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OMS: la transessualità non è più considerata una malattia mentale

Oms e transessualità

Il 2018 sarà ricordato come l’anno in cui l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) decise di rimuovere anche le identità transessuali dal capitolo dei disturbi mentali dell’International Classification of Diseases (ICD). Una nuova sezione è stata inclusa al manuale: “Condizioni relative alla salute sessuale”, in cui si trova la diagnosi di “incongruenza di genere“. Questa scelta avviene quasi mezzo secolo dopo (1974) che l’orientamento omosessuale è stato escluso dal DSM, il Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali, come malattia mentale.

Sotto al termine “transgender” si vengono a trovare tutte le persone che, in un modo o nell’altro, non si riconoscono nello stereotipo di genere binario, maschile o femminile: quindi, le persone che non si sentono appartenere al sesso biologico di nascita (transessualismo) o non si sentono appartenere a nessun genere specifico (genderqueer).

Può sorgere confusione tra identità di genere (sentirsi maschio o femmina), ruolo di genere (comportarsi e vestirsi secondo le “indicazioni” di genere della cultura di appartenenza) e orientamento sessuale (sentirsi attratti fisicamente ed affettivamente verso un uomo o una donna): per esempio, una persona nata maschio potrebbe identificarsi come femmina ed essere attratta dalle donne. Se poi la persona decide di intervenire da un punto di vista medico per la riassegnazione del sesso, potremo usare il termine “transessuale” durante il percorso, per poi identificare la persona con maschio o femmina a seconda del sesso finale.

Le etichette e le categorie, seppure ci aiutano a dare un senso alla realtà, sono limitanti e riduttive: menzioniamo di solito sette colori ma questi sono solo alcuni rappresentanti scelti delle innumerevoli sfumature dell’arcobaleno. Alfred Kinsey già negli anni ’40 e, in seguito, Fritz Klein hanno proposto l’orientamento sessuale come un continuum tra eterosessualità e omosessualità e ognuno di noi può trovarsi in un punto qualsiasi di questo continuum.

La ragione della scelta dell’OMS è che non c’è prova che la transessualità sia un disturbo mentale. Continuare a classificarla come tale rappresenta un grave stigma che ha portato a discriminazione, molestie e abusi e, in alcuni casi, anche criminalizzazione di un’espressione del genere non conforme a quella tradizionalmente indicata dalla cultura di appartenenza.

Grazie a questo cambiamento epocale, non saranno più ammesse cosiddette terapie riparative, ospedalizzazioni e medicalizzazioni forzate o addirittura la forzata sterilizzazione. Lo psicologo che coordina le sezioni di salute mentale e comportamento dell’ICD, Geoffrey Reed, spiega che ora le persone trans potranno usufruire più facilmente di prima degli interventi e delle cure a loro dedicati.

La notizia arriva un giorno dopo quella proveniente dall’Argentina dell’ergastolo dato all’aggressore dell’attivista transgender Diana Sacayán, accoltellata 13 volte nel 2015. La sorella della vittima, Sasha, dice: “Mia sorella era un esempio e mi ha insegnato a combattere per i miei diritti”. E per i diritti delle minoranze, come le persone transgender, occorre continuare a combattere ogni giorno.

 

Riferimenti:

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