Il significato psicologico del Carnevale

Il significato psicologico del Carnevale

Il significato psicologico del Carnevale

Photo by Giada_jn on Pixabay

“Ogni uomo mente, ma dategli una maschera e sarà sincero”
Oscar Wilde

Siamo alle porte di una delle feste pagane più attese e suggestive dell’anno dove ogni luogo e persona si colora e si traveste a suon di trombette e fischietti, coriandoli e stelle filanti. Le maschere vi sono protagoniste e l’invito alla vestizione è ciò per cui, soprattutto i più piccoli, investono le loro fantasie più sfrenate. Personaggi televisivi, protagonisti di cartoni animati, fumetti e supereroi diventano modelli e stereotipi assoluti da personificare e meglio rappresentare in un contesto pronto ad essere scenografato e plasmato a tema ed epoche varie ed eventuali. Il tutto con il solo scopo di abbandonarsi alla piacevolezza della goliardia e di un disinibito divertimento che pare potersi concedere solo una volta l’anno; è come se all’improvviso, di consueto, si decidesse per poco tempo di cambiare i propri panni per vestirne altri più comodi, seppur figurativamente, più accattivanti, mossi dall’esigenza di alleggerirsi dal peso di quelli che sono i ruoli di tutti i giorni, le consuetudini, le regole, i doveri…la normalità…e fare, cosi, il proprio ingresso in una realtà che, apparentemente, può sembrare virtuale e immaginativa, ma che, invece, può rivelare molto sul proprio modo di essere e idealmente di chi si vuol, inconsciamente, poter essere. Ma prima di scegliere da cosa travestirsi e perché farlo, facciamo un passo indietro e torniamo alle origini di questa festa.

A Carnevale ogni scherzo vale”: uno sguardo al passato…

Sulla sua origine non si hanno fonti certe; c’è chi fa risalire il termine a “car navalis”, il rito della nave sacra portata in processione su un carro o “carnes levare” (togliere la carne) o “carne vale” (carne, addio) per alludere al periodo di digiuno quaresimale che prepara alla santa pasqua nella religione cattolica. Assume anticamente la connotazione di una grande festa della fecondità della terra che doveva levarsi dal sopore invernale per nutrire il bestiame e di conseguenza gli esseri umani secondo riti intrisi di danze, allegre mascherate, riso e burle. Questo tempo di “spasso e baldoria” rendeva più ameno il passaggio stagionale dall’inverno alla primavera lasciando che ci si facesse coinvolgere da giorni all’insegna della sregolatezza, gioia sfrenata e grandi banchetti. Nel Medioevo si narra, infatti, che il Re Carnevale garantisse questo tempo di sospensione dalle normali attività, leggi e doveri, in nome dell’idea che almeno una volta l’anno fosse concesso trasgredire e uscir fuori di senno; motivo per cui, per l’appunto, era conosciuta anche come “festum stultorum”, letteralmente festa dei pazzi, ad indicare proprio quello specifico periodo dell’anno in cui era “giustificato” staccare un po’ la spina dal lavoro e dalle incombenze quotidiane. Cosi, ecco che ognuno si metteva nei “panni” dell’altro nel vero senso del termine: gli uomini si vestivano da donne e viceversa, i poveri da ricchi e cosi via…

Tante maschere e pochi volti: cosa ci dice la Psicologia

La scelta della maschera assume un significato non solo simbolico ma anche psicologico poiché ognuno, inconsciamente, tende a preferire quella che rispecchi di più le sue tendenze, i suoi valori, le sue peculiarità…sicché si potrebbe dire che la maschera, che si presume nasconda il vero volto dell’individuo, faccia invece apparire, agli occhi di tutti, quello che egli porta realmente in se stesso, ma che deve abitualmente dissimulare. Tante maschere dietro cui potersi celare, quindi, o per mezzo delle quali far trasparire il vero proprio Sé? Carl Gustav Jung, infatti, padre della psicologia analitica, considerava il Carnevale come un’occasione per riequilibrare e integrare i propri lati più infimi e nascosti, la parte più profonda dell’Io, le zone d’ombra, poiché ciascuno, secondo lui, cela nel profondo delle parti di sé che tende a rifiutare o che considera inaccettabili, socialmente inammissibili. Parliamo di contenuti rimossi, quindi, che tendono ad emergere nei momenti meno opportuni della vita ostacolando, cosi, il raggiungimento di particolari e specifici bisogni tipici dello sviluppo di una persona e causando, di conseguenza, l’insorgenza di possibili sintomi e difficoltà di varia natura. Si è, cosi, pensato al Carnevale come un mezzo affinché venissero fuori e si palesassero le parti più misteriose e nascoste e questo grazie all’utilizzo di maschere, appunto, costumi e sfrenati baccanali.

