skip to Main Content

Prevenire la depressione: ruminazione e percezione negativa dei volti come fattori di vulnerabilità

Prevenire la depressione

Photo by javi-hoffens on Unspalsh

Lo sviluppo e il mantenimento della depressione sono fortemente influenzati dalla ruminazione, importante fattore di vulnerabilità per questo disturbo. Studi su campioni non clinici hanno infatti dimostrato come la presenza di ruminazione predicesse un aumento dell’umore depresso e l’insorgenza di episodi depressivi, sia negli adulti che negli adolescenti. Inoltre, sembra che le donne ruminino maggiormente sul perché si sentono tristi e sulle possibili conseguenze del sentirsi così.

Il pensiero ruminativo può essere suddiviso in due componenti: una focalizzata su di sé – quando il pensiero persiste sulle cause e le conseguenze dell’umore depresso e sull’auto-rimprovero per la propria condizione – l’altra focalizzata sui sintomi depressivi – come deficit cognitivi, disturbi somatici, bassa motivazione e anedonia. È importante distinguere tra queste due componenti quando si esamina la ruminazione come fattore di vulnerabilità per la depressione o predittore di un decorso sfavorevole: sembra infatti che il pensiero ruminativo focalizzato sui sintomi possa rappresentare un importante obiettivo delle strategie preventive volte a ridurre il rischio di insorgenza di disturbi depressivi. Tra poco scopriremo il perché.

Inoltre, alcune precedenti ricerche hanno dimostrato come la ruminazione fosse associata ad una distorta percezione di emozioni negative nelle espressioni facciali altrui; a partire da quanto riportato fino ad ora, il gruppo di ricerca tedesco, con il suo studio (Suslow, Wildenauer, Günther, 2019), ha voluto indagare la relazione tra ruminazione e pregiudizi negativi nella percezione dei volti in soggetti sani.

Il campione era composto da 100 giovani donne sane (età media 23.8 anni) e senza una storia di depressione clinica. L’ipotesi era che l’abituale ruminazione sui sintomi depressivi fosse correlata all’interpretazione negativa dell’espressione facciale altrui, indipendente da altri fattori rilevanti.

Le donne coinvolte hanno completato il Response Style Questionnaire (chiede al soggetto cosa fa di solito quando si sente depresso); sono stati misurati inoltre sintomi depressivi, atteggiamenti disfunzionali (in un altro studio, gli atteggiamenti disfunzionali tendevano ad essere positivamente associati alla percezione di emozioni negative in facce non ambigue in pazienti clinicamente depressi) e ansia. Inoltre, è stata inclusa la misurazione dell’intelligenza come variabile di controllo poiché una bassa intelligenza è risultata essere un fattore di rischio per lo sviluppo di disturbi dell’umore Per valutare le emozioni percepite nei volti, è stata somministrata una versione computerizzata del questionario sulla percezione delle espressioni facciali (Perception of Facial Expressions Questionnaire di Bouhuys et al., 1995), utilizzando disegni lineari di volti (facce molto schematiche).

La ruminazione basata sui sintomi (ma non focalizzata su se stessi) era associata positivamente alla percezione di emozioni negative in facce negative ambigue e non ambigue. Quindi, le tendenze ruminative vanno di pari passo con un pregiudizio negativo nella percezione delle espressioni facciali altrui non solo nei pazienti depressi ma anche negli individui non clinicamente depressi.

Una possibile spiegazione può essere che le persone usino spesso i propri affetti negativi come informazioni quando valutano altre persone o situazioni (Schwarz & Clore, 1987).

Un risultato interessante riguarda l’intelligenza: essa era correlata negativamente con il livello dei sintomi depressivi e la percezione delle emozioni negative in volti non ambigui (ovvero inequivocabilmente negativi). I ricercatori hanno ipotizzato che individui più intelligenti potrebbero essere meno prevenuti durante la percezione del volto perché sono più inclini all’analisi e basano i loro giudizi sulle espressioni e sulle caratteristiche oggettive del viso. Secondo i ricercatori è anche possibile che individui più intelligenti siano meno disforici e quindi meno prevenuti durante la percezione del volto.

A livello di prevenzione, la riduzione del pensiero ruminativo nelle persone sane potrebbe essere un obiettivo promettente per un intervento che miri a ridurre il rischio di insorgenza futura della depressione, che dovrebbe essere dedicato in modo particolare ad adolescenti e giovani adulti data l’età media di insorgenza.

 

Riferimenti:

Autore/i dell’articolo

Dott. De Gabrielis Gabriele
Psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, psicoterapeuta TMI (Terapia Metacognitiva Interpersonale). Ha conseguito il I livello della formazione in EMDR. Ha svolto la sua attività in diversi contesti: strutture semiresidenziali, centri clinici, U.O.C. Tutela Salute Donna ed Età Evolutiva – ASL Roma 2, U.O.C. Psichiatria – Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma. Da anni si dedica allo studio dei sistemi motivazionali nell’ottica cognitivo-evoluzionista contribuendo, attraverso diverse ricerche, allo sviluppo della Teoria Evoluzionistica della Motivazione (TEM). Attualmente collabora in qualità di psicologo e psicoterapeuta presso l’Istituto A.T. Beck di Roma.
Apri la finestra contatti
Back To Top

Send this to a friend