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Ossessione per la prestazione e senso di sé: come sta cambiando la nostra identità

Ossessione per la prestazione

PHOTO BY Alysa Bajenaru ON UNSPLASH

Tutto ciò che facciamo, da quando sorge il sole a quando tramonta la luna e quanto bene lo facciamo, nella nostra vita, nel lavoro, nello sport, influenza il modo in cui vediamo noi stessi. Tanto più accumuliamo esperienze, voti, attestati, manifestazioni di approvazione e di eccellenza tanto più la nostra identità ne verrà influenzata al punto tale da identificarci con il risultato della prestazione appena raggiunta. Definire se stessi eccezionalmente bravi in qualcosa fa miracoli per l’autostima e la fiducia ed è probabile che una simile identità fornisca protezione anche durante periodi di scarso rendimento o fallimento. Se tu e gli altri sapete che siete i migliori, i momenti di prestazioni non stellari verranno spazzati via come anomalie temporanee,(Ben Walker e Dan Caprar).

Introduzione

“Sulla faccia della terra esiste un solo animale interessato a raggiungere la perfezione, esercitando senza sosta le proprie capacità. Un essere che ricava un piacere primordiale nel padroneggiare le sfide a cui si sottopone. Tutto comincia con un traballante bimbo di pochi mesi che prova ad alzarsi in piedi”, afferma il dr. Pietro Trabucchi.

Viviamo in una società ossessionata, dalle prestazioni. Fa parte della nostra cultura cercare di migliorare continuamente le nostre performance. Vediamo questo focus sulle prestazioni in tanti i modi nella vita di tutti i giorni. Dai programmi televisivi come “Xfactor, Tu si che vales, Amici” oppure in altre attività, che si tratti di cantare, cucinare, creare una casa, frequentarsi o persino sposarsi.

Quanto bene facciamo, in classe, al lavoro, sul campo sportivo o persino nella vita in generale, influenza il modo in cui gli altri ci vedono, ma anche il modo in cui vediamo noi stessi. In alcuni casi, questa influenza può essere così forte che arriviamo a vedere le nostre prestazioni come una parte fondamentale di ciò che siamo. Sia per giovani che per anziani, le competizioni, i premi e le classifiche sono una caratteristica inevitabile della vita. Interrogativi quali “ che voto hai preso oggi?” oppure “quante cose hai fatto oggi?” stanno sempre più sostituendo le domande “come ti sei sentito?” oppure “ ti sei divertito?”.

Identità e prestazione

Un’ identità basata sulla prestazione nasce quando una persona non solo sa di eccellere (o all’altro estremo, è completamente negata) in qualcosa, ma si sente fondamentalmente definita da quel livello di prestazione. Se dovessero smettere di esibirsi con lo stesso standard per qualsiasi motivo, le persone potrebbero perdere il senso di sé (o una grande parte di esso). In parole povere, avrebbero difficoltà a rispondere a quell’antica domanda “chi sono io?”. Questo a sua volta solleverebbe ogni sorta di domande difficili sul loro posto nel mondo, sul loro scopo e possibilità nella vita. Da un recente sondaggio sui valori di oltre 80.000 persone in tutto il mondo è emerso che oltre il 65% degli intervistati pensa che avere molto successo e comunicare agli altri i traguardi raggiunti è di fondamentale importanza.

Non tutti sviluppano un’identità basata sulle prestazioni, ma siamo tutti potenziali candidati in quanto continuamente sollecitati da indici quantitativi di prestazione e dal continuo e costante paragone con gli altri.

Conclusioni

Se da un lato una storia di ottime performance ci fa sentire forti e sicuri di noi, dall’altro lato la stessa sicurezza ci potrebbe rendere molto compiacenti per cambiare pratica e esplorare nuove aree di sviluppo, come se non avessimo più margine di miglioramento. Questo è vero soprattutto per gli atleti che hanno vinto tantissimo e che hanno raggiunto gradi elevatissimi di eccellenza. Problemi possono sorgere anche quando le persone si definiscono le migliori, ma non sono del tutto sicure di questa identità. In queste situazioni, gli individui possono essere turbati anche dal feedback più costruttivo sulle loro prestazioni, oppure evitare di aiutare (o talvolta addirittura sabotare) i loro colleghi per paura di perdere il loro posto in cima alla gerarchia del successo. Infine, anche le identità negative basate sulle prestazioni – in cui gli individui si definiscono non come i più performanti ma come eccezionalmente poveri – avranno probabilmente una serie di risultati negativi, come la bassa autostima e l’eliminazione di compiti impegnativi e quindi più difficili e competitivi.

Sono necessarie ulteriori ricerche e approfondimenti affinchè si chiarisca il legame tra l’identità e il senso di sé e la performance svolta dagli individui.

Scalare le classifiche sportive e vincere una medaglia, fare più soldi in pochissimo tempo, avere voti brillanti ed essere i primi della classe può essere molto soddisfacente per ognuno di noi, specialmente quando possiamo vivere in condizioni migliori, conoscere e imparare, vedere il mondo, aiutare la nostra famiglia, gli altri e la comunità. Se le nostre brillanti performance un giorno si spegneranno, se qualcun altro vincesse una medaglia allora giudicare il nostro valore in base ai soli risultati potrebbe non funzionare più. La Mindfullness, ovvero quella disciplina che insegna a coltivare l’attenzione nel momento presente in un modo particolare ovvero intenzionalmente e non giudicante (Jon Kabat-Zinn,) potrebbe aiutarci, in tal senso, a conoscere, guardare noi stessi e gli altri con occhi nuovi, affinchè il nostro mondo sia un posto migliore e la nostra vita un viaggio che valga la pena di essere vissuta, giorno dopo giorno, successi o insuccessi compresi.

Riferimenti:

 

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