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Il “paradosso nordico”: più violenza di genere nei paesi scandinavi

Il “paradosso nordico”

Vi è un’idea diffusa tanto nell’opinione pubblica quanto nelle ricerche: i Paesi del Nord Europa sono quelli in cui c’è maggiore uguaglianza tra uomini e donne. Stiamo parlando delle nazioni della penisola scandinava (Norvegia, Svezia, Finlandia) e anche di Danimarca e Islanda. Tuttavia contro questo stereotipo si infrange un dato di direzione completamente opposta: questi sono anche i territori dove si registra il numero maggiore di violenza domestica contro le donne (IPV, da Intimate Partner Violence).

Questo fenomeno di dissonanza ha preso il nome di “paradosso nordico”. D’altronde come far coesistere il minor divario tra uomini e donne registrato dal Global Gender Gap Report (nei settori di economia, salute, istruzione e politica) con il 30% di donne vittime di violenza in questi Paesi (con la media europea del 22%)? Persino l’Italia, che assieme a Grecia e Portogallo sono molto indietro nella lotta per l’uguaglianza di genere, registrano dati di IPV più bassi.

Si è cercato di dare una spiegazione a questo fenomeno e molte sono le ipotesi. Tra quelle avanzate che hanno avuto meno successo c’è quella che punta il dito contro il maggior consumo, se non l’abuso, di alcool: è chiaro che è molto riduttivo e semplicistico attribuire a questo la causa di un così complesso problema sociale.

Un’altra spiegazione tiene conto della maggior consapevolezza del problema della violenza di genere che le culture nordiche avrebbero e per questo vi sarebbero più denunce, mentre in altre realtà il fenomeno sarebbe sommerso. Tuttavia gli studi non sembrano registrare una maggiore predisposizione alla denuncia e diverse ricerche evidenziano tassi di violenza più alti.

Secondo un’ipotesi molto interessante, la cultura machista sarebbe pressocché uniformemente diffusa, anche nei paesi scandinavi, anche se nell’immaginario collettivo sarebbe questo uno stereotipo più delle culture mediterranee e del sud. Questa spiegazione sarebbe supportata dal fatto che molti settori lavorativi sono ancora considerati solo per uomini (per esempio nell’imprenditoria). Inoltre, l’aggressività maschile sulle donne è ancora considerata normale e banalizzata, sia nei media che nella cultura popolare. Persino gli abusi all’interno delle relazioni sono considerati anche nei tribunali come crimini di serie B: d’altronde la Finlandia ha una legge sullo stupro coniugale solamente dal 1994.

Il congedo parentale di cui i padri avrebbero potuto godere non è stato usato pienamente fino agli anni 90, seppure la legge sia stata varata vent’anni prima, poichè c’era la percezione che questi papà non fossero “uomini veri”. Da questa ipotesi si evince che, probabilmente, tutti gli interventi legislativi attuati nei paesi del Nord Europa non abbiano in realtà avuto un corrispondente cambiamento nella società. Anzi: il maggior numero di violenze di genere potrebbe essere contraccolpo a queste leggi, viste come minacce ai concetti tradizionali legati al maschio. La forzata emancipazione delle donne, quindi, le avrebbe esposte maggiormente al rischio di aggressione proprio per il tentativo di scardinare i ruoli di genere e il predominio del maschio sulla femmina.

Il paradosso nordico sembra dunque mostrare che il cambiamento non può venire semplicemente dall’alto con una serie di leggi ma deve passare da interventi sociali e culturali che possano avere un chiaro riferimento alla realtà che si vive quotidianamente. L’uguaglianza non può passare semplicemente dalle quote rosa, per fare un esempio, ma da un capillare lavoro mediatico che diffonda il rispetto dell’altro al di là del genere di appartenenza o del ruolo di genere osservato, ma anche della classe sociale, dell’etnia, dell’orientamento sessuale, ecc.

Riferimenti:

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