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Punizioni fisiche ai bambini: metodo educativo o maltrattamento?

Punizioni fisiche ai bambini

La ricerca scientifica e quello che vediamo tutti i giorni ci confermano che i bambini apprendono molto dai loro genitori: per un neonato, la vita si spiega attraverso la lente di osservazione dei propri caregiver e, seppure nel corso della nostra vita impareremo a costruire un punto di vista personale grazie alle nostre esperienze e le relazioni con altre persone, quello con li genitori è il primo modello di relazione che un bambino riceve. Ciò significa che, nel bene e nel male, i nostri figli apprendono una modalità di stare al mondo con gli altri da come ci comportiamo noi con loro.

L’attrice e autrice teatrale Cinzia Leone ha portato sul palco per molti anni il suo “Mamma, sei sempre nei miei pensieri. Spostati!“: uno spettacolo sulla mammità, quella presenza ingombrante che ci accompagna tutta la vita ma che a un certo punto dobbiamo imparare a riconoscere e separare dai nostri pensieri. Un lavoro che richiede molto sforzo emotivo e che ci coinvolgerà per tutta la vita.

Ogni genitore ha un suo stile educativo e, tra le strategie usate, viene contemplata anche la punizione fisica. Secondo l’Unicef, nel mondo circa 3 bambini su 4 ricevono un’educazione violenta dai loro caregiver regolarmente, stiamo parlando di 300 milioni di bambini tra i 2 e i 4 anni di vita.

Quali sono i motivi per i quali i genitori ricorrono alla violenza come modalità educativa? Non è possibile affermare che l’obiettivo sia quello di far male o ferire il bambino: la maggior parte delle volte lo schiaffo o la sculacciata vengono usati come sfogo di rabbia o frustrazione per uno stato emotivo personale del genitore o per il comportamento del bambino; ancora, può accadere che i genitori non conoscano altri metodi educativi che loro reputino efficaci o ignorano le conseguenze negative dei loro atti.

Le conseguenze di cui parliamo possono essere sicuramente fisiche, data la natura delle punizioni corporali, ma anche psicologiche. A seguito di una reazione violenta dell’adulto, il bambino manca delle strategie di coping per affrontare lo stress psicologico che consegue. Il bambino, inoltre, non ha la possibilità di capire i motivi profondi che spingono un adulto a fargli del male.

Occorre sottolineare che questo argomento parla di un fenomeno relazionale. Prima di tutto, la relazione caregiver-bambino è sbilanciata, poiché il bambino dipende dal genitore per il benessere psicofisico e per la propria vita in generale. Inoltre, l’uso delle punizioni fisiche insegna al bambino come, in una relazione, i conflitti possono essere gestiti attraverso l’uso della violenza la quale diventa un mezzo accettabile ed accettato per esprimere le emozioni negative e tentare di cambiare quello che non accettiamo nella relazione o nell’altro.

Le ricerche mostrano le conseguenze di natura psicologica: esiste un’associazione tra punizioni corporali e aggressività nel bambino, disturbi psichiatrici, rischio di tentativi di suicidio, abuso di sostanze e comportamenti antisociali che si mantengono anche negli anni successivi. Infatti, c’è una connessione significativa tra l’aver ricevuto punizioni fisiche durante la propria infanzia e il ricorso alla violenza contro il proprio partner in età adulta.

Sembra dunque evidente che il ricorso alla violenza fisica come metodo educativo (qualsiasi sia il tipo di atto che venga preso ad esempio) non abbia conseguenze positive. Anzi, l’American Psychological Association ne evidenzia solo una: il bambino ubbidisce immediatamente alla richiesta del genitore. Non è necessario fare ricerca per capire che il dolore fisico subìto da qualcuno fisicamente più possente di noi e dal quale dipendiamo ci costringa anche a fare cose che non vorremmo fare.

Nonostante tutte le ricerche scientifiche, l’uso delle punizioni fisiche sui bambini è ancora considerato socialmente accettabile ma non è mai possibile creare una netta separazione tra punizione e maltrattamento, neanche tenendo conto dell’intenzione del genitore, come detto in precedenza. Il supporto di pediatri e psicologi diventa quindi auspicabile per insegnare ai genitori come comportarsi in caso di capricci del bambino.

Genitori, d’altronde, non si nasce.

Riferimenti:

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