La psicologia è solita attribuire alla maschera la funzione proiettiva di un nostro desiderio, rimosso, come è stato detto precedentemente, ed esternalizzato attraverso un costume in particolare che si sceglie di indossare. Ciò può, infatti, simboleggiare il tentativo di evasione da schemi prestabiliti in cui ci si è abituati a muovere, atti di ribellione, manifestazione di piacere, aspirazioni nascoste e messe a tacere, ideali trasfigurati… e lo facciamo grazie al ruolo catartico che la maschera assume: si pensi, ad esempio, ad una persona profondamente timida e impacciata che, solo nei panni di un personaggio idolatrato o a cui aspira, si sente improvvisamente più sicura e amata al punto da poter conservare questo piacevole stato anche oltre il periodo carnevalesco. Maschera come filtro sociale e relazionale tra la persona, gli altri e il mondo. Ognuno di noi ne indossa una, anzi sceglie di indossarne una che sia più utile a farci apparire coerenti con il contesto di appartenenza, adattabili e flessibili alle richieste dell’ambiente.

L’altra faccia della maschera

Quando, però, indossare una maschera può rivelarsi disfunzionale? Come abbiamo appena accennato, la maschera può avere anche una funziona pratica di “sopravvivenza” poiché permette, quando necessario, di adattarsi ad ogni situazione ma non sempre può funzionare poiché molte sono le persone che, alla fine, finiscono davvero per fondercisi completamente con le loro maschere rischiando, quindi, di confondere il proprio Sé con ciò che ci si preoccupa di voler mostrare esteriormente. Nasce, in tal caso, una vera e propria lotta tra Sé ideale e Sé reale che rischia di ridurre notevolmente le proprie risorse e capacità personali e soprattutto le forme di espressione.

Giù la maschera!

La vita molto spesso tende a metterci di fronte a sfide e battaglie che, inevitabilmente, ci portano ad abbassare la maschera e se ciò dovesse risultare troppo complicato da dover gestire ecco che potrebbero emergere particolari problematiche di natura psicologica inerenti alla vera identità del proprio Sé. Indossare una maschera, infatti, può essere sano e funzionale solo se ne si ha la piena consapevolezza e se, al seguito, si riesce, poi, ad avere quella capacità di rientrare in contatto con il vero Io, scevro da condizionamenti esterni.  Quando questa potenzialità e consapevolezza vengono a mancare e ci si identifica troppo rigidamente nella maschera scelta, ecco che potrebbero nascere problemi come disturbi dell’identità, di personalità, dissociazione e depersonalizzazione, accompagnati da ansia, panico, fobie, frutto dell’incoerenza tra ciò che realmente e naturalmente si è e ciò che si vuol sembrare.

Per concludere, possiamo affermare che il carnevale può essere ritenuto uno spazio in cui l’uomo palesa le sue ombre, il suo caos interiore e si mette in discussione per concedersi a nuovi inizi, ad un nuovo ordine, ad una nuova stagione della sua vita, proprio come la Primavera che sopraggiunge dopo l’Inverno a simboleggiare un tempo di rinascita. Ma soprattutto è una disidentificazione della Persona (dal greco “pròsopon” che significa maschera), quella maschera, appunto, che funge da filtro relazionale tra l’Io e il mondo esterno.

RIFERIMENTI

Autore/i dell’articolo

Roberta Borzì
Psicologa, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Vanta esperienza clinica in ambito adulto, e si occupa prevalentemente di tutti i disturbi d’ansia, disturbo ossessivo-compulsivo, problematiche sessuali, disturbi di personalità con la Schema Therapy, in cui è formata attraverso training specifici e supervisione con esperti del settore. Ha anche conseguito entrambi i livelli della formazione in EMDR. Socio AIAMC (Associazione Italiana di analisi e modificazione del comportamento e Terapia Comportamentale e Cognitiva.) e membro ISST (International Society of Schema Therapy).

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