Quanto sei resiliente?

Quanto sei resiliente?

Quanto sei resiliente

Photo by Alicia Mary Smith on Unsplash

Sembrerebbe trattarsi di una parola oramai sdoganata nel suo uso propriamente letterale; in tanti, dopo la pandemia, ne hanno scoperto l’efficacia semantica e l’hanno cosi utilizzata, sotto vari aspetti e infiniti sensi, per spiegarne l’incisività rispetto alle proprie modalità reattive. Sì, perché essere resilienti consiste proprio nella personale capacità di recuperare e attivare le proprie risorse interiori per poter reagire positivamente ad un qualsiasi momento di difficoltà. La resilienza è un processo dinamico a qualsiasi livello di funzionamento che comprende la capacità con cui gli individui si adattano positivamente dopo le avversità. A fronte dell’oggettiva drammaticità di un evento, le risorse soggettive fanno la differenza tra chi riesce a fronteggiarlo in maniera ottimale e funzionale e chi invece si lascia sopraffare dall’evento stesso. In una specifica circostanza in cui il cambiamento risulti essere l’unica costante, la più importante delle competenze è la capacità di adattarsi ridisegnando la relazione con il proprio ambiente, valorizzando sé stessi e il proprio contesto. La resilienza non è un tratto che gli individui hanno o non hanno ma una condizione acquisita che implica comportamenti, pensieri e azioni che possono essere appresi e sviluppati da chiunque. In psicologia, per l’appunto, viene definita come la capacità di un individuo di affrontare eventi stressanti o traumatici riorganizzando la propria vita in modo positivo ed efficace, adattandosi, quindi, alle nuove circostanze; da non confondere con un atteggiamento passivo di rassegnazione o negazione delle difficoltà, bensì di sforzo attivo e cosciente per reagirvi in modo costruttivo e funzionale. Ma quali sono i fattori che determinano il grado di resilienza di ciascuno? Vediamo qualche esempio…una persona resiliente può essere chi ha fatto una scelta che non aveva nulla a che fare col suo ambito di studi, ma era la sola cosa che sentisse di fare in quel momento confuso della sua esistenza; oppure, chi si arrangia raccogliendo lattine nel parco in cambio di pochi dollari e dormendo ospite nelle stanze dei colleghi o, a volte, per strada. Sono tante le situazioni di vita in cui si possono rintracciare modelli di resilienza, basterebbe guardarci indietro e constatarne gli effetti post-pandemici. Al netto di ciò, si può affermare che non vi è una singola componente a determinarne il livello ma un insieme di fattori come l’ottimismo, l’autostima, il supporto sociale, la presenza di emozioni positive, la resistenza, il locus of control interno, l’autoefficacia, la capacità di problem solving, l’indipendenza, un’alta tolleranza alla frustrazione, il senso di responsabilità, la flessibilità, l’empatia, le abilità comunicative, il senso dell’umorismo, la motivazione e la tenacia. La potenza della resilienza sta nell’intento di non ridurre mai una persona ai suoi problemi ma di far sì che ne guadagni in benessere e in una più approfondita e consapevole conoscenza di sé; una delle caratteristiche più importanti è la capacità di trasformare un’esperienza dolorosa in apprendimento, inteso come la capacità di acquisire competenze utili al miglioramento della qualità di vita e all’organizzazione di un percorso autonomo e soddisfacente. Secondo l’APA (American Psychological Association), la resilienza consiste nell’instaurare connessioni, nell’evitare di considerare le crisi come problemi insormontabili; nell’accettare che il cambiamento faccia parte della vita; nell’andare incontro agli obiettivi; nell’intraprendere azioni decisive; nel cercare opportunità per scoprire nuove parti di sé; nel nutrire una considerazione positiva di se stessi; nel mantenere le cose in prospettiva e in una visione ottimistica e nel prendersi cura di sé. Per concludere, potremmo dire che la resilienza personale è in gran parte frutto della propria struttura cognitiva, cioè se si tende a vedersi come perdenti o come vittime, è molto probabile che si finirà per realizzare queste credenze. È opportuno, quindi, indossare nuove lenti con cui guardare alla realtà e alle sue avversità da una diversa prospettiva che inviti alla crescita e alla conoscenza.

 

Riferimenti

Autore/i dell’articolo

Roberta Borzì
Psicologa, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Vanta esperienza clinica in ambito adulto, e si occupa prevalentemente di tutti i disturbi d’ansia, disturbo ossessivo-compulsivo, problematiche sessuali, disturbi di personalità con la Schema Therapy, in cui è formata attraverso training specifici e supervisione con esperti del settore. Ha anche conseguito entrambi i livelli della formazione in EMDR. Socio AIAMC (Associazione Italiana di analisi e modificazione del comportamento e Terapia Comportamentale e Cognitiva.) e membro ISST (International Society of Schema Therapy).

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