicchitano, M. (2023). Lavorare con adolescenti su emozioni e identità nella società digitale attraverso lo strumento del gioco di ruolo. Proposta di utilizzo del gioco di ruolo come strumento terapeutico ed educativo per adolescenti.
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