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Indovina chi? Il ruolo del terapeuta nell’approccio ai pazienti transgender e gender nonconforming

Il ruolo del terapeuta nell’approccio ai pazienti transgender e gender nonconforming

Photo by Sharon McCutcheon on Unsplash

“A volte ci concentriamo a tal punto sul corpo, che dimentichiamo che la salute riguarda anche la mente, le nostre emozioni, e il nostro benessere mentale.” (Thomas Sasso)

Sesso biologico, genere, orientamento sessuale

Il primo passo per lavorare con pazienti transgender è comprendere di cosa si sta parlando. Una prima distinzione fondamentale da avere ben chiara è la seguente:

  • Sesso biologico: manifestazione delle caratteristiche sessuali maschili o femminili, determinata dai cromosomi sessuali. Una terza condizione, in cui le caratteristiche maschili e femminili possono essere presenti contemporaneamente a diversi livelli, è definita “Intersex”;
  • Identità di genere: se il sesso biologico è riferito al corpo, il genere è associato alla mente; l’identità di genere è il senso interno di appartenenza al genere maschile o femminile (sistema binario), o ad un altro genere. Di regola il genere viene associato automaticamente al sesso assegnato alla nascita, e solitamente i due aspetti sono congruenti. Ci sono però casi in cui sesso assegnato alla nascita e identità di genere non coincidono, e in questo caso la persona può identificarsi come transgender o gender nonconforming (TGNC), e manifestare o meno quella che viene chiamata “disforia di genere”, ovvero il disagio, spesso molto accentuato, legato a questa incongruenza percepita;
  • Orientamento sessuale: riguarda l’attrazione sessuale verso altre persone; una persona può avere attrazione esclusivamente nei confronti di persone dello stesso sesso (omosessuale) o del sesso opposto (eterosessuale), di entrambi i sessi (bisessuale), o essere attratta dalle persone indipendentemente dalla loro identità (pansessuale); nei casi in cui, invece, viene riportata assenza di attrazione sessuale e/o romantica, si parla di asessualità.

È molto importante non confondere l’identità di genere con l’orientamento sessuale, come ancora troppo spesso accade: una persona transgender può avere qualunque tipo di orientamento sessuale, e questo può anche modificarsi nel tempo. La definizione dell’orientamento si rifà sempre al genere in cui la persona di identifica: se una persona si identifica come donna, indipendentemente dal sesso assegnato alla nascita, ed è attratta esclusivamente da uomini (assegnati o meno maschi alla nascita), potrà identificarsi come eterosessuale.

Il paziente TGNC

I pazienti transgender e gender nonconforming rischiano di incontrare notevoli ostacoli nel rapportarsi ad un terapeuta: il fatto che quest’ultimo si aspetti di essere istruito sulle questioni di genere dal paziente, che quindi viene caricato di questa responsabilità; l’inflazione di genere, cioè la mancata attenzione ad aspetti della vita della persona che vanno oltre il genere, o al contrario, la mancanza di focalizzazione sulle questioni di genere del paziente; il pregiudizio e la visione ristretta del terapeuta sulle questioni di genere; la generalizzazione di genere, per cui il terapeuta fa l’assunzione che tutti i pazienti transgender siano uguali; la riparazione di genere, ovvero il fatto che la terapia venga condotta trattando l’identità transgender del paziente come un problema da risolvere; la patologizzazione della condizione della persona, considerando l’identità trans come una malattia mentale. In questo articolo il focus sarà sui primi contatti con il paziente TGNC, e sui comportamenti che il terapeuta può adottare per gettare le basi di una relazione terapeutica significativa.

Quando una persona TGNC richiede un supporto psicologico o un percorso terapeutico, è bene ricordare che, prima ancora di sapere il motivo della richiesta, il terapeuta può già adottare un atteggiamento che andrà a influire sulla relazione e sull’efficacia dell’intervento, di qualunque natura esso sia (è importante non dare per scontato, infatti, che il paziente transgender venga in terapia esclusivamente per questioni legate al genere).

