Quando la mente costruisce ciò che riteniamo vero

Quando leggiamo una notizia, tendiamo a pensare di valutarla in modo oggettivo. In realtà, spesso accade il contrario: è il nostro cervello a costruire attivamente il significato di ciò che vediamo, guidato da aspettative, esperienze passate e stati interni. Nella prospettiva del predictive processing, descritta da studiosi come Andy Clark e Anil Seth, la percezione non è una registrazione passiva della realtà, ma il risultato di un continuo confronto tra ciò che il cervello si aspetta e ciò che arriva dai sensi.
Questo aiuta a comprendere perché alcune informazioni, anche distorte, possano apparire convincenti. Il sistema cognitivo tende a privilegiare ciò che conferma schemi già presenti, perché è più facile da integrare e richiede meno dispendio di risorse. Al contrario, ciò che li contraddice richiede uno sforzo maggiore e può essere reinterpretato o ridimensionato. In questa prospettiva, la forza di una fake news non risiede tanto nella sua veridicità, quanto nella sua capacità di risultare coerente con ciò che già pensiamo.
Accanto ai processi cognitivi, entrano in gioco dimensioni emotive e identitarie. Le convinzioni sono spesso intrecciate con il senso di appartenenza e con l’immagine che abbiamo di noi stessi. Metterle in discussione può attivare una risposta difensiva, non solo sul piano razionale ma anche su quello relazionale.
In questo quadro, anche lo stato del sistema nervoso gioca un ruolo decisivo. Quando ci sentiamo al sicuro, siamo più flessibili, aperti al confronto e capaci di tollerare l’incertezza. Quando invece percepiamo una minaccia, anche simbolica, il pensiero tende a diventare più rapido, rigido e orientato alla conferma.
Comprendere questi meccanismi non significa giustificare la disinformazione, ma riconoscere un funzionamento umano condiviso. In un contesto informativo sempre più rapido ed emotivamente carico, sviluppare consapevolezza dei propri processi cognitivi ed emotivi diventa una competenza essenziale per mantenere un pensiero critico e relazioni meno polarizzate.
Cosa possiamo fare?
Dato che correggere una fake news dopo che si è radicata è difficile, molti studiosi suggeriscono che sia più efficace lavorare prima che l’informazione diventi un modello predittivo stabile nella mente. Dunque, bisognerebbe:
- Fermarsi un momento prima di reagire o condividere, dando spazio alla valutazione piuttosto che all’impulso.
- Verificare da dove arriva l’informazione e chi può trarne vantaggio (per esempio, quali interessi sociali o economici ne beneficiano).
- Notare il proprio stato emotivo: reazioni di rabbia o paura spesso indicano che si sta rispondendo alle predizioni emotive piuttosto che ai fatti.
- Incoraggiare il pensiero analitico e criticare con domande ponderate piuttosto che con contrapposizioni aggressive.
Capire perché “crediamo” a certe informazioni non serve a giudicare, ma a riconoscere che tutti noi operiamo con modelli mentali che danno senso e sicurezza al mondo. Quando questi modelli vengono messi in discussione, non reagiamo come computer logici: reagiamo con emozioni, difese, identità. In un’epoca di informazioni sempre più rapide e spesso contraddittorie, investire nel pensiero critico, nella regolazione emotiva e nella consapevolezza dei nostri modelli interpretativi può diventare una risorsa essenziale, non solo cognitiva ma anche relazionale e sociale.
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