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Razzismo in Italia, da dove nasce il crescente sentimento di “Razzismo” in Italia?

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Liu Bolin “Blue Europe” 2015 Courtesy Boxart, Verona
Liu Bolin “Blue Europe” 2015Courtesy Boxart, Verona

Razzismo in Italia, da dove nasce il crescente sentimento di “Razzismo” in Italia?

Gli italiani sono sempre stati un popolo aperto alla diversità e alla cultura, generosi, capaci di condivisione, anche nei periodi più avversi della storia.

Per gli italiani il colore della pelle, il credo religioso, le diverse abitudini alimentari, le differenti tradizioni, non sono mai stati un problema.

Nonostante questo, si percepisce in tutti gli ambienti e nelle più svariate situazioni della quotidianità un sempre crescente sentimento di “razzismo”, un sentimento che non può essere concettualizzato all’interno di una singola definizione per le sue molteplici sfaccettature e per i diversi fattori che determinano il suo stesso costrutto. Così come è necessario sfuggire alla semplificazione delle generalizzazioni negative che portano ormai ad affermare con sempre maggiore frequenza che gli “italiani” sono razzisti e non accoglienti.

Sicuramente alcune persone stanno sviluppando sentimenti respingenti nei confronti dello straniero, che spesso viene visto con diffidenza e con vera e propria paura che può sfociare in sentimenti di rabbia; straniero migrante che viene sempre più identificato come pericoloso, portatore di crimine, di malattie, come qualcuno il cui ”mantenimento” ricade sulla tassazione degli italiani, ma ancor più come un vero e proprio competitor nel mondo del lavoro.

Il lavoro è una criticità importante e risulta essere il vero punto nodale della questione, proprio perché mai come in questi anni la crisi economica è stata determinante nel costruire una vera e profonda asimmetria sociale; negli anni ‘80 anche in Italia c’era più lavoro, più serenità economica, e gli stranieri migranti erano relativamente pochi.

Storicamente gli anni ’80-’90 sono definibili come gli anni del post colonialismo, anni in cui si è assistito al primo vero e proprio flusso migratorio, un flusso migratorio di persone che cercavano, in primis, un lavoro e una nuova stabilità.

Differente è, invece, il flusso migratorio a cui abbiamo assistito dagli anni ’90 a oggi, che è conseguenza diretta dalla crisi geo-politica mondiale. Oggi assistiamo a un flusso in prevalenza di migranti politici, di rifugiati, che scappano da contesti di guerra o di oppressione.

A tutto questo aggiungiamo il fatto che l’Italia ha una posizione geografica ponte tra Medio Oriente e Africa, e che l’inevitabile sorpassabilità del canale di Sicilia ci espone a un flusso ampissimo e difficilmente controllabile.

Se contestualizziamo questo enorme numero di persone alla ricerca di lavoro e sicurezza in un paese dove il mercato del lavoro è saturo, possiamo capire come questo crei un punto di intolleranza, stabilendo l’equazione: meno lavoro con più migranti determina una minore possibilità di accesso al mercato del lavoro stesso. Se a questo, poi, aggiungiamo che i migranti rappresentano anche un “lavoro a basso costo” la saturazione della richiesta avrà tempi ancora più rapidi.

Quella che possiamo genericamente definire “l’ansia” sull’immigrazione non è dunque riconducibile a una pura “questione razzista”, piuttosto è legata ai già esistenti e sempre maggiori problemi della vita quotidiana e alla saturazione del mercato del lavoro causata anche da questi flussi migratori di massa.

Non da meno è l’influenza del “fattore politico” e soprattutto una vera e propria strumentalizzazione generalizzata e senza bandiere della questione “migrazione”.

Se da un lato ci si dice che l’immigrato è il problema, è la causa, è il nemico da combattere per ottenere/ristabilire una nostra stabilità sociale, economica, culturale, di salute, di benessere e di sicurezza, facendone una facile soluzione di tutti i nostri problemi; dall’altro il migrante viene visto solo in un’ottica umanitaria e decontestualizzato dalla reale capacità dei diversi tessuti sociali di capire e includere. Spesso è mancante, da parte di chi attua la “governance”, anche solo il prendersi carico di una corretta informazione per i cittadini.

Ultimo fattore da prendere in considerazione in questa analisi multi-parametrica è quello culturale, o piuttosto un progressivo indebolimento culturale delle nostre nuove e vecchie generazioni, sempre più passive e plasmate a una mentalità acritica e populista, e quindi facilmente condizionabili, in un verso o nell’altro.

In sintesi, la migrazione rappresenta forse la manifestazione pervasiva più evidente e tangibile dei fenomeni di globalizzazione. I cittadini vedono più facilmente e concretamente i migranti nelle loro strade e non altri elementi più preoccupanti quali l’avanzare delle tecnologie, i problemi eco-ambientali, l’impoverimento e il contemporaneo restringersi nelle mani di pochi del potere e delle ricchezze della globalizzazione stessa.

La migrazione si declina prevalentemente attraverso il fenomeno dell’accoglienza che va a impattare con differenti modalità sul territorio nazionale, nelle città, nelle regioni, e in generale su tutti i cittadini, diventando inevitabilmente coinvolgente. Il resto della postmodernità rimane invece sfumato e sullo sfondo.

La migrazione e la globalizzazione sono anche rappresentative della crisi dei territori che deriva da un progressivo impoverimento delle risorse, ed è difficile prevederne l’andamento nel lungo periodo. Questo dipenderà in massima parte dalle crisi geopolitiche e da come saranno gestite nei territori che di fatto producono le ondate migratorie.

L’istituto A.T. Beck con il suo Master di Etnopsichiatria ha ormai una esperienza decennale nella formazione di operatori nel campo della psicosociologia delle migrazioni, un master orientato alla complessità e alla multidisciplinarietà, che sono tra le metodiche più importanti per comprendere il mondo in cui viviamo e quello in cui vorremo vivere nel futuro.

Paolo Cianconi

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