skip to Main Content

Dagli anni ’70 abbiamo un Q.I. sempre più basso: siamo davvero meno intelligenti?

Quoziente intellettivo

Esiste un fenomeno, chiamato “effetto Flynn” dall’omonimo ricercatore neozelandese che più di tutti l’ha studiato, che ci ha mostrato che siamo diventati più intelligenti nel corso del secolo scorso. Somministrando dei test, come la Wechsler Intelligence Scale for Children o le Matrici Progressive di Raven, i risultati hanno evidenziato un aumento dei livelli di intelligenza dal 1942: abbiamo quasi raddoppiato il quoziente intellettivo (Q.I.) medio, passando da 70 a 130 (Flynn, 2009).

D’altronde siamo cambiati molto nel corso degli ultimi cento anni, non fosse altro perché l’ambiente con cui ci confrontiamo è radicalmente mutato: i nostri nonni (e in parte i nostri genitori) abitavano un mondo tutto sommato materiale, tangibile, mentre il mondo di oggi ha incorporato il virtuale, l’astratto e l’uso della logica in questi campi.

L’Italia è penultima in Europa per numero di laureati tra i 30 e i 34 anni (25,2%), piuttosto lontani dalla media europea del 40%. Eppure queste percentuali sarebbero state impensabili un secolo fa. Il mondo del lavoro è cambiato, con molte più posizione intellettualmente impegnative, inclusi i tecnici informatici che ogni giorno hanno a che fare con numeri su uno schermo, niente di più lontano dalle commissioni pratiche quotidiane. Persino una professione esistente anche nel 1900, l’agricoltore, è radicalmente cambiata nel corso di un secolo e include oggi la tecnologia per ottimizzare il lavoro e aumentare la produzione.

Secondo Flynn, uno dei cambiamenti più evidenti che oggi abbiamo è la disinvoltura nel pensare, parlare e trattare dell’ipotetico, ovvero qualcosa che non esiste, che probabilmente accadrà nel futuro o che potrebbe anche essere lontano dal reale. Racconta l’aneddoto di quando chiese al padre, nato nel 1885, come si sarebbe sentito se l’indomani si fosse svegliato nero, domanda alla quale il padre rispose “Questa è la cosa più stupida che abbia mai sentito. Chi si è mai svegliato nero?!”. Per quanto riguarda il test di Raven, siamo passati da semplici analogie a inizio ‘900 (un cane assomiglia a un lupo) a livelli sempre più sofisticati (le figure geometriche negli anni ’60; i numeri durante questo decennio). Questo dimostra che siamo sempre più a nostro agio a “maneggiare mentalmente” idee e simboli invece che cose concrete.

Le ragioni di questi miglioramenti sono da trovare nei cambiamenti dell’ambiente in cui si vive, dato che sono analoghi in molti Paesi occidentali e all’interno delle stesse famiglie: l’avanzamento del sistema educativo, nella diffusione dei media, nella facilità di accesso alle informazioni online, la possibilità di avere un’alimentazione adeguata e i nutrienti necessari al buon funzionamento del corpo e del cervello in particolare. E anche l’importanza data al tempo libero per coltivare le proprie curiosità e i propri interessi e il valore riconosciuto alla creatività.

Tuttavia, a partire dagli anni ’80, l’effetto Flynn ha subìto un arresto e i nostri risultati hanno cominciato a essere peggiori. Questi dati sono confermati anche da uno studio norvegese di quest’anno (Bratsberg e Rogeberg), che vede i risultati peggiorare, in particolare dal 1975, di sette punti per generazione. Secondo gli autori, anche in questo caso le cause sono da cercare nei cambiamenti ambientali più che nella genetica. È stato osservato che le nuove generazioni, almeno negli Stati Uniti, sono capaci di ragionare per logica e astrazioni, usano più videogiochi e smartphone ma leggono meno, sono sempre meno colti su storia, letteratura e soprattutto le culture diverse dalla propria, come se vivessero nella bolla del presente.

La spiegazione di questo cambiamento potrebbe essere anche nei test utilizzati che catturerebbero più la cosiddetta intelligenza cristallizzata, ovvero la cultura generale e l’ampiezza del vocabolario, che gli aspetti coltivati invece oggi anche nel sistema educativo, l’intelligenza fluida che esprime la capacità di trovare soluzioni e vedere connessioni in situazioni nuove, al di là delle conoscenze già acquisite. L’abilità, quindi, di problem solving di stampo logico, scientifico e tecnico che sembra avere molta più importanza nel mondo in cui viviamo ora.

 

Riferimenti:

Back To Top