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Il ruolo del cervelletto nella depressione

Il ruolo del cervelletto nella depressione

Photo by David Matos on Unsplash

La depressione è un disturbo dell’umore tristemente diffuso nella popolazione, affligge oltre 350 milioni di persone nel mondo e si manifesta con una serie di sintomi di tipo emotivo, cognitivo, somatico e comportamentale, tra questi: tristezza persistente, apatia, incapacità di provare piacere, difficoltà di concentrazione, alterazioni del sonno, dell’appetito, rallentamento psicomotorio, evitamento di attività, isolamento sociale.

Un disturbo depressivo può svilupparsi, in chi ne ha la predisposizione, in seguito ad alcuni eventi stressanti come ad esempio malattie fisiche, lutti, separazioni coniugali, licenziamenti, fallimenti economici…

Da anni gli studiosi effettuano ricerche mirate a comprendere meglio i meccanismi che governano una patologia così nota ed anche pericolosa, dal momento in cui può indurre chi ne soffre a decidere di porre fine alla propria vita.

I costi sociali della depressione sono molto elevati, l’American Heart Association (2014) specifica come tale malattia faccia anche aumentare il rischio di andare incontro a problemi cardiovascolari e cerebrovascolari.

La depressione altera il funzionamento del nostro corpo, non a caso può provocare sintomi come affaticamento, nervosismo, calo del desiderio sessuale, diminuzione o aumento di peso, dolori somatici; tali manifestazioni hanno portato gli scienziati ad approfondire il nesso che intercorre tra il cervelletto (una struttura localizzata nella parte posteriore del cervello, responsabile di alcune funzioni motorie) ed i sintomi depressivi.

Il cervelletto è un componente del sistema nervoso centrale ed è suddiviso in due emisferi, la sua finalità è quella di raccoglie le informazioni provenienti dagli organi di senso e dal midollo spinale, per regolare la postura, l’equilibrio, i movimenti volontari e controllare alcune attività cognitive come l’attenzione, la memoria ed il linguaggio. Senza il cervelletto non saremmo in grado di apprendere i movimenti, ad esempio fare sport, ballare, guidare…

Buckner ed altri studiosi (2011), grazie all’utilizzo della risonanza magnetica funzionale, hanno evidenziato come parte dei neuroni appartenenti alla corteccia cerebellare (del cervelletto) avrebbero un ruolo nella psicofisiologia cognitiva ed emozionale. Successive ricerche (Alalade e al., 2011; Liu e al., 2012; Guo e al., 2013) hanno rilevato come pazienti depressi presentino un’anomalia delle connessioni fra alcune zone della corteccia cerebellare e questo causerebbe un’alterazione della memoria verbale di lavoro e rallentamento psicomotorio (Buyukdura e al., 2011; Bracht e al., 2012; Hyett e al., 2018), problematiche presenti nel disturbo depressivo.

Huguet e collaboratori grazie ad esami di laboratorio svolti nel 2017, hanno notato che l’invio di impulsi elettrici ai circuiti neuronali del cervelletto provocherebbe stati ansiosi uniti a comportamenti impulsivi, si avvalorerebbe dunque l’ipotesi che vede il cervelletto coinvolto nella regolazione del tono dell’umore.

Ancora una volta il nostro cervello ci affascina dando conferma della sua complessità e dell’importante legame che unisce mente e corpo.

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Laura Pascucci - Psicologa - Psicoterapeuta - Istituto Beck
Psicologa, psicoterapeuta, ha maturato esperienza clinica all’interno dei servizi afferenti alla struttura operativa Dipartimento di Salute Mentale della ASL RM/E acquisendo competenza nel trattamento dei disturbi d’ansia, depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbi di personalità, disturbo bipolare, schizofrenia, disturbo post-traumatico da stress. Collabora come libero professionista all’interno dell’istituto Beck e svolge attività di volontariato per l’associazione Onlus “Il Vaso di Pandora” dedicata alle vittime di eventi traumatici.
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