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La sensibilità emotiva: cos’è e come affrontarla

Sensibilità emotiva

Photo by Eugenia Maximova on Unsplash

Molti pazienti si presentano al primo colloquio descrivendosi come troppo sensibili, eccessivamente fragili e indifesi. Raccontano di provare emozioni ingestibili, soverchianti, davanti alle quali si percepiscono impotenti, senza difese. I loro racconti parlano di vite colme di sofferenza, di tentativi disperati di far fronte a un dolore troppo spesso presente. Quando vengono a chiedere aiuto, non è raro che siano arrivati a un punto limite, ormai esausti o tremendamente spaventati dall’idea di non poter cambiare un corso di vita che sembra essere dettato da proprie caratteristiche immutabili.

Nella clinica e nella ricerca in psicopatologia sentiamo spesso parlare di sensibilità emotiva, vulnerabilità emotiva, disregolazione emotiva, termini che provano a raccontare una parte dell’esperienza di questi pazienti, e che ci aiutano a condividere teorie e ipotesi di lavoro, ma che purtroppo vengono spesso utilizzati in riferimento a fenomeni psicologici di diversa natura, con il rischio di etichettare con termini simili manifestazioni in realtà tra loro differenti.

Stando alla definizione di Marsha Linehan, psichiatra ideatrice della Dialectical Behavior Therapy, la sensibilità emotiva viene definita come il risultato dell’interazione tra fattori biologici, temperamentali e un ambiente di sviluppo invalidante, non in grado di prendersi cura dei bisogni emotivi del bambino. Nello specifico, una delle funzioni chiave dei nostri caregiver è insegnare implicitamente, attraverso la messa in atto di comportamenti, ed esplicitamente, comunicando regole, come fronteggiare stati emotivi indesiderati. Il bambino apprende così un’abilità complessa, di importanza fondamentale, definita regolazione emotiva. D’altro canto, l’esposizione a un ambiente incompetente, porta immancabilmente ad acquisire modalità regolatorie inefficaci, che nel tempo possono risultare altamente disfunzionali (Crowell, Beauchaine, Linehan, 2009).

Può, infatti, strutturarsi un circolo vizioso, originato dalla compresenza di una vulnerabilità biologica e di un ambiente di sviluppo inadeguato o traumatico, che esita in una maggiore frequenza e intensità di stati emotivi dolorosi. La predisposizione biologica rende la persona più vulnerabile alle sollecitazioni ambientali, mentre la mancanza di abilità di regolazione emotiva non consente all’individuo di modulare in modo efficace gli stati emotivi sperimentati, i quali vengono, invece, alimentati in virtù di strategie disfunzionali di fronteggiamento basate, perlopiù, sulla soppressione o l’evitamento. A questo punto, i nuovi stati emotivi presenti vengono a loro volta gestiti ricorrendo, nuovamente e immancabilmente, a quelle stesse strategie inefficaci alla base della sofferenza sperimentata (Carpenter, Trull, 2013).

L’interazione tra biologia e ambiente: due esempi di regolazione emotiva

Immaginiamo un ragazzo nel suo contesto lavorativo. Immaginiamo che il suo diretto superiore lo rimproveri aspramente per un errore commesso. Immaginiamo ora che questo ragazzo non abbia una particolare vulnerabilità biologica e che sia cresciuto in un ambiente supportivo e competente. A questo punto, è probabile che il ragazzo inizierà a sperimentare una crescente emozione spiacevole, magari di vergogna. Il tono muscolare inizierà a ridursi e il sangue andrà a irrorare viscere e cute, colorandogli di rosso il viso. Le abilità di regolazione emotiva lo porteranno a modulare l’emozione sperimentata, senza la necessità di sopprimerla o combatterla. Lo stato emotivo di vergogna, operando la sua funzione naturale, lo spingerà a fermarsi, a non agire impulsivamente, e ad accettare, suo malgrado, la situazione di temporanea sottomissione. Quando il superiore sarà andato via, lo stato emotivo di vergogna continuerà a farsi sentire, ma gradualmente si abbasserà fino a scomparire. Il ragazzo avrà sperimentato che può tollerare l’emozione di vergogna, si interrogherà su come poter far fronte alle richieste del capo, senza rimproverarsi troppo. La ferita inferta dalla vergogna presto si rimarginerà, lasciando intatta la propria immagine di sé.

Cosa sarebbe successo nel caso in cui il ragazzo avesse avuto una vulnerabilità emotiva di base e fosse cresciuto in un ambiente invalidante?
E’ probabile che lo stato emotivo di vergogna sperimentato avrebbe raggiunto quasi subito livelli di intensità elevatissimi. Come nell’altro esempio, il tono muscolare si sarebbe ridotto e il sangue sarebbe andato a irrorare viscere e cute e a rendere rosso il volto del ragazzo, che avrebbe dunque fatto ricorso alle proprie strategie di regolazione emotiva, stavolta purtroppo inefficaci e disfunzionali. Sarebbe così arrivata una forte spinta a sopprimere l’emozione, un impulso ad agire in qualche modo per far cessare uno stato emotivo percepito come pervasivo e ingestibile. Il ragazzo avrebbe potuto provare a utilizzare la rabbia per uscire dallo stato di impotenza, agendola nella direzione del superiore, oppure avrebbe potuto prendere le sue cose e abbandonare il posto di lavoro, rischiando in entrambi i casi un richiamo o il licenziamento. Questo sarebbe andato a confermare a se stesso che l’emozione di vergogna è intollerabile, aumentando il proprio senso di impotenza. Si sarebbe inoltre aggiunta una forte autocritica, che sarebbe andata ad alimentare un’idea di sé come sbagliato, incapace, diverso. Lo stato emotivo di vergogna sarebbe restato presente per lungo tempo, tenuto in vita da processi di ruminazione, e si sarebbero alternati stati emotivi di rabbia, colpa e tristezza, altrettanto dolorosi. Questi sarebbe stati a loro volta gestiti attraverso modalità ancora inefficaci, magari tramite una bottiglia di Gin o cercando sollievo nel dolore fisico. La ferita della vergogna sarebbe ben presto diventata uno squarcio sempre più profondo, confermando al ragazzo di essere fragile, diverso e di non poter tollerare le emozioni indesiderate.

