Risposte umane e cambiamento climatico (Parte I)

Risposte umane e cambiamento climatico (Parte I)

Risposte umane e cambiamento climatico

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Risposte umane e adattamento durante il cambiamento climatico: aspetti biologici, psicologici e comportamentali

Prima Parte

Introduzione

Il cambiamento climatico ha da sempre influenzato il nostro pianeta, portando ad una perdita delle biodiversità e a profonde modificazioni sociali e culturali. Negli ultimi anni il cambiamento climatico è diventato sempre più un problema ed il mondo intero sta studiando misure per prevenire o evitare conseguenze catastrofiche (Kahn M. et al., 2019; Regaud K.K. et al., 2018). Durante questi profondi sconvolgimenti climatici, alcune specie terrestri possono diventare più vulnerabili, altre riescono ad adattarsi, altre ancora riescono ad avere successo e ad imporsi.

Esistono strategie a breve a e lungo termine: le prime includono tutti quei comportamenti che possono portare ad un vantaggio, come la migrazione, mentre le seconde includono adattamenti genetici (Dawson T.P. et al., 2011). Oggi, gli esseri umani cercano di modificare l’ambiente utilizzando la tecnologia ma non sappiamo predire quali saranno i processi evolutivi e le conseguenze su scala globale. Inoltre, la popolazione ha una conoscenza ristretta del problema del cambiamento climatico: tanti hanno resistenze emotive e cognitive sull’argomento o comportamenti paradossali (Moser S.C et al., 2007; Provitolo D. et al., 2011), altri sono convinti che la tecnologia risolverà ogni problema.

Nel corso di questo articolo e dei successivi articoli che verranno pubblicati nei prossimi mesi, il mio intento sarà quello di sintetizzare le informazioni principali del lavoro del dottor Paolo Cianconi dal titolo “Human Responses and Adaptation in a Changing Climate: A Framework Integrating Biological, Psychological, and Behavioural Aspects”, approfondendo la relazione tra cambiamenti climatici e risposte umane, integrando aspetti biologici, psicologici, comportamentali e sociali in modo da ottenere una visione di insieme completa, coerente e multidisciplinare.

La vulnerabilità e la resilienza

La vulnerabilità e la resilienza sono due concetti importantissimi che dovranno essere tenuti in considerazione in previsione di catastrofi naturali o di fronte a grandi cambiamenti climatici. La vulnerabilità al cambiamento climatico viene definita come “il grado in cui un sistema è suscettibile o incapace di far fronte agli eventi negativi del cambiamento climatico” (Stocker T., 2013; Gamble J.L. et al., 2016). I rischi per la salute legati ai fattori climatici dipendono da più fattori: ad esempio la natura dell’esposizione (se una certa popolazione è più esposta a siccità o inondazioni), rischi associati (come la trasmissione di malattie infettive), determinanti socioeconomiche ed ambientali per la popolazione e per l’individuo (come età, sesso, accesso all’acqua, accesso ai servizi sanitari…) e la capacità dei sistemi sanitari di proteggere da rischi presenti e futuri (Asian D.R., 2004; Crimmins A. et al., 2016).

La povertà è una condizione importante legata alla vulnerabilità ai cambiamenti climatici, in quanto è associata all’accesso della popolazione alle risorse (Thomas K. et al., 2019). Nei paesi più poveri, le donne risultano essere tra le più colpite da questa vulnerabilità (Engelman R. et al., 2009; Mainlay et al., 2012) a cui segue una tendenza crescente di emigrazione della popolazione maschile per trovare lavoro (Tiwari et al., 2016). Molto vulnerabili sono anche gli anziani e i bambini; questi ultimi in particolare possono mostrare una forte sintomatologia post-traumatica (Kar N., 2009) in quanto, durante i disastri, possono essere separati dalle loro famiglie. Gli anziani sono invece notoriamente attaccati all’ambiente in cui vivono, e condividono la stessa vulnerabilità di disabili, di malati cronici (World Health Organization, 2015), dei senzatetto, dei migranti, dei rifugiati. Tutte queste categorie, che hanno un accesso limitato alle risorse e non possiedono forti capacità adattative, sono più a rischio nello sviluppare una cattiva salute mentale (Ogunbode C.A. et al., 2019). Molte popolazioni sono inoltre vittime di forti pregiudizi, di discriminazione etnica, di razzismo e di bullismo (Mimura N. et al., 2015; Cianconi P. et al., 2019). Tutti questi fattori peggiorano la salute fisica e mentale alterando le abitudini alimentari e portando stress, preoccupazione, ansia e depressione insieme all’abuso di sostanze, violenza e suicidio (Cunsolo Willox A. et al., 2013; Norton Smith K. et al., 2016).

La resilienza è invece definita come “la capacità di un sistema socio-ecologico di far fronte ad un evento pericoloso o ad un disturbo, rispondendo o riorganizzandosi in modo da mantenere la propria funzione, la propria identità e le strutture essenziali insieme alla capacità di adattamento, apprendimento e trasformazione” (Field C.B. et al., 2014). A livello individuale, la resilienza dipende da fattori biologici, psicologici ed ereditari che interagiscono con la storia personale, le skills, le esperienze, gli sforzi cognitivi e comportamentali, il contesto sociale e l’insorgenza di eventi avversi (Timpane-Padgham B.L. et al., 2017). Le persone resilienti anticipano i rischi, riducono la vulnerabilità a questi rischi, rispondono efficacemente alle minacce e hanno un recupero più veloce, aumentando così la capacità di rispondere alle minacce successive (Ebi K. et al., 2018). Al livello sociale, la resilienza è la capacità della comunità di prevenire, riconoscere ed affrontare l’incertezza (Lorenz D.F., 2013) e ciò fornisce una preparazione adattativa agli eventi futuri (Hetherington E. et al., 2018) minimizzando gli eventi negativi esterni. Questa coesione sociale percepita è collegata ad un ambiente politico più favorevole sia al livello nazionale che internazionale oltre che ad una migliore preparazione alle catastrofi e ad una riduzione del danno psicologico (Keim M.E., 2008).

 

 

BIBLIOGRAFIA

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