Il primo passo da fare, nel ruolo di terapeuta, è quello di approcciare il paziente adottando un atteggiamento di “umiltà culturale”: ciò implica essere consapevole sia dell’impatto delle proprie azioni sul paziente, sia dei propri limiti dovuti a bias e privilegi di cui il paziente non gode (soprattutto nel caso di terapeuti non transgender). Inoltre, il terapeuta dovrebbe avere un’idea realistica della propria competenza nell’ambito del supporto alle persone transgender, e delle aree in cui necessita approfondimenti e supervisione.

In particolare, ciò che il terapeuta può fare è adottare un approccio basato sul rispetto dell’auto-determinazione del paziente. Ciò riguarda vari aspetti della relazione e degli scambi comunicativi, come vedremo di seguito.

Il linguaggio

Il tipo di linguaggio utilizzato in terapia ha sempre un ruolo fondamentale, e i con i pazienti TGNC assume una valenza ancora maggiore: queste persone, infatti, spesso riportano esperienze che, a causa dell’uso improprio del linguaggio da parte di altri, sono state vissute come microaggressioni, che possono a loro volta aver generato traumi di varia natura e gravità. Un esempio di linguaggio usato in modo improprio con una persona transgender è l’utilizzo del nome dato alla nascita, o dei pronomi legati al sesso biologico (ad esempio, riferirsi ad una donna transgender usando il “lui”). Per quanto riguarda il nome, in particolare, è importante utilizzare quello indicato dal paziente, sia nel caso in cui abbia già proceduto al cambiamento per vie legali, sia nel caso in cui ciò non sia ancora avvenuto. Non è detto che tutte le persone TGNC scelgano di cambiare il proprio nome ad un certo punto della loro transizione: l’importante è ascoltare le loro richieste e rispecchiare il linguaggio che loro stessi utilizzano nei propri confronti. Non fa parte dei compiti del terapeuta determinare se l’identificarsi del paziente con un determinato genere (o al di fuori del genere binario) sia lecito o meno. Se il terapeuta ha la necessità di riportare il nome del paziente assegnato alla nascita (ad esempio, per compilare cartelle e documenti nel caso in cui la persona non l’abbia cambiato legalmente), è consigliabile chiedere la paziente di scriverlo, invece di farglielo dire ad alta voce. Ogni accorgimento che possa evitare l’innescarsi di emozioni spiacevoli legate alla presenza di disforia di genere può essere utile.

L’utilizzo di un linguaggio inclusivo, comunque, è consigliato in ogni caso (ad esempio, anche nella conduzione di gruppi), dato che non è possibile basarsi sull’aspetto esteriore di una persona per determinarne l’identità di genere: ciò che si vede dall’esterno è infatti l’espressione di genere, che non per forza coincide con l’identità di genere secondo gli stereotipi più diffusi.

Un altro aspetto del linguaggio utilizzato riguarda la modalità con cui viene trattato l’argomento della transizione: nel parlarne con il paziente, se opportuno, è importante non far passare il messaggio che ci sia un modo “giusto” di sottoporsi al processo di transizione; questo infatti include molteplici aspetti, sociali, medici e legali, e non tutte le persone TGNC decidono di seguirlo nello stesso modo o con le stesse tempistiche. Di nuovo, il compito del terapeuta non è quello di giudicare la correttezza dell’esperienza del paziente, ma di accompagnarlo e sostenerlo nel suo percorso personale.

Infine, se viene fatto un errore da parte del terapeuta (ad esempio, viene utilizzato involontariamente un pronome sbagliato), è importante sollevare il paziente dall’onere di pensare alla correzione: l’atteggiamento migliore in questi casi è quello di riconoscere l’errore e mantenere l’atteggiamento di umiltà culturale di cui si è parlato all’inizio, provvedendo poi, se necessario, a cercare supporto o supervisione circa i propri sentimenti rispetto all’evento. Non è compito del paziente rassicurare o giustificare il terapeuta in caso di errore.

