Pandemia e smartwoking: i benefici della mindfulness

Pandemia e smartwoking

Photo by Andrea Piacquadio on Pexels

Smartworking e zoom fatigue

In questo ultimo anno l’epidemia da Covid-19 ha portato notevoli cambiamenti nella vita di ognuno di noi. Improvvisamente, lo smartworking è diventato l’unica possibilità per continuare a svolgere il proprio lavoro durante il lockdown. Così, in maniera inaspettata la maggior parte delle persone ha dovuto adattarsi per rispondere alle esigenze connesse a questa nuova modalità di lavoro senza esserne completamente preparati. Ci si è trovati così a trasformare un tavolo della cucina in scrivania, un salotto in sala riunioni e a dover cercare uno spazio domestico privo di distrazioni. Notevoli sono stati i benefici dello smartworking ma parallelamente non possono non essere considerati gli aspetti negativi ad esso connessi. Di particolare rilevanza sono: le difficoltà di attenzione, la scarsa motivazione, la problematicità di trovare una separazione tra vita lavorativa e vita privata. Ulteriori difficoltà si aggiungono per i lavoratori con figli piccoli, che, con la chiusura delle scuole hanno dovuto cominciare ad occuparsi anche dell’aspetto scolastico e didattico, talvolta togliendo tempo al lavoro. Questi aspetti a loro volta sono correlati ad una diminuzione della produttività ed a maggiori livelli di stress del lavoratore (Gorlick, 2020).

Come conseguenza, si è cominciato a sentire parlare di un nuovo fenomeno: la zoom fatigue, l’esaurimento emotivo e fisico connesso allo smartworking. In particolare, si fa riferimento a quattro aspetti connessi a questo fenomeno: quantità eccessiva di tempo trascorso guardando lo schermo, il notevole carico cognitivo, la maggiore autovalutazione ed autocritica derivanti dal guardare in video se stessi per molto tempo e limitazioni della mobilità fisica (Bailenson, 2021).

Lo studio

Un nuovo studio (Toniolo-Barrios, Pitt, 2021) ha fatto luce su come la mindfulness possa aiutare i lavoratori in smartworking in 3 modi:

  1. Aiutandoli a disconnettersi dal lavoro e facilitandone il distacco psicologico;
  2. Migliorando l’attenzione durante il lavoro e quindi anche le prestazioni lavorative;
  3. Favorendo la ripresa dall’affaticamento.

Per quanto riguarda il primo aspetto, la disconnessione dal lavoro, talvolta i confini tra vita personale e lavorativa sono piuttosto labili e diventa difficile per le persone smettere di pensare al lavoro dopo il termine dell’orario lavorativo. Il meccanismo che interferisce con questa capacità è noto come ruminazione correlata al lavoro (Querstret et. al., 2017) e comporta una tendenza a continuare a prestare attenzione e a pensare agli aspetti connessi a questione lavorative. In questo caso la mindfulness è particolarmente efficace perché favorisce la diminuzione della ruminazione riportando l’attenzione al momento presente. Inoltre, facilitando l’assunzione di un atteggiamento non giudicante evita che il lavoratore attribuisca giudizi ansiosi agli accadimenti lavorativi.

Risultano particolarmente utili per favorire la gestione di questo aspetto la pratica del body scan e l’esercizio del grounding.

Rispetto al secondo aspetto, durante lo smartworking può essere difficile mantenere l’attenzione sul compito a causa delle innumerevoli distrazioni ambientali e di conseguenza si verifica un calo delle prestazioni e della produttività. Poiché la mindfulness implica l’attenzione al momento presente favorisce una maggiore regolazione attentiva e facilita la capacità di ricondurre l’attenzione al momento presente anche a seguito di una distrazione. In questo caso vengono consigliati gli esercizi di respirazione o l’esercizio del grounding.

Infine, inevitabilmente il drastico aumento del tempo trascorso online conduce ad un forte affaticamento. In questo caso un ruolo fondamentale è svolto dalla capacità di autoregolazione ovvero di modificare o indirizzare il proprio comportamento con il fine di raggiungere un obiettivo specifico (Karoly, 1993). La persona, quindi, deve essere in grado di riconoscere i propri segnali corporei di affaticamento in modo da poter intervenire tempestivamente evitando una maggiore compromissione fisica e mentale. In questo caso la mindfulness aiuta il soggetto a sviluppare una maggiore consapevolezza verso i propri segnali corporei, facilitando una maggiore gestione del tempo trascorso allo schermo.

Nello specifico una persona che riconosce dei segnali di affaticamento può svolgere un esercizio di meditazione mindfulness anche breve e ripeterlo più volte nelle pause lavorative per favorire la ripresa ed il recupero.

Conclusioni

Questo studio mette in luce i maggiori benefici della mindfulness per gestire e superare i tre ostacoli più importanti connessi allo smartworking.

In base a quanto emerso risulta così essenziale che i datori di lavoro si impegnino a promuovere pratiche mindfulness per favorire la produttività ma anche il benessere dei lavoratori.

 

Bibliografia:

  • Bailenson, J. N. (2021). Nonverbal overload: A theoretical argument for the causes of Zoom fatigue. Technology, Mind, and Behavior, 2(1).
  • Gorlick, A. D. A. M. (2020). The productivity pitfalls of working from home in the age of COVID-19. Stanford News. March, 30, 2020.
  • Karoly, P. (1993). Mechanisms of self-regulation: A systems view. Annual review of psychology, 44(1), 23-52.
  • Querstret, D., Cropley, M., & Fife-Schaw, C. (2017). Internet-based instructor-led mindfulness for work-related rumination, fatigue, and sleep: Assessing facets of mindfulness as mechanisms of change. A randomized waitlist control trial. Journal of Occupational Health Psychology, 22(2), 153.
  • Toniolo-Barrios, M., & Pitt, L. (2021). Mindfulness and the challenges of working from home in times of crisis. Business Horizons, 64(2), 189-197.
  • https://news.stanford.edu/2020/03/30/productivity-pitfalls-working-home-age-covid-19/

Autore/i dell’articolo

Rita Massaro
Psicologa, iscritta all’Ordine degli Psicologi della Campania dal 27/01/2020 n° 8632. Svolge il ruolo di Research assistant occupandosi di raccolta dati nell’ambito di progetti di ricerca con il Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi della Campania. Collabora con l’Istituto Beck come tutor d’aula presso la sede di Caserta. Ha preso parte a progetti di prevenzione del disagio giovanile presso scuole primarie superiori e scuole secondarie del territorio. Ha svolto attività di tirocinio presso il servizio Materno Infantile dell’ASL di Caserta e un Centro di riabilitazione neuromotoria per minori.
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