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Una prevenzione dell’Alzheimer è possibile?

Prevenzione dell’Alzheimer

A prima vista, potrebbe sembrare che diabete di tipo 2 e Alzheimer non abbiano punti in comune, eppure non è così. Pochi sanno che la malattia di Alzheimer potrebbe anche essere chiamata diabete di tipo 3. Vediamo alcuni punti in comune esposti a La Repubblica da Giorgio Sesti, presidente della Società Italiana di Diabetologia.

Per cominciare, entrambe sono malattie croniche che possono insorgere in tarda età.
Il diabete e le sue complicanze sono fattori di rischio di sviluppo dell’Alzheimer. In particolare si scatena un circolo vizioso relativo all’ipoglicemia, che aggrava l’Alzheimer: la persona con questa patologia neurodegenerativa è meno reattiva alle sensazioni di ipoglicemia, aggravandone le conseguenze.
Esistono inoltre dei fattori patogenetici comuni: l’insulina ha degli effetti benefici sulle cellule neuronali. In caso di insulinoresistenza, il danno si presenta anche a livello cerebrale: quasi tutte le persone con Alzheimer, infatti, hanno resistenza all’insulina, che è una condizione tipica dei diabetici.
Entrambe sono malattie legate all’incremento di infiammazione cronica di basso grado, fattore di rischio anche di malattie cardiovascolari e molti tipi di tumore. Si tratta di una condizione patologica che rimane silente per molti anni e la cui causa è da cercarsi nel fatto che abbiamo un corpo evolutosi in un determinato ambiente e non adattato alle condizioni in cui viviamo oggi, fatte per esempio da vita sedentaria e troppi zuccheri semplici nella dieta.
In entrambe vi è un aumento dello stress ossidativo, ovvero lo squilibrio tra produzione di radicali liberi e loro eliminazione da parte dei sistemi di difesa antiossidanti. I radicali liberi sono atomi instabili che, per stabilizzarsi, rubano un elettrone ad altri atomi, i quali a loro volta si destabilizzano, generando un evento a catena. La loro produzione è un evento fisiologico normale ma fattori individuali ed esterni possono aumentarne la quantità.
L’amiloide, che è una sostanza proteica che si accumula nel cervello dell’Alzheimer, è presente in grandi quantità anche nelle cellule betapancreatiche che producono insulina. L’amiloidosi crea danni a livello dei tessuti interessati.

L’Alzheimer ha una base genetica che, sebbene non permetta di seguirla con precisione lungo l’albero genealogico, è evidenziata da alcuni geni. La somma di questi geni rappresenta una suscettibilità che si potrebbe esprimere nella malattia se affiancata ad altre condizioni individuali e stressor esterni. In questo caso può essere fatta un’analisi genetica per scoprire la malattia precocemente, in quanto purtroppo i sintomi iniziali non sono evidenti ma cominciano a farsi sentire anche dopo 10 anni che si è sviluppata.

Uno dei modi in cui tenere sotto controllo la progressione della malattia è un particolare test neuropsicologico. Il Mini-Mental State Examination serve a valutare lo stato e la presenza di un deterioramento delle funzioni cognitive. Il test, disponibile anche online ma valutabile solo da un medico o uno psicologo, raccoglie domande quali “In che anno siamo?” o “In quale città ci troviamo?”, oltre ad alcune prove di memoria (fare lo spelling al contrario di una parola), verbali e di riproduzione di un disegno geometrico.

Purtroppo una prevenzione dell’Alzheimer al momento non è possibile, ma può essere fatta prevenzione dei suoi fattori di rischio, fra i quali il diabete, con uno stile di vita sano che includa una dieta varia, mediterranea, a basso contenuto di zuccheri semplici, grassi animali e carni rosse. Inoltre è importante mantenere un’attività fisica regolare. Ma bisogna anche tenere attivo il cervello: lettura, parole crociate, curiosità, apprendimento, vita sociale che coinvolga teatro, cinema, associazioni culturali.

Infine, esistono dei farmaci per la cura del diabete basati sull’ormone GLP-1, che stimola la produzione di insulina: gli studi hanno dimostrato che può migliorare il danno cerebrale dovuto al betamiloide accumulato nel cervello e tutti i parametri cerebrali. Per l’applicazione nell’Alzheimer, gli studi nei prossimi 2 anni saranno fondamentali per avere idea se vi è una interruzione o regressione della malattia.

Riferimenti:

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