Risposte umane e cambiamento climatico (Parte II)

Risposte umane e cambiamento climatico (Parte II)

Risposte umane e cambiamento climatico

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Risposte umane e adattamento durante il cambiamento climatico: aspetti biologici, psicologici e comportamentali (Seconda parte)

 

L’adattamento

I disastri ambientali causati dall’uomo sono più difficili da accettare in quanto, a differenza di quelli naturali, sono considerati prevenibili ed evitabili. Questa considerazione ha un ruolo cruciale sulla responsabilità percepita e quindi sulla motivazione all’adattamento (Doherty, T.J. et al, 2011; Pachauri, R.K. et al, 2015). L’adattamento riguarda l’elaborazione delle informazioni e come prepararsi praticamente ad eventi estremi e a cambiamenti ambientali. Quando una situazione è percepita come controllabile, produce un coping attivo e strategie adattative; al contrario l’evitamento fa in modo di allontanarci dal problema e lo minimizza, facendo in modo che le persone se ne sentano meno responsabili (Milfont, T.L., 2010). L’adattamento climatico dipende dal contesto, è legato alla minaccia e a quello che viene danneggiato nell’ambiente in cui si vive (Klein, R.J. et al 2015; Botero, C.A. et al, 2015). Eventi climatici estremi influenzano il carico allostatico (che è il costo energetico utile alla sopravvivenza) dell’organismo avendo un impatto anche dal punto di vista genetico (Gutschick, V.P et al, 2003). L’Intergovernament Panel on Climate Change (IPCC) definisce l’adattamento come “un processo di adeguamento al clima attuale o atteso e ai suoi effetti” (Field, C.B. et al, 2014) affermando che esistono 3 modi di adattarsi ai cambiamenti climatici: 1) genetico 2) comportamentale 3) migratorio. I primi due consentono di resistere nella stessa area geografica mentre la migrazione consente l’adattamento in diverse situazioni climatiche poiché migliora l’accesso alle risorse (Dawson, T.P. et al, 2011). Questo fenomeno si chiama “ecomigrazione” e porta allo spostamento di interi popoli in diverse aree. Un altro meccanismo alternativo che mitiga l’impatto dei cambiamenti ambientali è la plasticità; negli esseri umani, la mente viene considerata come una forma di plasticità adattiva, perché è un insieme di informazioni altamente integrate, coerenti, proattive e senzienti che possono produrre tecnologie in grado di fornire un vantaggio in un ambiente complesso che cambia (Albantakis, L. et al, 2015; Tononi, G. et al, 2015). Oggi possiamo considerare il progresso tecnologico come uno dei principali metodi che l’essere umano ha di adattarsi all’ambiente pur se fortemente dipendente dal governo, dalle risorse investite o dal tipo di minaccia.

I comportamenti emergenti, la regolazione emotiva e i fenomeni di effetti di massa

Definiamo “comportamenti emergenti” tutti quei comportamenti umani collettivi che emergono quando uno o più eventi sono percepiti come opprimenti o quando il controllo nell’uso della tecnologia è carente. Sono “emergenti” perché sono nuovi e sorgono dall’interazione di parti diverse di un sistema. Le informazioni circa i cambiamenti climatici hanno un’influenza sulle credenze psicologiche individuali (Doherty T.J. et al, 2011; Cunsolo Willox A. et al, 2013; Berry H.L. et al, 2010) e il diverso tipo di cambiamento climatico suscita diverse emozioni e diversi stili di regolazione emotiva (Acharibasam, J.W et al, 2018). Inoltre, una ridotta “distanza psicologica” da un cambiamento climatico, ovvero quanto ne siamo più o meno direttamente coinvolti, è associabile ad un livello di preoccupazione maggiore, a maggiori intenzioni a favore dell’ambiente e ad un miglior adattamento. Tuttavia, un’esposizione costante a previsioni su future catastrofi climatiche può stimolare nella popolazione vigilanza costante, incertezza, sentimenti di disperazione, impotenza, aspettative negative verso il futuro (Scheffer, M., 2010) e un aumento di strategie di regolazione emotiva controproducenti che possono portare allo sviluppo di disturbi mentali (Acharibasam, J.W et al, 2018). Questa sensazione di impotenza porta l’individuo ad attuare un coping passivo, a sentirsi intorpidito, apatico, fino a portarlo ad allontanare da sé il problema al fine di ridurre la sensazione di difficoltà e la sofferenza emotiva dovuta al cambiamento climatico. Questa sorta di “paralisi” può poi determinare incredulità, terrore, reazioni eccessive di fronte alle notizie e alla scienza, fino a comportamenti aggressivi che portano progressivamente al rifiuto di azioni utili alla sopravvivenza (Acharibasam, J.W et al, 2018; Cunsolo Willox A. et al, 2013; Thomas, M. et al, 2012; Valois, P. et al, 2019) e che sono maggiormente impattanti sul clima (Diffenbaugh, N.S. et al, 2013; O’Neill, B.C. et al, 2010). Il conflitto interno tra la necessità di reagire ad un pericolo e la necessità di proteggere la mente dall’essere sopraffatto dal pericolo stesso, porta ad un atteggiamento di attesa chiamato “paradosso della resilienza” (Ogunbode, C.A. et al, 2019) che si manifesta con comportamenti inefficaci, paradossali, con lo scetticismo o il negazionismo (Moser, S.C. et al, 2007; Provitolo, D. et al, 2011). Una comunicazione efficiente (Moser, S.C. et al, 2007) e una corretta informazione sono elementi fondamentali per promuovere la consapevolezza ed assicurare una risposta rapida (Norris, F.H. et al, 2008); un messaggio specifico e concreto è più efficiente. Oggi Internet ha profondamente cambiato il modo attraverso cui le persone affrontano i problemi perché fornisce informazioni vaghe, catastrofiche e numerose fake news. L’aggregazione e la comunicazione di massa possono portare ad un modo collettivo di pensare, e ciò mette in discussione il processo decisionale individuale (Scheffer, M., 2010). Quello che osserviamo oggi sulla diffusione delle informazioni legate alla pandemia di COVID-19 è quello che probabilmente accadrà in futuro in merito al peggioramento climatico

 

BIBLIOGRAFIA

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