Programmi di mindfulness: due punti di vista opposti

Programmi di mindfulness: due punti di vista opposti

Programmi di mindfulness

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I programmi basati sulla mindfulness sono universali? Due punti di vista opposti

I programmi basati sulla mindfulness (MBP) sono attualmente molto popolari e diffusi in tutto il mondo. Sono programmi di gruppo reperibili sia in modalità online che in presenza. Sono anche applicati in contesti diversi da quello clinico per esempio molte aziende promuovono la mindfulness come parte dei programmi di benessere per i dipendenti, inoltre assistiamo ad una loro diffusione anche nel settore scolastico, nello sport e nelle carceri.

Gli MBP includono il più famoso Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR) di Kabat-Zinn (2005), il Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT) di Segal et al. (2012), originariamente per la prevenzione delle ricadute della depressione, il Mindful Self-Compassion (MSC) di Neff e Germer (2018) e l’Interpersonal Mindfulness Program (IMP) di Kramer (2008). Solo per citarne alcuni.

Ogni programma affronta un aspetto diverso per esempio la riduzione dello stress, le ricadute depressive, le relazioni, etc. Questi programmi sono manualizzati e l’agenda del lavoro di gruppo promossa dal/dai conduttori, tra cui l’introduzione delle pratiche di consapevolezza e la psicoeducazione, segue un iter prefissato indipendentemente da chi o dove viene insegnato.

Un ricercatore di Singapore, Barry Tse, si è chiesto se gli MBP sono concepiti e sviluppati in modo culturalmente neutrale? 

Da una prospettiva storica, afferma Tse, sebbene riconosciuti come aventi le loro radici filosofiche e pratiche nel buddismo, questi programmi sono  sviluppati e adattati per coloro che vivono nelle società occidentali.

Attualmente, continua Tse, gli MPS hanno guadagnato popolarità anche in Oriente, ma nessuno sa con certezza se gli MBP siano ugualmente efficaci se praticati in una cultura diversa.

Negli Stati Uniti, una recente revisione sistematica di 94 studi randomizzati controllati (RCT) ha rivelato una mancanza di diversità demografica dei campioni composti prevalentemente da donne bianche, altamente istruite e di mezza età (Eichel et al., 2021). Conclude Tse che il pregiudizio nei dati demografici dovrebbe essere tenuto a mente prima di poter concludere l’universalità dell’effetto della mindfulness quando applicato a diverse culture e gruppi demografici.

Hanno un punto di vista diametralmente opposto, Williams e Kabat-Zinn (2011) che assumono l’universalità della loro efficacia e la loro applicabilità a paesi diversi culturalmente, un’ipotesi la loro basata sull’universalità del Dharma cioè degli insegnamenti del Buddha.

 

Riferimenti

  • Eichel K., Gawande R., Acabchuk R. L., Palitsky R., Chau S., Pham A., et al.. (2021). A retrospective systematic review of diversity variables in mindfulness research, 2000–2016. Mindfulness 12, 2573–2592. 10.1007/s12671-021-01715-4.
  • Tse B. (2022) Questioning the Universality of Mindfulness-Based Programs: Reflections From a Self-Construal Perspective. Front Psychol. Jun 14;13:908503.

Autore/i dell’articolo

Daria D'Alia
Psicologa - Psicoterapeuta Docente Istituo A.T. Beck di Roma e Caserta. Ha lavorato per 15 anni nei Servizi Psichiatrici del Lazio. Specializzata nei Disturbi dell’Alimentazione e nelle terapie Mindfulness-Based. Conduce gruppi di Mindful Eating e DBT (Dialectical behavior therapy).  

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