La sensibilità emotiva: problemi di definizione

Nonostante il ruolo della sensibilità emotiva nella psicopatologia, soprattutto nel Disturbo Borderline di Personalità (DBP), sia ormai universalmente riconosciuto, in letteratura manca una definizione condivisa (Bloch, Moran, Kring, 2010). Wall e colleghi (2018) hanno provato ad affrontare almeno parzialmente il problema. Come da loro evidenziato, con “sensibilità emotiva”, in base al tipo di strumento di misura utilizzato, ci si riferisce a costrutti tra loro molto diversi, come la velocità con cui si reagisce a un’emozione, l’accuratezza del riconoscimento, l’ipervigilanza. Gli autori, partendo da questo dato, hanno quindi deciso di esplorarne il significato e comprenderne le caratteristiche utilizzando, al posto di misure quantitative, un’analisi qualitativa dell’esperienza soggettiva dei pazienti. A questo scopo, è stata quindi somministrata un’intervista a persone con e senza tratti borderline di personalità, andando a valutare 1) quale significato venisse dato al concetto di sensibilità emotiva, 2) se la persona si considerasse emotivamente sensibile e, nel caso di risposta affermativa, da quanto tempo pensava di esserlo, 3) come il proprio ambiente familiare avesse reagito alla propria sensibilità emotiva, 4) quanto la sensibilità emotiva avesse causato danni o vantaggi, e se fosse mai sorto il desiderio di modificarla.
L’analisi dei risultati ha evidenziato che le persone con un numero più elevato di tratti borderline concepivano la sensibilità emotiva come caratterizzata da 4 elementi: disfunzionalità, confusione, esperienze di vita dolorose e preoccupazione per le sue cause.

Nel dettaglio, tutti i partecipanti che raggiungevano i criteri per un DBP, raccontavano di essersi percepiti emotivamente sensibili sin dall’infanzia, riconoscendone gli svantaggi e ammettendo il desiderio di volerla modificare in quanto fonte di problemi. Il 90% di loro definiva la sensibilità emotiva come caratterizzata principalmente da una maggiore probabilità di sperimentare emozioni in seguito a eventi o stimoli tipicamente non significativi, emozioni più intense e la tendenza a reagire impulsivamente. Anche alcuni partecipanti che non raggiungevano la soglia clinica per il DBP riportavano di avere sensibilità emotiva, ma la maggior parte di questi non esprimeva il desiderio di modificarla, sottolineandone gli aspetti positivi o non valutandola come problematica.
Gli individui con più alto numero di tratti borderline riportavano inoltre stati di confusione, mostravano difficoltà nel comprendere cosa innescasse i propri stati emotivi e incapacità nel descrivere le emozioni, a differenza delle persone con meno tratti, le quali mostravano, invece, più capacità riflessive e un maggior accesso ai propri stati interni.
Riguardo al proprio ambiente familiare, gli intervistati con più tratti borderline descrivevano storie familiari traumatiche o genitori incapaci di gestire la propria sensibilità emotiva. L’invalidazione emotiva sperimentata era descritta come connessa a intensi stati di alienazione, stati non presenti, viceversa, negli intervistati con un numero inferiore di tratti borderline, i quali descrivevano famiglie supportive e validanti.
Inoltre, coloro che mostravano più tratti borderline riconducevano l’origine della sensibilità emotiva alla propria storia familiare e a caratteristiche innate.

Lo studio di Wall e colleghi sembra confermare il ruolo importante della sensibilità emotiva nelle persone che presentano tratti borderline di personalità. Accanto ad aspetti apparentemente innati, il modo di valutare se stessi, di trarre significati sulla propria persona dall’esperienza emotiva sperimentata e dalle sue conseguenze, sembra rappresentare un elemento centrale nella genesi e nel mantenimento della sofferenza. Questi elementi suggeriscono l’importanza di un trattamento integrato che vada, da una parte, a fornire alla persona strategie funzionali per gestire la propria sensibilità emotiva, e dall’altra, a lavorare sulle rappresentazioni negative di sé che alimentano e mantengono i circoli viziosi patologici.

 

Filippo Perrini

Riferimenti

  • Bloch L, Moran EK, Kring AM: On the need for conceptual and definitional clarity in emotion regulation research on psychopathology. 2010;
  • Carpenter RW, Trull TJ. Components of emotion dysregulation in borderline personality disorder: a review. Curr Psychiatry Rep. 2013;15(1):335;
  • Crowell SE, Beauchaine TP, Linehan MM. A biosocial developmental model of borderline personality: elaborating and extending Linehan’s theory. Psychol Bull. 2009;135(3):495–510;
  • Linehan, M. M. (1993). Diagnosis and treatment of mental disorders. Cognitive-behavioral treatment of borderline personality disorder. New York, NY, US: Guilford Press;
  • Wall K, Kalpakci A, Hall K, Crist N, Sharp C. An evaluation of the construct of emotional sensitivity from the perspective of emotionally sensitive people. Borderline Personal Disord Emot Dysregul. 2018 Aug 23;5:14.
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