Razzismo quotidiano e salute mentale: la discriminazione che diventa una ferita invisibile

In Italia, molte persone non vivono il razzismo come un evento isolato, ma come una somma di esperienze ripetute: uno sguardo sospettoso, una battuta “innocente”, un controllo più frequente, un affitto negato, un curriculum scartato, una domanda ricorrente:
“Ma tu, da dove vieni?”.
Per chi le subisce, queste esperienze non sono dettagli marginali: possono diventare una fonte cronica di stress, con effetti profondi sul benessere psicologico.
Il razzismo non agisce soltanto attraverso episodi espliciti di violenza o insulto. Spesso si manifesta in forme più sottili, normalizzate e difficili da nominare: microaggressioni, stereotipi, esclusione sociale, sospetto preventivo, discriminazioni nel lavoro, nella scuola, nella casa, nei servizi e nello spazio pubblico. Proprio questa ripetizione può renderlo psicologicamente logorante: non è solo “quello che è successo”, ma il dover restare costantemente in allerta rispetto a ciò che potrebbe accadere.
Le fonti istituzionali più recenti confermano che il problema è tutt’altro che marginale. La Relazione UNAR al Parlamento per l’anno 2024 segnala un quadro articolato di discriminazioni in Italia, includendo episodi di hate speech, discriminazioni etnico-razziali e altre forme di intolleranza, spesso normalizzate e, quindi, tacitamente autorizzate, nel web, nelle strade, negli uffici, a scuola, nello sport.
Anche a livello europeo, i dati mostrano quanto le esperienze di razzismo siano diffuse. Il rapporto Being Black in the EU dell’Agenzia dell’Unione europea per i diritti fondamentali, pubblicato nel 2023, ha raccolto le esperienze di quasi 6.800 persone di origine africana in 13 Stati membri, evidenziando che la discriminazione razziale resta spesso invisibile proprio perché non sempre viene denunciata o riconosciuta istituzionalmente.
Sul piano della salute mentale, la letteratura scientifica mostra da tempo che la discriminazione percepita può associarsi a maggiore rischio di ansia, depressione, stress cronico, sintomi post-traumatici, isolamento sociale e riduzione dell’autostima. In Italia, un contributo recente pubblicato nel 2025 ha esplorato il vissuto di giovani di seconda generazione razzializzati, mettendo in luce il legame tra razzismo sistemico, identità, appartenenza e salute mentale. Lo studio, ma anche il nostro semplice, quotidiano parlare con gli altri, evidenziano come molte persone cresciute in Italia, ma percepite come “straniere”, possano sperimentare una frattura dolorosa tra il proprio senso di appartenenza e lo sguardo sociale che le colloca continuamente “altrove”.
Questo aspetto è particolarmente importante in adolescenza e nella giovane età adulta, fasi in cui identità, appartenenza e riconoscimento sociale sono centrali. Essere trattati come “non pienamente italiani”, anche quando qui si è nati o cresciuti, può generare vergogna, rabbia, confusione, ipervigilanza e senso di esclusione. Non sorprende che alcune ricerche europee abbiano richiamato l’attenzione sulla vulnerabilità psicologica dei giovani migranti – soprattutto quando, come purtroppo accade, l’esperienza migratoria si intreccia con isolamento, precarietà e mancanza di supporto – e che un’indagine del 2025 riportata dal portale Integrazione Migranti, che ha dato voce a giovani migranti e rifugiati in Italia, abbia evidenziato che quasi la metà dei partecipanti percepiva atteggiamenti di sospetto o paura nei propri confronti. Tra gli episodi riferiti, la discriminazione legata al colore della pelle risultava particolarmente frequente.
Dal punto di vista clinico, è fondamentale evitare due errori opposti. Il primo è minimizzare: dire “non ci pensare”, “succede a tutti”, “non era razzismo” può aumentare il senso di solitudine e invalidazione. Il secondo è ridurre la persona alla sua esperienza di discriminazione, dimenticando risorse, desideri, storia personale, legami, competenze e possibilità di cambiamento.
In un lavoro psicologico sensibile al tema del razzismo, può essere utile aiutare la persona a riconoscere il nesso tra eventi discriminatori e reazioni emotive, senza patologizzare risposte comprensibili a contesti ingiusti. Rabbia, tristezza, diffidenza o stanchezza possono essere segnali di un sovraccarico reale, non semplicemente “distorsioni cognitive”. Allo stesso tempo, l’approccio cognitivo-comportamentale può aiutare a individuare pensieri dolorosi e globali – “non sarò mai accettato”, “devo sempre dimostrare di valere”, “non posso fidarmi di nessuno” – e a costruire strategie più protettive, realistiche e orientate ai valori.
Per chi subisce discriminazione, alcune indicazioni possono essere utili: dare un nome a ciò che accade; cercare spazi sicuri in cui essere creduti; costruire reti di supporto; limitare l’esposizione a contenuti d’odio online; documentare episodi discriminatori quando possibile; rivolgersi a servizi competenti; coltivare attività che rinforzino identità, appartenenza e autoefficacia. Per chi non subisce razzismo, invece, il compito è ascoltare senza difendersi, informarsi, riconoscere privilegi e automatismi, intervenire quando si assiste a episodi discriminatori e contribuire a rendere i contesti di vita più sicuri.
Il razzismo non è soltanto una questione sociale, politica o giuridica: è anche un fortissimo determinante di salute mentale. Non agisce solo attraverso episodi eclatanti di violenza o discriminazione, ma si alimenta nelle parole che scegliamo, negli sguardi che normalizziamo, nei silenzi con cui lasciamo passare l’ingiustizia, nelle esclusioni che tolleriamo e nelle istituzioni che contribuiamo, direttamente o indirettamente, a sostenere.
Tutto questo produce effetti psicologici profondi. Prenderli sul serio significa riconoscere che la cura non riguarda soltanto l’individuo ferito, ma anche i contesti che rendono possibile quella ferita. Significa, soprattutto, assumere che nessuno è del tutto spettatore: la cultura valoriale in cui viviamo viene costruita ogni giorno anche da ciò che diciamo, da ciò che accettiamo e da ciò che scegliamo di non mettere in discussione.
Riferimenti bibliografici
- European Union Agency for Fundamental Rights. (2023). Being Black in the EU: Experiences of people of African descent. Luxembourg: Publications Office of the European Union.
- D’Apice, C., & Sarli, A. (2025). La salute mentale delle persone di seconda generazione nei podcast degli Italiani razzializzati. Mondi Migranti, 2025(3), 143–165.
- UNAR – Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali. (2026). Relazione al Parlamento sull’attività svolta e sull’effettiva applicazione del principio di parità di trattamento e sull’efficacia dei meccanismi di tutela. Anno 2024. Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento per le Pari Opportunità.
- UNICEF. (2025). La nostra voce conta – I risultati dei sondaggi U-Report On The Move con adolescenti e giovani migranti e rifugiati/e in Italia. UNICEF ECARO.

