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Le radici infantili del Disturbo Antisociale di Personalità: quando la violenza subita potrebbe tramutarsi in violenza agita

radici infantili del Disturbo Antisociale di Personalità

Photo by Aimee Vogelsang on Unspalsh

Molto frequentemente la cronaca ci racconta storie di violenza e maltrattamenti, storie di criminalità e ingiustizie. Questi episodi spesso ci lasciano sgomenti, soprattutto per le modalità efferate con le quali si realizzano. Quando le vittime della violenza sono i bambini è molto difficile provare ad immaginare quali possano essere le ragioni che spingono un adulto a mettere a rischio la vita di un essere piccolo e indifeso. E ancor più se questi maltrattamenti vengono agiti da persone molto vicine al bambino e di cui si fida, come un genitore, un parente, un amico o addirittura la sua maestra. Che sia occasionale o ricorrente spesso non fa alcuna differenza; anche una singola esperienza di violenza, può lasciare un’indelebile ferita nella mente, oltre che nel corpo, del bambino che la subisce. Da quel momento in poi tutta la sua vita ne sarà inevitabilmente condizionata: le sue scelte, le sue relazioni affettive, il suo equilibrio psico-emotivo, la sua integrità morale, la realizzazione personale e professionale. Non sempre il bambino riesce a decifrare correttamente quello che gli sta accadendo, fa fatica a trovare risposte alle sue domande e per molto tempo (forse mai) non trova il coraggio di raccontare, di dare voce alla sofferenza che si porta dentro. I danni che queste esperienze possono arrecare sullo sviluppo cognitivo, emotivo e sociale non sono sempre prevedibili e talvolta non è possibile rintracciare relazioni di causa-effetto. Tuttavia le recenti ricerche ci suggeriscono che l’individuo che ha subito violenze e maltrattamenti durante la sua infanzia, potrebbe avere maggiore probabilità di mettere in atto a sua volta azioni violente e aggressive in età adulta. È quanto conferma un recentissimo studio condotto da alcuni ricercatori americani analizzando le informazioni raccolte su un campione di adulti di età media di 46 anni, donne e uomini (Tracie O. Afifi, et al., 2019). Alcune forme di violenza esperite durante l’infanzia potrebbero predire la comparsa di comportamenti antisociali in età adulta, già a partire dai 15 anni. Si tratta di punizioni corporali (spintonamenti, percosse, schiaffi), abusi sessuali e fisici, disinteresse emotivo da parte dei genitori, scene di violenza domestica come assistere al padre che spinge, afferra, schiaffeggia o getta qualcosa contro la propria madre. Un considerevole dato che viene alla luce è che questa correlazione riguarda in egual misura sia le donne che gli uomini. Secondo i ricercatori, prevenire queste forme di violenza consentirebbe di ridurre la strutturazione di comportamenti antisociali nell’intera popolazione (maschile e femminile).

Anche se bisogna attendere il diciottesimo anno di età per porre diagnosi di disturbo antisociale di personalità, è possibile rintracciare problemi di condotta e di aggressività già dalla prima infanzia (dalla nascita ai due anni). In questa fascia di età i bambini possono apparire facilmente irritabili, oppositivi e manifestare una generale incapacità nel tollerare la frustrazione. Nei primi anni delle scuole elementari possono iniziare a fare esperienza del rifiuto sociale da parte di alcuni compagni e quindi affiliarsi a gruppi antisociali (Isola L. e Mancini F., 2003). L’individuo con disturbo antisociale di personalità esibisce una marcata irresponsabilità e aggressività (verbale e fisica); una totale inosservanza delle regole; l’assenza di considerazione verso i sentimenti, le emozioni e i diritti altrui; non sperimenta alcun senso di colpa per i danni arrecati ad altri attraverso i propri comportamenti provocatori e lesivi e possono arrivare a mettere in atto condotte criminali (omicidi, furti, rapine, abuso di sostanze ecc).

Il circuito chiuso della violenza potrebbe innescarsi proprio nell’infanzia, sin dalle primissime esperienze disfunzionali di attaccamento. Un bambino tradito nella fiducia proprio da parte di coloro che dovrebbero tutelarne e sostenerne la crescita, ne dedurrà che non ci si può fidare e affidare a nessuno; che l’altro è potenzialmente pericoloso e maltrattante. Di conseguenza sarà un adulto diffidente, che avrà la sensazione di doversi continuamente difendere da qualcuno o qualcosa, e non conosce altro mezzo per “sopravvivere” e “autoaffermarsi” se non la prevaricazione, il disprezzo dell’altro e nella peggiore delle ipotesi, la violenza.

Prevenire la violenza rende necessario un intervento ad ampio raggio che preveda il coinvolgimento di molteplici attori sociali (famiglie, personale educativo, pediatri, psicoterapeuti ecc.); l’implementazione di interventi di sensibilizzazione dei genitori e di tutte le altre figure educative che ruotano attorno al bambino sin dalla sua nascita; l’individuazione di situazioni ad alto rischio all’interno delle famiglie (conflittualità e/o psicopatologia genitoriale e condizioni di disagio socio-economico); il potenziamento dell’osservazione del bambino all’interno delle scuole e la tempestiva segnalazione di eventuali problematiche comportamentali e affettive a specialisti competenti.

La violenza infantile è un dramma che non coinvolge soltanto il singolo individuo che la subisce ma secondo le attuali ricerche rappresenta un vero e proprio problema di salute pubblica (Tracie O. Afifi, et al., 2019). La dimensione individuale della violenza viene estesa a quella collettiva: tutelare il singolo individuo significa tutelare l’intera società.

Bibliografia:

  • Tracie O. Afifi; Janique Fortier; Jitender Sareen;Tamara Taillieu (2019). Associations of harsh physical punishment and child maltreatment in childhood with antisocial behaviors in adulthood. Jama Network Open, 2019; 2(1):e187374.
  • Isola L., Mancini F. (2003); Psicoterapia cognitiva dell’infanzia e dell’adolescenza. Ed. Franco Angeli, 2003.
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