Nuova tecnica per trattare la paura senza causare paura

Paura

La paura è un’emozione fondamentale: ci permette di difendere la nostra incolumità nell’eventualità in cui ci troviamo in una situazione di pericolo. È un’emozione che gli animali hanno in comune e, dunque, anche l’essere umano. Nel suo libro “La mente selvaggia”, il dott. Mario Biondi ci racconta come noi umani, nel corso della nostra evoluzione, abbiamo barattato una relativa sensazione di essere al sicuro con numerose complicazioni psicologiche. Infatti la paura, per esempio, può dar luogo a fobie, ovvero paure irrazionali, e al disturbo da stress post-traumatico, con tutta una serie di sintomi spiacevoli come pensieri e ricordi intrusivi dell’evento traumatico, incubi, improvvise attivazioni fisiologiche della paura come tachicardia e sudorazione.

Una delle tecniche utilizzate dalla psicoterapia cognitivo-comportamentale è il controcondizionamento, grazie al quale gli stimoli esterni che attivano la risposta di paura sono ripetutamente rinforzati con ricompense positive o con stimoli nuovi non minacciosi. Questo tipo di intervento, seppure efficace, presenta il problema di mettere il paziente proprio di fronte alle situazioni che gli scatenano la paura prima che l’intervento abbia la sua efficacia, rendendo quindi il compito di sostenere la terapia piuttosto impegnativo.

È per questo motivo che la ricerca ha messo a punto una tecnica, chiamata DedNef da decoded neurofeedback, che mette in pratica la stessa tecnica del controcondizionamento senza far rivivere alle persone l’accaduto doloroso. Questa tecnica utilizza la risonanza magnetica funzionale e si divide in tre fasi.

Nella prima un software registra l’attività cerebrale esibita durante l’esposizione a immagini di cerchi di vario colore.

Nella seconda, il software fa lo stesso con immagini di coppie di cerchi di colori diversi mostrate poco prima di una scossa elettrica: lo scopo è quello di “insegnare” al partecipante ad associare la paura a una coppia di cerchi.

Nella terza, il software monitora l’attività cerebrale del paziente e, nel caso in cui registri un’attivazione (spontanea) di paura, mostra al partecipante la vincita di una ricompensa in denaro. Tutto questo senza che il partecipante abbia consapevolezza di quello che sta accadendo nel suo cervello.

Il risultato di questa ricerca è chiaro: sono bastati tre trattamenti di un’ora ciascuno per ridurre della metà l’ansia fisiologica mostrata dai partecipanti alla vista delle immagini “traumatiche”. Dunque sembra possibile ridurre la paura attivata da alcuni stimoli associando una ricompensa agli schemi di attivazione nella corteccia visiva che rappresentano uno stimolo doloroso, lasciando però i partecipanti all’oscuro sia della procedura che dello scopo stesso dell’intervento.

Lo studio è, quindi, molto promettente per poter essere ripetuto e adattato alle fobie e agli episodi di PTSD in cui gli eventi traumatici sono particolarmente difficili da trattare con le tecniche psicoterapeutiche.

Riferimenti sulla paura: