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Il Phubbing: il virus che genera alienazione sociale in un’apparente cornice “Social”

Phubbing

Photo By rawpixel on Unsplash

Molto recentemente, nell’era della comunicazione virtuale e dei social network sta prendendo piede un nuovo fenomeno sociale in grado di plasmare la qualità delle relazioni sociali e le modalità con le quali esse si strutturano. Stiamo parlando del “Phubbing”, un neologismo coniato nel 2012 che incorpora due termini: phone (telefono) e snubbing (trascurare).

Per comprendere meglio questo termine, basta riflettere per un secondo sulle abitudini quotidiane che ci rendono schiavi di comportamenti automatici. Facciamo un esempio: vi è mai capitato di andare al ristorante con una comitiva di amici, oppure con un gruppo di colleghi o semplicemente con il/la proprio/a partner e di venire distratti da un “bip” del telefono? Di sentire l’irrefrenabile istinto di controllare eventuali messaggi o notifiche segnalate dal vostro smartphone?

Improvvisamente ci si ritrova seduti a un tavolo gremito di persone che non si relazionano tra loro, in cui ciascuna delle quali si schermisce dietro a un telefono trascurando e, per meglio dire, “snobbando” il contatto con le persone fisicamente presenti.

Phubbing vuol dire proprio questo, l’atto di trascurare qualcuno con cui si è in compagnia, per “dedicarsi” al proprio telefono.

Ma non è necessario uscire dalle nostre case per osservare la vacuità delle attuali relazioni sociali; questa tendenza sta diventando dilagante all’interno della coppia, tra amici, tra collegi e finanche tra genitori e figli. Così, non è raro osservare partner che al rientro dal lavoro, piuttosto che dialogare sulla giornata appena trascorsa, passano compulsivamente al setaccio le comunicazioni perse durante la giornata lasciandosi facilmente distrarre dal telefono anche durante importanti conversazioni.

Un recente studio condotto da due ricercatori americani su alcune coppie di partner (Roberts, David, 2016) ha evidenziato come l’atto di trascurare l’interlocutore all’interno della coppia, contrapponendo tra sé e l’altro il telefono, genera conflittualità, sentimenti di insoddisfazione (rispetto la relazione) e di tristezza che nella peggiore delle ipotesi possono evolvere nella patologia depressiva.

Questo fenomeno dunque, potrebbe avere un impatto devastante non solo nel dominio relazionale, ma anche sul benessere psicofisico del singolo individuo, specie se si innesta su una vulnerabilità individuale preesistente. Basta riflettere su un importante dato che emerge dalla ricerca, ossia che gli effetti negativi del phubbing sono più incisivi nelle persone ansiose. Ma non solo! Questa tendenza, come emerge da uno studio successivo, sarebbe in grado di innescare un potente circolo vizioso: la vittima di phubbing, ovvero la persona che subisce questo tipo di trattamento, si rifugerebbe a sua volta nei social network allo scopo di ottenere da “ALTRI VIRTUALI” quella considerazione che le relazioni reali non consentono di soddisfare. Gli effetti a cascata di questo comportamento malsano impattano negativamente anche sulla propria autostima, generando interrogativi sul proprio valore personale. Questi a loro volta ci indurrebbero alla continua ricerca di conferme (quelle virtuali), perché le reali relazioni fanno vacillare la nostra identità e ci fanno sentire esclusi, inadeguati.

I social network appaiono rassicuranti contenitori, poiché portano alla costruzione di un’immagine di noi stessi socialmente accettabile e rispondente ai nostri bisogni di approvazione sociale. Il paradosso è che sfuggiamo alla solitudine, generando altra solitudine.

Una tendenza che nel suo complesso non solo cambia la qualità della comunicazione ma anche la quantità. Si comunica sempre meno e ci si isola sempre di più in un mondo virtuale in cui l’illusione di avere un’ampia rete “social” prende il sopravvento, determinando un progressivo impoverimento delle relazioni reali.

Ma cosa spinge le persone a fare un uso spasmodico di questi apparecchi fino a smarrire il controllo? Cosa spinge le persone a correre il rischio di compromettere le proprie relazioni e minare il proprio benessere? È evidente come ormai questi apparecchi sono dei “Tutto fare” di cui non riusciamo a fare a meno: ci consentono di comunicare attraverso piattaforme social sempre accessibili e disponibili h24; ci illudono di appartenere a qualcuno o a qualcosa (ad esempio a un gruppo virtuale); ci regalano la percezione di essere accettati, approvati dalla moltitudine, anche se siamo disapprovati dentro le nostre reali relazioni; ci consentono di fare acquisiti on-line, in un mondo dove le persone sono sempre più schiacciate dai ritmi della quotidianità e non hanno il tempo di uscire a fare compere; fungono da promemoria ricordandoci i nostri appuntamenti; consentono la visualizzazione di canali televisivi, di usufruire di abbonamenti anche fuori casa.

Basta fare un click e le nostre esigenze vengono immediatamente soddisfatte, da quelle riguardanti il lavoro a quelle inerenti lo svago.

Insomma, la verità è che adoperare i telefoni (ma anche i tablet) non rappresenta più un occasionale e consapevole tentativo di divagarsi e, a volte, alleggerire una giornata impegnativa.

E’ diventato un comportamento automatico che è entrato a far parte delle nostre vite e delle nostre relazioni e, come un virus, sta contagiando le persone a macchia d’olio, spesso senza limite di età.

 

Riferimenti:

  • Roberts, J. A., & David, M. E. (2016). My life has become a major distraction from my cell phone: Partner phubbing and relationship satisfaction among romantic partners. Computers in Human Behavior, 54, 134-141.
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