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Schizofrenia: due anatomie diverse per lo stesso disturbo

Schizofrenia

Photo by JR Korpa on Unsplash

Nell’immaginario comune il termine schizofrenia viene spesso associato alla sintomatologia del Disturbo Dissociativo Dell’Identità (“personalità multipla”) ma in realtà nel lontano 1908 lo psichiatra Bleuer lo ideò per sottolineare il processo di destrutturazione delle funzioni mentali che questa malattia genera.

Il DSM 5 (DSM 5, 2014) descrive la schizofrenia come un disturbo psicotico caratterizzato dalla presenza di invalidanti sintomi psichiatrici come i deliri, le allucinazioni, la disorganizzazione del pensiero, del linguaggio, del comportamento e l’appiattimento affettivo.

La schizofrenia colpisce circa l’1% della popolazione e l’esordio avviene solitamente in adolescenza, femmine e maschi sono colpiti in egual misura.

La cura della schizofrenia prevede prevalentemente l’utilizzo di psicofarmaci ai quali possono essere uniti interventi psicologico-riabilitativi, mirati a promuovere abilità sociali, favorire la creatività, lo sviluppo di abilità di base (es. la cura personale) e la regressione di comportamenti problematici.

Ancora oggi non sono particolarmente chiari i meccanismi neurobiologici alla base di una malattia che è causa di grande sofferenza per chi ne è affetto e per i suoi familiari. Si parla di fattori predisponenti come ad esempio: componenti genetiche, complicazioni del parto, elementi psicologici. Il fattore genetico sembra essere particolarmente rilevante per quanto riguarda l’eziopatogenesi della patologia, non a caso i familiari dei pazienti che ne sono affetti, presentano un rischio maggiore di sviluppare il medesimo disturbo, rispetto al resto della popolazione.

Un recente studio pubblicato sulla rivista Brain (Chand et al. 2020), illustra l’esistenza di due tipi di schizofrenia. La ricerca ha riguardato un campione di 300 soggetti schizofrenici che sono stati sottoposti a risonanza magnetica ed un campione di controllo composto da 364 soggetti sani che hanno effettuato lo stesso tipo di esame diagnostico (Chand et al. 2020).

I risultati emersi hanno permesso di rilevare l’esistenza di due tipologie di schizofrenia connesse a due differenti condizioni cerebrali, chiamate rispettivamente sottotipo 1 e sottotipo 2. I soggetti affetti da schizofrenia di sottotipo 1 presenterebbero dimensioni ridotte, rispetto alla media, di strutture cerebrali quali la sostanza grigia, il talamo, il nucleo accumbens, la corteccia prefrontale e la corteccia insulare. I soggetti con schizofrenia di sottotipo 2 si caratterizzerebbero invece per la presenza dei gangli della base e della capsula interna, dalle dimensioni aumentate (Chand et al. 2020).

I risultati emersi mostrano come nel sottotipo 1 vi sia un rapporto inversamente proporzionale tra la diminuzione della sostanza grigia e l’aumento della durata della malattia, caratteristica assente nel sottotipo 2.

La ricerca condotta da Chand e collaboratori, evidenzierebbe l’esistenza di due diversi processi neuropatologici riguardanti la stessa patologia e questo aprirebbe il varco all’individuazione di trattamenti innovativi e soprattutto personalizzati.

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Laura Pascucci - Psicologa - Psicoterapeuta - Istituto Beck
Psicologa, psicoterapeuta, ha maturato esperienza clinica all’interno dei servizi afferenti alla struttura operativa Dipartimento di Salute Mentale della ASL RM/E acquisendo competenza nel trattamento dei disturbi d’ansia, depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbi di personalità, disturbo bipolare, schizofrenia, disturbo post-traumatico da stress. Collabora come libero professionista all’interno dell’istituto Beck e svolge attività di volontariato per l’associazione Onlus “Il Vaso di Pandora” dedicata alle vittime di eventi traumatici.
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