L’attenzione sul corpo

Con i pazienti transgender il rischio da parte del terapeuta è quello di dare per scontato che il principale obiettivo della persona sia “passare”: passare per uomo o per donna a seconda della direzione in cui è stata intrapresa la transizione. In realtà, questo è vero solo per alcuni pazienti TGNC: per alcuni di loro, in effetti, il fatto di essere visti da fuori come appartenenti al genere con cui si identificano può essere di vitale importanza. Per altri, tuttavia, questa non è una priorità: è importante quindi non dare nulla per scontato, e ascoltare con attenzione le richieste e le dichiarazioni del paziente. Da una parte, infatti, non vogliamo far passare il messaggio secondo cui “passare” sia la cosa più importante per una persona transgender; d’altro canto, non dobbiamo nemmeno sminuire il valore del riconoscimento esterno, con quei pazienti per cui ciò rappresenta un elemento imprescindibile. Ci saranno occasioni in cui il paziente chiederà esplicitamente un giudizio riguardo il proprio aspetto: in questi casi, è consigliabile astenersi dall’esternare opinioni personali, e invece esplorare insieme al paziente la motivazione di tale richiesta. In questo modo, si può essere davvero sicuri di andare incontro ai bisogni del paziente.

Infine, una considerazione necessaria riguarda il linguaggio specifico utilizzato per parlare del corpo dei pazienti TGNC: in generale, è buona norma affrontare l’argomento solo se davvero necessario all’intervento; spesso, infatti, si manifesta un’attenzione eccessiva nei confronti del corpo delle persone transgender (in particolare, rispetto alla transizione medica e alle eventuali operazioni affrontate). Solo se l’intervento lo richiede, dunque, o se il paziente stesso affronta l’argomento, si consiglia di trattare la questione del corpo con un linguaggio che tenga conto dei possibili trigger di disforia: si può dunque parlare di “petto” invece che di “seno”, usare il termine “genitali” invece dei nomi specifici delle parti anatomiche, e così via. Va detto, comunque, che la reazione alla trattazione dell’argomento varia per ogni paziente, per cui il primo passo è sempre quello di ascoltare ciò la persona dice, e rispecchiare il linguaggio da essa utilizzato.

Conclusioni

In occasione della Giornata mondiale contro l’omofobia, bifobia e transfobia, celebrata il 17 maggio, è più che mai fondamentale per gli psicoterapeuti conoscere le linee guida per l’approccio ai pazienti TGNC, in modo tale da creare un ambiente di rispetto e accoglienza per persone che spesso vengono da contesti traumatici, fatti di costanti aggressioni e discriminazioni. Un atteggiamento di umiltà, apertura e interesse, insieme a solide basi teoriche e pratiche in ambito clinico, possono garantire al paziente TGNC un servizio che incontri veramente le sue necessità, riconosciute come tali e non derivate da pregiudizi o deduzioni personali del terapeuta.

 

Riferimenti

  • Chang, S.C., Singh, A.A., dickey, l.m. (2018). A clinician’s guide to gender-affirming care. Working with transgender and gender nonconforming clients. Context Press
  • Mizock, L., Lundquist, C. (2016). Missteps in Psychotherapy With Transgender Clients: Promoting Gender Sensitivity in Counseling and Psychological Practice. Psychology of Sexual Orientation and Gender Diversity, 3, 2, 148–155
  • Yarbrought, E. (2018). Transgender mental health. American Psychiatry Association Publishing
  • http://www.societasessuologia.it/orientamento-sessuale/item/61-orientamento-sessuale.html

 

 

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Roberta Bacchio - Psicologa, terapista specializzata nell’ambito dell’autismo, specializzanda in terapia cognitivo-comportamentale presso l’Istituto A.T. Beck.
Psicoterapeuta. Si occupa da diversi anni di disturbi dell’età evolutiva, e possiede esperienza in particolare nella diagnosi e nel trattamento dei Disturbi dello Spettro autistico. Attualmente esercita la libera professione in collaborazione con l’Istituto Beck for Kids di Roma.
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